Trump scarica l’Europa…e lo mette per iscritto

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Il nuovo National Security Strategy americano, 29 pagine dense e politicamente esplosive, segna una svolta che a Bruxelles in pochi hanno avuto il coraggio di ammettere apertamente: per la prima volta nero su bianco gli Stati Uniti ridisegnano il rapporto con l’Europa non più come asse portante dell’ordine occidentale, ma come partner problematico, lento, appesantito da regole e sempre meno centrale negli equilibri globali. La NSS è il documento con cui ogni amministrazione Usa definisce le proprie priorità di sicurezza, gli alleati, i rivali e gli strumenti economici e militari da usare negli anni successivi; ciò che colpisce, questa volta, è il linguaggio con cui viene descritta l’Unione Europea, dipinta come un soggetto poco efficiente, sopravvalutato sul piano geopolitico e strutturalmente incapace di competere con Stati Uniti e Cina.

Molte delle critiche, va detto, poggiano su dati difficili da smentire: secondo Ocse ed Eurostat, tra il 2010 e il 2023 la produttività del lavoro nell’Eurozona è cresciuta meno della metà rispetto a quella Usa; nel 2024 la crescita media dell’area euro è stata appena dello 0,4% contro il +2,5% americano; la capitalizzazione complessiva delle borse europee vale circa il 60% di quella statunitense; nel settore tecnologico, tra le prime 20 aziende globali per valore di mercato non ce n’è una europea, mentre Stati Uniti e Cina dominano intelligenza artificiale, cloud, semiconduttori e piattaforme digitali. Anche sul fronte della difesa il gap è lampante: nel 2023 solo 11 Paesi Nato su 31 hanno raggiunto l’obiettivo del 2% del Pil in spesa militare, e tra i grandi Paesi Ue solo la Polonia ha superato il 3%, mentre Germania, Italia e Spagna restano stabilmente sotto la soglia.

Sono gli stessi numeri che Mario Draghi ha citato più volte negli ultimi anni per spiegare come l’Europa rischi una “lenta marginalizzazione”, così come il Fondo Monetario Internazionale ha stimato che senza unione dei capitali e investimenti comuni la crescita potenziale europea resterà sotto l’1,5% per tutto il prossimo decennio.

Ma nella NSS ci sono anche giudizi più ideologici, che colpiscono il cuore del modello europeo, pure questi non del tutto campati in aria: l’Unione viene descritta come una grande burocrazia normativa, iper-regolata, ancorata a meccanismi decisionali ormai desueti come l’unanimità su dossier strategici, soffocata da controlli regolatori invasivi e da un approccio etico che – secondo Washington – sacrifica competitività e velocità di reazione. Il Green Deal diventa l’emblema di questo paradosso: un progetto pensato per guidare la transizione ecologica ma che, secondo molte industrie, ha aumentato i costi energetici, ridotto i margini e rallentato gli investimenti, contribuendo al calo della produzione manifatturiera europea che nel 2023 ha registrato un -2,1% su base annua.

Se non bastasse in questo scenario va aggiunto lo scontro frontale con Elon Musk, dopo la recente sanzione nell’ambito del Digital Services Act e del Digital Markets Act, inflitta dall’Unione a X, per la violazione delle regole sulla trasparenza degli algoritmi e sulla moderazione dei contenuti. Musk ha reagito con una violenza verbale senza precedenti, arrivando a paragonare l’Unione Europea al “Quarto Reich”, accusandola di autoritarismo burocratico e invocando apertamente lo smantellamento dell’Ue in favore degli Stati nazionali. Parole che non sono rimaste isolate, perché la stessa amministrazione americana ha definito quelle sanzioni un “attacco alle aziende statunitensi” e un precedente pericoloso sul piano geopolitico.

È in questo punto che strategia e cronaca si fondono in un unico disegno: mentre Bruxelles insiste nel rivendicare il proprio potere regolatorio sulle grandi corporate americane, Washington ne riduce apertamente il peso politico e, nella NSS, arriva persino a lasciare intendere che il dossier russo possa essere gestito come un confronto diretto tra grandi potenze, con l’Europa relegata sullo sfondo. Un passaggio che certifica una rottura simbolica profonda con settant’anni di atlantismo.

Il punto, allora, non è se l’Europa sia oggettivamente in ritardo su diversi fronti – perché lo è – ma se la risposta a questo ritardo possa essere l’isolamento, la subordinazione o, peggio, la frammentazione. Il rischio maggiore, infatti, è proprio quest’ultimo: un’Europa che, invece di reagire, si ripiega su sé stessa e si trasforma in una somma di 27 piccoli Stati – come auspicato proprio da Musk — sempre più negoziabili singolarmente da Washington, Pechino e Mosca.

Eppure i margini per una risposta esistono: l’Unione nel suo complesso vale ancora il 17% del Pil mondiale, è il primo esportatore globale, detiene una quota significativa del risparmio privato mondiale e possiede eccellenze industriali uniche nei settori farmaceutico, meccanico, manifatturiero ed energetico. Ma senza una vera unione dei capitali, senza una politica industriale comune, senza una difesa europea integrata e senza superare l’unanimità su scelte strategiche, questi punti di forza rischiano di restare potenziali inespressi.

La nuova NSS americana, al netto delle sue forzature e delle sue convenienze politiche, funziona dunque come uno specchio brutale: riflette un’Europa che ha costruito un immenso apparato regolatorio ma ha perso velocità, potenza e visione. La vera partita non è tra Washington e Bruxelles, ma dentro l’Unione stessa a questo punto: continuare a dividersi tra Nord e Sud, Est e Ovest, rigoristi e spendaccioni, atlantisti e sovranisti, significherebbe davvero consegnarsi a quell’irrilevanza che il documento americano, con brutale franchezza, sembra già mettere in conto come un dato di fatto.

 

 

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