Reggio Calabria, spedizione punitiva per “racket senza permesso”

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Nuovo colpo alla criminalità organizzata inCalabria. LaPolizia di Stato di Reggio Calabriaha arrestatotre giovani, accusati ditentato omicidio,detenzione illegale di armi da fuocoeporto abusivo in luogo pubblico, con la pesanteaggravante del metodo mafioso.

Le indagini, coordinate dallaDirezione Distrettuale Antimafia, sono partite dopo ilferimento di un uomoavvenuto il15 luglio dello scorso annonel pieno centro del capoluogo. La vittima era stata colpitaa colpi di fucile, riportando gravi ferite ma riuscendo miracolosamente a sopravvivere.

Secondo quanto emerso dalle attività investigative, il ferimento sarebbe statouna vera e propria spedizione punitivaordinata dai tre arrestati — due dei quali fratelli — come“lezione” per un affronto ritenuto intollerabileall’interno del sistema di controllo territoriale.

L’uomo ferito, infatti, avrebbedato fuoco a un’automobilein una zona sotto l’influenza dei tre indagatisenza aver chiesto l’autorizzazioneal gruppo criminale che gestiva l’area. Un gesto considerato un affronto al loro “potere”, sufficiente a scatenare unareazione violenta in perfetto stile mafioso.

Le indagini, condotte dallaSquadra Mobiledi Reggio Calabria con il supporto di attività tecniche e intercettazioni, hanno permesso di ricostruire l’intera dinamica dei fatti, confermando che l’azione non era frutto di un impulso improvviso mapianificata nei minimi dettagli. Gli arrestati avrebbero utilizzatoarmi da guerrae unveicolo rubatoper avvicinarsi alla vittima, sparando più colpi prima di darsi alla fuga.

L’inchiesta ha inoltre evidenziatocollegamenti con ambienti mafiosi locali, in particolare con esponenti della’Ndrangheta reggina, che avrebbero approvato o comunque tollerato l’azione punitiva. Un elemento che ha rafforzato l’ipotesi dell’aggravante delmetodo mafioso, riconosciuto come strumento di intimidazione e controllo del territorio.

Il procuratore capo ha sottolineato come il caso rappresenti“un chiaro esempio di giustizia criminale parallela”, in cui gruppi di potere locale decidono chi può agire o meno in determinate aree, imponendo uncodice di violenza e omertà.

Le autorità hanno ribadito la necessità dicontrastare con fermezza ogni manifestazione di potere mafioso, anche quando mascherata da episodi isolati o regolamenti di conti personali. “Nessuno può arrogarsi il diritto di imporre regole di sangue sul territorio”, ha commentato un funzionario della Polizia.

Gli arrestati, dopo le formalità di rito, sono stati trasferiti in carcere a disposizione dell’autorità giudiziaria. Continuano intanto gli approfondimenti per individuare eventualimandanti o complicidel gruppo.

Il caso riporta l’attenzione sull’allarmantepresenza del racket e delle logiche di potere criminalenel tessuto urbano di Reggio Calabria, dove la lotta alla ’Ndrangheta resta unapriorità assoluta dello Stato.

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