Sequel del primo capitolo uscito nel 2006, Il Diavolo veste Prada 2 non cambia la regia (che è sempre firmata da David Frankel), ma cambia tutto il resto. A cominciare da Miranda.
Miranda non morde.La spietata direttrice diRunway,ispirata aAnna Wintour,non è più la stessa. Sono trascorsi vent’anni. Il mondo è cambiato intorno a lei, e con esso la sua prestigiosa redazione. Il mobbing è diventato reato, il giornalismo cartaceo si è imbattuto in una profonda crisi e il budget redazionale è stato notevolmente ridotto. Quindi Miranda non può più comandare sul lavoro, né usufruire di lussuosi jet privati. Dovrà viaggiare con disgusto su aerei di linea, insieme a collaboratori squattrinati. È una donna stanca, ultimo baluardo di un mondo in decadenza, che mal si adatta al caotico mondo moderno.
L’interpretazione diMeryl Streepè sempre magistrale, ma meno iconica. Non c’è cattiveria neppure nei suoi abiti che risultano più morbidi, sinuosi, eleganti. Prevale il nero nelle sue vestizioni, un nero funereo, che grida la morte di quel variopinto mondo di privilegi modaioli che ormai non esiste più.
È una Miranda sola. Estremamente sola. Questa volta non c’è un marito lagnoso, né due figlie capricciose che pretendono le ultime copie di Harry Potter.
È sola, senza amici, circondata da squali editoriali.
Sorprende infatti la sua passeggiata notturna nella Galleria Vittorio Emanuele II di Milano: un’ampia inquadratura dall’alto ci mostra lo splendore della Galleria, i marmi e lo sfarzo, nel ticchettio cadenzato dei tacchi di Miranda che, in totale solitudine, l’attraversa in silenzio. Il passo è lento e regale e suona come una nobiltà perduta. Ma l’inquadratura si slarga sempre di più e la nostra Miranda diventa piccola, piccolissima, fino a diventare un puntino sperduto in Galleria. Sembra un’amara ambientazione da Covid, e invece è la solitudine dell’essere umano, che si riversa nel cuore del lusso italiano, dove le grandi firme della moda gridano i loro nomi da negozi chiusi, vuoti, bui. È in questo momento di desertificazione e vacuità che Miranda ritrova sé stessa, aprendo il cuore alla tristezza della maturità per spazzare via il suo noto cinismo altolocato.
La crisi del giornalismo.Clickbait, fast fashion, Features Editor eRunwayridotto a un pdf scaricabile. Ecco il nuovo giornalismo. Quello online. La carta stampata è stata superata dalla rapidità del web. Ma il web è pieno di contraddizioni: Andy Sachs ne è la prova. La ritroviamo dopo vent’anni a svolgere la sua professione di giornalista con passione vincente, ancora bellissima e in forma (Anne Hathawaynon invecchia mai), ma viene licenziata in tronco, insieme ad altri colleghi, mentre si appresta a ricevere un importante premio. Dovrà cercare un nuovo lavoro e stavolta sarà lei a risollevareRunwaydalle sabbie mobili della crisi. Nigel è rimasto lì, fedelissimo, come un nobile nella sua maison, sebbene si sia dovuto adattare anche lui al nuovo mondo. Emily invece ha fatto il vero salto di qualità: non lavora più perRunway, ma è passata aDior.
L’ego corale.Non assistiamo più alla tirannia di un capo sui suoi dipendenti, ma il film ci regala lo stesso le frecciatine al vetriolo, l’odio velenoso e i tuonanti colpi di ego, che ci aspettiamo. Solo che adesso sono inseriti in un coro tra donne. Emily non ha perso la sua parlantina pizzicante ed è sempre competitiva, Andy resta fedele a sé stessa e sa incassare i colpi, ma riserva la sua pungente ironia soprattutto alla GenZ, Miranda chiude la bocca, ma con sguardi eloquenti e occhiatacce taglienti continua ad esprimere tutto il suo disprezzo. C’è un antagonismo femminile che si respira in pellicola, ma non è più apicale, è orizzontale, spalmato democraticamente tra tutti i personaggi. Solo Lady Gaga, star della sfilata di moda a Milano, appare nel camerino da vera prima donna in contrapposizione a Miranda. Il film non approfondisce la rivalità tra le due donne: ce la presenta, pronta e servita su un piatto d’argento in camerino, attraverso un acidulo scontro verbale tra le donne. Due regine della moda a confronto, antipatiche e piene di odio. Che siano due nobilità della moda a confronto, una antica e una moderna?
Lady Gaga firma anche la colonna sonora del film insieme a Doechii, omaggiando la storica rivista.
Flop o innovazione?Questo è un film divisivo. L’opinione pubblica e la critica sono in disaccordo. Dietro le stroncature più dure ci sono motivazioni da business. Non c’è dubbio cheIl Diavolo veste Prada 2sia un prodotto da marketing, ben riuscito, da incasso garantito. Ma è un prodotto nel prodotto: uno specchio fedele del mondo dell’editoria della moda, inserito nell’ingranaggio del marketing cinematografico. Funzionava vent’anni fa. Funziona oggi.
Per i critici più puristi invece le motivazioni sono soprattutto estetiche: il cast appare stanco, invecchiato. C’è qualcosa di forzato finanche nell’estetica di oggi. Ma non è così. È il sistema della moda dentro il sistema stesso. Con personaggi nuovi, attinti direttamente dalla GenZ, che aggiungono al film uno spaccato di attualità. Col ritorno finanche del maglioncino ceruleo a strappare un sorriso ai fan della vecchia guardia.
Woke culture e Politically Correct.Una narrazione decisamente più matura, capace di intercettare il sentire del nostro tempo, avvolge questo secondo capitolo. La cinica ambizione del primo film lascia spazio a un’umanità più sfaccettata, in cui anche i personaggi più iconici sembrano fare i conti con la propria vulnerabilità, con il tempo che passa e con la consapevolezza della caducità umana.
La trasformazione dei protagonisti, l’esibitawoke culture, la ricerca di una elaborazione delle ferite personali e relazionali sembrano quasi volerci rassicurare: anche i carnefici hanno un cuore, persino Miranda Priestly può concedersi qualche crepa nell’armatura.
Ma è davvero il mondo a essere diventato più umano, o abbiamo semplicemente imparato a raccontarlo meglio?
È qui che il film diventa più sottile: una narrazione volutamente più edulcorata che lascia intravedere il sostrato marcio sul quale continuiamo a muoverci, più o meno consapevolmente. Un sistema editoriale che sacrifica l’indipendenza sull’altare degli interessi economici, un potere che si traveste da innovazione, relazioni che diventano strumenti di sopravvivenza. Tutto sembra più gentile, più inclusivo, più presentabile. Ma sotto la superficie patinata, le logiche del potere non sono necessariamente cambiate: hanno soltanto imparato un nuovo linguaggio.
Forse la vera ironia del film sta proprio qui: ilpolitically correctdiventa contemporaneamente il linguaggio della trasformazione e il potente anestetico che impedisce di vedere la realtà. Una denuncia elegante e ironica di un sistema che tollera volentieri la diversità, purché non metta davvero in discussione gli interessi di chi comanda. Una sorta di libero pensiero addomesticato, ammesso finché non divenga troppo scomodo.
In questo quadro interessante è la figura grottesca del fidanzato di Emily: dietro la caricatura si può intravedere una satira della tecnocrazia contemporanea, del culto dell’innovazione e di quell’intreccio sempre più inquietante fra grandi capitali, piattaforme tecnologiche e potere politico.
Arte e politica internazionale.Il riferimento alla stagione politica internazionale di oggi e all’universo dei multimiliardari della tecnologia appare una chiave di lettura plausibile: non tanto una semplice presa in giro di singoli personaggi, quanto la rappresentazione di un mondo nel quale la ricchezza privata può trasformarsi in un potere capace di condizionare intere nazioni.
Iconica, in questa prospettiva, la scena davanti all’Ultima Cenadi Leonardo. Miranda osserva Cristo senza aureola e sembra riconoscere una verità elementare e terribile: ci tradiamo e ci deludiamo gli uni gli altri, perché nessuna relazione è al riparo dalla fragilità umana. Ma quel richiamo all’umanità di Cristo apre anche una riflessione più ampia: nessuno è davvero invulnerabile, nessuno può controllare tutto, nessun potere ci mette al riparo dal perdere noi stessi. Miranda, che per anni ha incarnato l’illusione del controllo, sembra arrivare a una forma di disincanto adulto. Non una rinuncia alla propria lucidità e ambizione, ma la consapevolezza che la grandezza non coincide con l’invulnerabilità.
E forse è proprio questo il punto di contatto fra la vicenda personale dei protagonisti e la dimensione politica del film: la nuova umanità dei personaggi segna una trasformazione autentica o maschera l’illusione sofisticata di un mondo che non vuole davvero cambiare?







