Stellantis, il conto di una scommessa sbagliata

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La crisi di Stellantis non è arrivata all’improvviso. È l’esito prevedibile di una strategia sbilanciata, costruita su ipotesi che il mercato reale non ha mai confermato. Pochi giorni fa il gruppo ha annunciato una maxi correzione di bilancio da circa 22,2 miliardi di euro, legata alla revisione della strategia sull’auto elettrica. Una svalutazione enorme che comprende cancellazioni di modelli, ridimensionamento di piattaforme e costi di ristrutturazione, e che nasce da un errore di fondo: aver sopravvalutato la velocità con cui i clienti avrebbero adottato l’elettrico puro, costruendo piani industriali troppo ambiziosi rispetto alla domanda reale.

La reazione del mercato è stata immediata e violenta. Il titolo ha perso circa il 25% in una sola seduta, bruciando quasi 6 miliardi di euro di capitalizzazione. Stellantis ha annunciato lo stop ai dividendi nel 2026, l’emissione di obbligazioni ibride fino a 5 miliardi per rafforzare la struttura finanziaria e uscite di cassa stimate in 6,5 miliardi nei prossimi quattro anni per coprire i costi della ristrutturazione. La perdita netta prevista per il secondo semestre del 2025 è compresa tra 19 e 21 miliardi di euro.

Dietro questi numeri c’è una storia di presunzione strategica. Per anni Stellantis, guidata fino alla fine del 2024 da Carlos Tavares, ha investito massicciamente sull’elettrico puntando a quote di mercato molto elevate senza un reale riscontro da parte dei clienti. Progetti costosi come alcune versioni full electric di Jeep e Ram sono stati cancellati o rinviati perché i volumi attesi non si sono materializzati. Anche l’ecosistema delle batterie è stato ridimensionato, con il taglio di partecipazioni in joint venture in Canada. Persino la Fiat 500e, modello simbolo dell’elettrico urbano, pur restando la più venduta nel suo segmento, ha visto più volte interrompere la produzione a causa della domanda insufficiente.

Da qui la scelta del nuovo CEO Antonio Filosa di cambiare rotta e puntare sulla cosiddetta libertà di scelta, con una gamma che includa elettrico, ibrido e motori termici. Non una strategia innovativa, ma una marcia indietro obbligata, arrivata dopo aver già bruciato miliardi di euro.

La frenata sull’elettrico non è un caso isolato nel settore. Guardare ad altre realtà aiuta a capire come affrontare la transizione tecnologica senza spingere tutto sull’elettrico puro e senza ritrovarsi con asset sovradimensionati e conti in rosso. Toyota è l’esempio più evidente. Il gruppo giapponese ha scelto fin dall’inizio una strada diversa, puntando sugli ibridi e sulle versioni elettrificate dei propri modelli, dove il motore termico è affiancato da uno elettrico. Entro il 2028 Toyota punta a produrre oltre 6,7 milioni di veicoli ibridi o plug in, che dovrebbero rappresentare circa il 60 per cento della produzione totale. Nel 2025 il marchio si è confermato leader mondiale delle vendite per il sesto anno consecutivo. Il gruppo ha venduto più di 11 milioni di vetture nel mondo, quasi 5 milioni delle quali elettrificate, mantenendo margini in linea con quelli dei veicoli tradizionali.

È una filosofia pragmatica. Non inseguire l’elettrico totale ignorando la domanda reale, ma offrire soluzioni intermedie che rispondono alle esigenze degli automobilisti, garantendo margini più stabili, flussi di cassa solidi e costi di produzione meno esposti alle tensioni sulle materie prime e sulle filiere delle batterie. Anche per Toyota l’elettrico fa parte del futuro, ma non è l’unica strada e non è quella su cui viene messo tutto il capitale.

Tornando a Stellantis, la lezione è evidente. La scommessa sull’elettrico puro è stata fatta con troppa leggerezza e poca attenzione alla realtà del mercato e ai bisogni dei clienti, che continuano a chiedere soluzioni diverse in base all’uso reale, ai costi e alle infrastrutture disponibili. Il cambio di rotta annunciato è costoso e doloroso, ma riflette finalmente un approccio più pragmatico: tornare a costruire auto che i clienti vogliono davvero, non solo quelle imposte da una visione ideologica della transizione.

In definitiva, la crisi di Stellantis non è solo contabile ma culturale. È il risultato di aver puntato tutto su un unico cavallo tecnologico, ignorando che il mercato attuale e probabilmente anche quello dei prossimi anni richiede equilibrio, flessibilità e gestione prudente delle risorse. La storia di Toyota dimostra che si può restare competitivi senza inseguire dogmi, e che un approccio più bilanciato può garantire profitti anche nei momenti di maggiore turbolenza economica.

 

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