Boston, Massachussetts. È il novembre 1962. Sylvia Plath è sposata dal 1956 con Ted Hughes, poeta britannico affermato e famoso nell’America degli anni ’50. Lei è bella, morbidi capelli biondi e labbra rosse alla Veronica Lake. Indossa ampie gonne a campana e stivali wellington come una diva americana. Ex professoressa di letteratura inglese dello Smith College, abbandona la professione nel 1958 per dedicarsi completamente al marito e ai figli. Scrive nello stesso anno:“smetto di insegnare e inizio a scrivere”.Il 1961 è un anno molto prolifero per lei: conclude la stesura del suo romanzo “La campana di vetro”, è incinta del suo secondo figlio, ha fatto un viaggio romantico col marito in Francia e insieme hanno deciso di andare a vivere in una villetta di campagna nel Devon, ma in questo stesso anno scopre il tradimento del marito con una poetessa più giovane di lei, ed ha crisi depressive che si alternano a tentativi di suicidio sventati per fatale casualità, nel grigiore di una vita casalinga, una vita da moglie e madre, che a quanto pare le sta stretta. Nel 1962 divorzia dal marito e si trasferisce a Londra. È alle porte del divorzio, nel novembre 1962, che scrive“Lettera in novembre”.Una poesia cupa, densa di suggestioni creative, carica del doppio poetico che contraddistingue la scrittura di Sylvia Plath: la poesia è luce ed ombra, contrasto struggente tra fantasia e abisso, conflitto lancinante tra forza generativa e forza distruttiva. La poetessa vive intrappolata in una vita misera, insoddisfacente, dove la sua vitalità straborda maldestramente sotto la coltre di un’oppressione sociale e familiare. Siamo nell’America degli anni ‘60, l’America che obbligava le donne borghesi a scegliere tra la carriera e la famiglia, l’America della Guerra Fredda e del Maccartismo, l’America che perseguitava i neri e non li voleva seduti sullo stesso autobus dei bianchi. Nel 1963 Sylvia Plath muore suicida a Londra. Nello stesso anno Martin Luther King pronuncia il suo celebre discorso“I have a dream”, dando forma all’american dreamche cambierà per sempre la società americana, aprendo le porte ad una libertà allora sconosciuta e disintegrando una disparità sociale diffusa. Anche Sylvia è vittima, a modo suo, di una disparità, racchiusa tra le mura domestiche di un’emarginazione femminile, muliebre, materna. Il suo fuoco sacro, divampante di intensa femminilità infantile, è strangolato, mortificato, oppresso. La casa diventa rifugio e trappola per una donna a cui è stata negata la libertà, che sente crescere nell’animo un male oscuro, difficile da definire, tant’è che scrive nella poesia“Olmo”:
“sono abitata da un grido, di notte esce svolazzando
in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.
Mi terrorizza questa cosa scura
che dorme in me;
tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato, la malignità”.
Spesso si alternano nella sua poesia, in contrapposizione, l’amore e la morte: l’amore per lei è infantilismo, gioia pura e incontenibile come quella dei bambini, la morte è invece adultismo, il pasoliniano mostro della borghesia che paralizza l’energia vitale femminile, tramutando la donna in un manichino senza vita. L’amore è meraviglia, vigore, innocente stupidità, la morte è invece“una densa e grigia zuppa”, l’abisso, la notte, un animale malvagio come l’avvoltoio o il ragno. Una poetica fatta di dualismi, contraddizioni, paradossi, sentimenti ambigui, profondità psichica, desolante realismo, complessità linguistica.
“Lettera in novembre”è uno dei suoi ultimi componimenti, scritto alle soglie del suicidio. Si apre con un paesaggio vivido e casalingo:
“Amore, il mondo
d’un tratto volge, muta colore. La luce
del lampione alle nove di mattina si frange
oltre i baccelli coda-di-topo del laburno.
È l’Artico,
questo piccolo cerchio nero,
con le sue erbe di seta fulve-capelli di neonato.
C’è un verde nell’aria,
tenero, delizioso.
Mi protegge amorosamente.”
Le poesie di Sylvia Plath cominciano spesso con l’osservazione oggettiva dello spazio circostante. Sylvia osserva le cose, la materia, la natura, gli oggetti. Perché è nello spazio sensoriale che si nasconde il segreto dell’esistenza: non sono meri oggetti inanimati, ma estensioni dell’emotività della poetessa. La poesia si annida nelle cose, la materia disvela gli stati d’animo. Una dimensione intimistica e sensoriale. Il lampione alle nove del mattino, l’albero di laburno, i fili di erba sottili come i capelli di un neonato, il verde nell’aria, definito“tenero e delizioso”benché autunnale, ci restituiscono realisticamente lo spazio in cui la poetessa si muove in un mattino novembrino davanti casa sua. In questo paesaggio rincuorante e calmo, da villetta borghese, irrompe lei:
“Sono arrossata e calda.
Credo quasi di essere enorme.
Sono stupidamente felice.
I miei stivali di gomma sciaguattano su e giù nel rosso stupendo”
Lei, protetta dalla campagna circostante, è calda, dilatata come una creatura infinita, cosmica, aldilà del tempo e dello spazio, piena di energia come una stella implodente del creato, ed è“stupidamente felice”perché sbatte i piedi in qualche pozzanghera del vialetto che è di un“rosso stupendo”:non un acquitrino stagnante, bensì qualcosa di bello, divertente, attrattivo, in cui saltellare felice. Ma questa bambina allegra fa i conti subito con la realtà, una realtà crudele, brutale, cupa, che si affaccia nella strofa successiva con l’immagine atroce della“densa e grigia zuppa di morte”:è la sua realtà, lei con un marito fedifrago, lei che fa una vita insapore, inodore, uno squallore quotidiano che da anni la opprime e la deprime e che forse è la storia di tutta l’umanità. Il finale è inconsolabile:
“I miei settanta alberi
reggono i loro globi rosso oro
in una densa e grigia zuppa di morte,
i loro milioni
di foglie d’oro metalliche che trattengono il fiato.
O Amore, o casto.
Nessuno eccetto me
cammina in questo bagnato che arriva alla cintura.
Gli insostituibili
ori sanguinano e scuriscono, le bocche delle Termopili”
La poesia si chiude col richiamo alla battaglia delle Termopili, un fatto storico: l’amara sconfitta degli Spartani di Leonida contro i Persiani del re Serse nella Grecia del 480 a.c. Veniamo catapultati così in una realtà ancora più grande, dal particolare della vita infelice di Sylvia all’universale della storia umana. La sconfitta delle sconfitte. La poetessa sembra suggerirci che l’amore e la vita conducano inevitabilmente alla disfatta: anche gli ori, gli antichi fulgori di un popolo gagliardo come quello degli Spartani, sono destinati prima o poi a sanguinare e a spegnersi, in un’eterna battaglia con la vita che è un gioco a perdere per tutti. L’orizzonte è tetro e senza via di uscita. In questadébâcleesistenziale si intravede la solitudine disperata di una donna che a breve si suiciderà. Inoltre, non è un caso che si tratti di una lettera. La lettera presuppone un amico, un confidente, un interlocutore fidato, qualcuno capace di ascoltare il suo tormento e che evidentemente non c’è. È forse una richiesta di aiuto inconscia. Emerge la dimensione solipsistica, l’incomunicabilità, di una donna borghese con la pulsione vitale paralizzata dentro di sé che sceglie il suicidio per sottrarsi a una vita mediocre. A un anno dalla morte, Sylvia Plath ha scritto una lettera-poesia, un saluto epistolare,un secretumpoeticamente celato, per confessare l’inconfessabile: quanto si può essere soli.
“Lettera in novembre”
Amore, il mondo
d’un tratto volge, muta colore.
La luce del lampione
alle nove di mattina
si frange
oltre ai baccelli coda-di-topo del laburno.
È l’Artico,
questo piccolo cerchio nero,
con le sue erbe
di seta fulve –
capelli di neonato.
C’è un verde nell’aria,
tenero, delizioso.
Mi protegge amorosamente.
Sono arrossata e calda.
Credo quasi di essere enorme.
Sono stupidamente felice,
i miei stivali di gomma
sciaguattano
su e giù
nel rosso stupendo.
Questa è la mia proprietà.
Due volte al giorno
la percorro,
annusando
il barbaro agrifoglio
con i suoi smerli verdeazzurri,
ferro puro,
e il muro
di antichi cadaveri.
Li amo.
Li amo
come storia.
Le mele sono dorate,
pensa –
I miei settanta alberi
che reggono
i loro globi rosso oro
in una densa e grigia zuppa di morte,
i loro milioni
di foglie d’oro metalliche
che trattengono il fiato.
O amore, o casto.
Nessuno eccetto me
cammina in questo bagnato
che arriva alla cintura.
Gli insostituibili ori
sanguinano e scuriscono,
le bocche delle Termopoli.







