FEDELI, MA ANCHE CUSTODI DEL SANGUE DI S. GENNARO

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Erano le 16,58 del 4 maggio 2024,quando l’abate Vincenzo De Gregorio ha esclamato: “E’ solido”.

Monsignor Domenico Battaglia, il Marchese Pierluigi Sanfelice di Bagnoli e i membri della Deputazione, custodi della reliquia, ed il Sindaco Manfredi, avevano da poco schiuso la cassaforte che custodisce le sacre reliquie del Santo, il suo sangue, posta dietro l’altare della cappella del Tesoro.

Eppure, avvolto nel mistero della Fede, anche stavolta San Gennaro ha fatto il miracolo, ed il sangue si è sciolto durante “la processione delle ampolle”, con i suoi strali di buon auspicio.

Gennaro, Patrono principale di Napoli, è stato un vescovo romano martire cristiano, venerato come santo dalla Chiesa cattolica, che ne celebra il culto il 19 settembre, ma anche da quella ortodossa.

Il “miracolo di maggio” parte dalla cappella del Tesoro nel Duomo di Napoli, e dopo aver percorso via duomo e le altre strade del centro città, si ferma nella basilica di S. Chiara, in memoria della traslazione del sangue dal cimitero posto nell’Agro Marciano fino alle Catacombe di Capodimonte, conosciute ai più anche come “Catacombe di san Gennaro”.

Si ritiene che nel Duomo di Napoli siano conservate alcune ossa del suo scheletro, di concerto a due ampolle che contengono quello che, la tradizione popolare, ritiene sia il suo sangue. Il fenomeno dello scioglimento del sangue, rappresentato ritualmente il sabato precedente la prima domenica di maggio, il 19 settembre e il 16 dicembre, sia da attribuire a miracolo e foriero di buona sorte.

Un santo, martire, con una storia meravigliosa che inizia a Benevento nel272 e termina a Pozzuoliil 19 settembre 305. La figura di Gennaro viene ritenuta fondamentale nell’arresto dell’eruzione del Vesuvio del 1631, avvenuto in coincidenza di una processione in cui le sue reliquie furono portate in processione ed esposte di fronte al vulcano attivo.

Il vescovo di Napoli Giovanni I trasportò fra il 413 e il 431 le reliquie del santo dall’Agro Marciano nelle catacombe napoletane di Capodimonte, le quali assunsero il suo nome e divennero centro di culto. Il principe longobardoSicone Idi Benevento, assediando la città di Napoli nell’831, ebbe a riportare i resti mortali del santo nella sua città natale, e furono deposti nella cattedrale ove rimasero fino al 1154. In quell’anno, il normanno Guglielmo I il Malo provvide a traslarle nell’Abbazia di Montevergine, ritenuta sede più sicura, sebbene i pellegrini che si recavano in quei luoghi erano maggiormente devoti a san Guglielmo e alla popolarissima icona bizantina della Madonna chiamata “Mamma Schiavona”.

Il culto per san Gennaro rimaneva forte a Napoli, anche per la presenza delle altre sue reliquie: il capo e le ampolle con il suo sangue.Carlo II d’Angiò, dopo aver fatto eseguire dai maestri orafi francesi Stefano Godefroy, Guglielmo di Verdelay e Milet d’Auxerre un busto-reliquiario in argento dorato, di notevole valore, per contenere la testa e le ampolle con il sangue del santo, espose per la prima volta la reliquia alla pubblica venerazione nel 1305. Suo figlio Roberto d’Angiò, invece, fece realizzare la teca d’argento che custodisce le due ampolle del sangue.

La prima liquefazione del sangue è attestata il 17 agosto 1389, quando il miracolo si compì durante una solenne processione intrapresa per una grave carestia.

Quando a Montevergine, grazie alcardinale Giovanni di Aragona, furono ritrovate le ossa di san Gennaro, la famiglia dei Carafa si impegnò, grazie all’interessamento del cardinale Oliviero e con il sostegno di suo fratello l’arcivescovo napoletano Alessandro Carafa, affinché le reliquie tornassero a Napoli, la qual cosa avvenne nel 1497. Per ospitarle decorosamente il cardinale Oliviero Carafa fece costruire nel Duomo di Napoli, al di sotto dell’altare maggiore, una cripta in stile rinascimentale di grande pregio, la notaCappella del Succorpo.

A seguito di una terribile pestilenza, che imperversò a Napoli fra il 1526 ed il 1529, i napoletani fecero voto a san Gennaro di edificargli una nuova cappella all’interno del Duomo.

I lavori iniziarono nel 1608 e laCappella del Tesoro di San Gennaro, opera incredibile, venne consacrata nel 1646. Al di sopra del suo splendido cancello realizzato da Cosimo Fanzago, figura l’iscrizione Divo Ianuario e fame bello peste ac Vesaevi igne miri ope sanguinis erepta Neapolis civi patr. vindici (“A San Gennaro, al cittadino salvatore della patria, Napoli salvata dalla fame, dalla guerra, dalla peste e dal fuoco del Vesuvio, per virtù del suo sangue miracoloso, consacra”).

Nel 1633 la città di Napoli, sulla cappella del tesoro, nel suo Duomo scolpiva la sua riconoscenza con la seguente dedica: Divo Jannuario – Patriae, regnique praesentissimo tutelari – grata Neapolis.

Il 25 febbraio 1964 il cardinale arcivescovo Alfonso Castaldo fece la ricognizione canonica delle venerate reliquie: “Le ossa furono trovate ben custodite, in un’ampolla di forma ovoidale che reca dipinta l’iscrizione calligrafica, Corpus Sancti Jannuarii Ben. E.P. Una ricognizione scientifica eseguita il 7 marzo 1965 dal professore G. Lambertini stabilì che il personaggio a cui appartengono le ossa è da individuarsi in un uomo di età giovane (35 anni) di statura molto alta (1,90 m).

Si giunge così al 2024, in questo 4 di maggio.

Durante “la processione delle ampolle”, che ha visto sfilare i copatroni di Napoli col busto e il sangue del santo, qualcuno ha affermato che il sangue si fosse sciolto. L’ufficialità è giunta dopo l’ingresso dei busti argentei dei tanti santi che con Gennaro proteggono la città, con monsignor Battaglia che mostrava alla folla le ampolle, e l’abate Vincenzo De Gregorio che sventolava il tradizionale fazzoletto bianco a sancire il rinnovarsi del miracolo.

L’Arcivescovo di Napoli, Don Mimmo Battaglia, ha tenuto a sottolineare: «Non dimentichiamolo mai che questo sangue è il segno di un sogno di salvezza, di speranza, di fiducia, non è un oracolo da consultare, ma una bussola da seguire perché sempre ben orientata a Cristo, origine e meta del nostro cammino, della nostra storia, della storia del mondo. L’amore è il miracolo più grande del nostro Patrono, la solidarietà evangelica il vero tesoro che ci ha lasciato in dono, la sua capacità di abbandonare perfino la propria sicurezza per soccorrere il fratello prigioniero del male e del dolore è il suo prodigio più prezioso».

Se la data di maggio cambia ogni anno, perché la processione avviene il primo sabato del mese, non cambiano quella di settembre e dicembre, rispettivamente il 19 e il 16. La non liquefazione del sangue è simbolo di cattivo auspicio.

La processione si è svolta sotto l’occhio vigile dei membri della Deputazione del Tesoro sulla Reliquia, in particolare di quello del Marchese Pierluigi Sanfelice di Bagnoli. «In questo importantissimo momento ‒ ha commentato il Marchese ‒ noi siamo qui non soltanto come fedeli, ma anche e più come custodi del sangue. Un tesoro di questa città dal valore immenso. La mia famiglia è al servizio di san Gennaro da 500 anni, e con dedizione, come Deputazione, custodiamo il sangue».

Non a caso nella Chiesa di S. Chiara, malgrado la distruzione dei bombardamenti dell’ultimo conflitto mondialein cui sono andati perduti per sempre la lapide e le relative incisioni dedicatorie e lo stemma del casato Monforte-Sanfelice,nell’anteriore della navata di sinistra vi è il il sarcofago greco,sede della sepoltura postuma alla data della sua consacrazione del duca Sanfelice ed il bassorilievo che ricorda Giustina Monforte, moglie di Fabio Sanfelice morta nel 1855. Sulle tre facce della pietra l’ignoto scultore racconta, in sintesi stupenda, il mito di Protesilao e Laodamia; il grande eroe greco partito per la guerra di Troia ove troverà ad attenderlo la morte.

Una storia di santi e di nobiltà vera, posta a guardia della tradizione cittadina e dei valori cristiani a cui è devota e deputata, con una fede lunga quanto il mito e che non tradisce.

Per dirla come Madre Teresa di Calcutta: “La fede che passa all’azione diventa amore, e l’amore che si trasforma in azione diventa servizio”. 

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