Fiaba e mito ci educano alla bellezza fin dalla notte dei tempi. Non è un caso che in ogni fiaba che si rispetti troviamo principesse, fate, galanteria e nobiltà. L’elemento del bello compare in varie forme, ma è di fatto una costante imprescindibile assieme al brutto, al deforme, al malvagio. Bello e brutto sono come due anelli di una trama elaborata e allegorica, legati a doppio filo, che attraverso il magico, l’irresistibile e l’avventuriero, ci incatenano a una morale. Entrambi sono portatori di un insegnamento, veicolo esperienziale preesistente, mediato dal filtro della fantasia. La fiaba anticipa, il mito impartisce. Entrambi svelano, attraverso il velo di Maya di un reale opacizzato, i nostri inciampi invisibili, i nostri futuri errori, le nostre sciagure imminenti, i nostri sogni reconditi. Ci aiutano, ci salvano, ci guariscono. Ma soprattutto ci mettono in guardia sui potenziali pericoli che si insinuano, inevitabilmente, nel bello e nel brutto. È così che la fiaba ed il mito sono la nostra pedagogiaante litteram.
La bellezza è causa di parecchie sventure nella narrazione mitologica e fiabesca. Fu per bellezza e vanità che scoppiò la Guerra di Troia. Fu per bellezza e vanità che la strega Grimilde tentò di uccidere Biancaneve. L’adagio recitava: “specchio, specchio delle mie brame chi è la più bella del reame?”. La più bella. Una dicitura maligna, gravida di insidie insospettabili e sottese, dove ricorre un superlativo malvagio: chi è la più bella?
La stessa dicitura era incisa sul famigerato “pomo della discordia”, la mela rossa che la dea Eris, risentita per non essere stata invitata alle nozze di Peleo e Teti, lanciò in segno di sfida sul tavolo del banchetto nuziale. Era una sfida tra divinità dell’Olimpo: solo la più bella avrebbe vinto la gara. Tra Era, moglie di Zeus nonché regina degli dei, Afrodite dea della bellezza e Atena dea della saggezza, la scelta era ardua. Com’è noto, il giudizio fu affidato ad un mortale: il giovane Paride, troiano di bell’aspetto, scelse la dea dell’amore a discapito delle altre, per il desiderio irrefrenabile di possedere la donna più bella del mondo. Da questo giudizio scaturì ilcasus bellidella Guerra di Troia: il rapimento di Elena, coadiuvato dalla dea Afrodite, da parte di Paride a danno della Grecia tutta. Bellezza e empietà. Bellezza e sangue. Bellezza e guerra.
La bellezza sì, può essere pericolosa. Eppure, possiede anche un potere curativo. La bellezza guarisce, convalida, migliora. Capace di un potere inesauribile, magico e fagocitante, ha in sé l’identificazione e la voluttà, il piacere e la voglia, la seduzione e la veemenza.
Si pensi alla sindrome di Stendhal: sudorazione, tachicardia e perfino svenimento per un semplice, innocente, atto di osservazione. Il bello distrugge, inghiotte, sprofonda, prima di assurgere alla catarsi dei sensi. Ci ritroviamo in un triangolo delle Bermuda delle emozioni, sconvolti e gratificati. E sebbene si tratti di un’alterazione corporale e psicologica, forte come un torrente in piena, dagli occhi al cuore il passo è breve. La trasfigurazione si compie. Ci innamoriamo. Il cuore muta, straborda, ama in una sacralità eterea, quasi disumana. Un’arte bella da star male. Impariamo l’arte attraverso l’ammirazione estrema e l’emozione coinvolgente. Capiamo la sua immortalità attraverso la nostra arrendevolezza. Di fronte alla maestosità della bellezza ci scopriamo sbugiardati, inermi, mortali. La bellezza si impara così: un’emozione dopo l’altra.
A volte però la strada per apprezzare la bellezza passa attraverso il deforme. Educare al bello attraverso il brutto è un’antica prerogativa fiabesca, ma l’apice di questo ammaestramento è stato raggiunto da Pier Paolo Pasolini.
Anche per lui, come nella fiaba, bello e brutto sono l’uno a servizio dell’altro. Nel Pasolini regista troviamo volti popolani, malformati e storpi, attinti direttamente dalla strada, senza alcuna espressività scenica o competenza recitativa. Volti brutti, ma veri. Volti su cui è possibile cogliere qualche nota estetica, perché dietro quel velo di irregolarità c’è qualcosa che ci sfugge. Pasolini affida al brutto il compito di “bucare lo schermo” e per questo lo riabilita, esortandoci a trovare qualcosa di estremamente bello nel deforme. Il bello viene sacrificato sull’altare del neorealismo per una finalità pedagogica, tutta pasoliniana: inorridire, scandalizzare, scuotere le coscienze. Il pubblico ha bisogno di scendere negli Inferi di una volgarità popolana per affrancarsi da costrutti bigotti e sociali. Il mostro della borghesia si combatte attraverso lo scempio triviale: la volgarità è a servizio dell’accettazione. Questa mancanza di gusto, al limite del kitsch, passa così dall’estetica all’etica: dobbiamo imparare a rompere le catene del perfezionismo apparente e sprofondare nel grido amaro di una libertà vera, sanguigna, becera, brutale, brutta e deforme, ma più autentica dell’estetica di maniera. Perché non c’è niente di più bello che essere liberi! Se in Pasolini il culto del brutto serve a svelare una bellezza liberatoria e rivoluzionaria, il film americano del 1999 “American Beauty” ci esorta invece ad aprire gli occhi. E l’anima.
Il celebre corpo nudo di Mena Suvari immerso in un letto di rose rosse (la cui varietà floreale in natura dà il titolo al film) nasconde un messaggio introspettivo: guardare più da vicino. Lei è una fanciulla accogliente e seduttiva che, tra petali rossi, non desidera altro che essere guardata. Il nostro potere risiede negli occhi. In questa labirintica e intricata vicenda familiare sullo sfondo dell’America degli anni Novanta, tra vite infelici e distrutte, tra materialismo e delusione, noi possiamo guardare meglio. Guardare oltre. Potremmo trovare la bellezza nelle piccole cose, nelle rose rosse, in una busta di plastica trascinata dal vento prima di un temporale invernale. La regia insiste sui fotogrammi sfocati della busta di plastica: c’è elettricità nell’aria, fogliame sparso, e una forza invisibile, benevola, dolce, solleva la busta in una superba danza di suoni emozionanti, di spirali invisibili, di spinte imprevedibili. È tremendamente bello. Eppure la busta passa inosservata tra tanti occhi distratti. Solo un ragazzo con la mania delle riprese amatoriali sembra coglierla nella sua semplicità. Il cuore frana di fronte a tanta bellezza. Ci sentiamo impotenti, succubi di un creato regale e perfetto. Un creato fatto di rose rosse e buste di plastica e, forse, di una bellezza insostenibile. C’è così tanta bellezza nel mondo che nessuno se ne accorge. Questo è il significato più profondo del film. E del resto, come scriveva il poeta boemo Rainer Maria Rilke, la vita in sé è un invito implicito a farsi trascinare, a contagiarsi, ad accogliere. A lasciar entrare dentro di noi una scienza occulta e misteriosa. Il suo componimento poetico recitava:“lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. Si deve sempre andare: nessun sentire è mai troppo lontano”.È il criptico insegnamento del poeta di Praga: la crescita personale è una chiave che si apre dall’interno. Il segreto è farsi trasportare. È lasciare il cuore aperto di fronte all’invasione totalizzante di un caos esistenziale, fatto di una bellezza terrifica e di un costante, ineluttabile, divenire.







