CROTONE– La stretta della ‘ndrangheta sul calcio professionistico calabrese non si allenta. Il Tribunale di Catanzaro haconfermato il commissariamento giudiziario del Crotone Calcio, già disposto nei mesi scorsi su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia. La motivazione:infiltrazioni criminali profonde e continuative nella gestione del club, soprattutto in ambiti delicati come la sicurezza delle partite, il controllo degli accessi allo stadio e la gestione dei servizi esterni.
Al centro delle indagini, lacosca Arena di Isola Capo Rizzuto, una delle più influenti del Crotonese. Secondo gli inquirenti,esponenti diretti del clan e loro prestanome avrebbero ottenuto – con metodi intimidatori e logiche clientelari – appalti e subappaltiper servizi legati al club, aggirando i meccanismi di trasparenza e sfruttando complicità interne.
Nelle 200 pagine dell’ordinanza si parla diuna società calcistica non pienamente consapevole, o forse compiacente, di essere diventata parte di un sistema inquinato. I giudici evidenziano un contesto di “opacità gestionale”, in cui la presenza dei clan non era solo tollerata, ma in alcuni casi integrata in modo strutturale nella vita del club. Gli steward, la sicurezza, gli accessi al “Ezio Scida”:tutto era gestito o controllato da cooperative e soggetti collegati direttamente alla ‘ndrangheta.
Un apparato che – pur restando apparentemente ai margini –condizionava scelte operative, assunzioni e appalti, facendo leva sul radicamento territoriale e sull’intimidazione. La società è stata ritenuta “soggetta a un’influenza ambientale significativa”, tanto da rendere necessaria laprosecuzione della gestione straordinaria da parte dei commissari nominati dal Ministero dell’Interno.
Secondo l’Antimafia, il club veniva usato dalla cosca Arena comestrumento di legittimazione sociale. Apparire legati a una squadra di calcio professionistica – per di più storicamente in Serie B e oggi in C – offriva ai clanprestigio, copertura e opportunità di relazionicon ambienti imprenditoriali e istituzionali. In cambio, la società avrebbe beneficiato della “pace sociale” negli spalti, un falso equilibrio garantito da chi controllava le curve.
Ma dietro il tifo, si celavano interessi ben più pericolosi.
Il Crotone Calcio ha diffuso un comunicato laconico ma rispettoso:
“La società prende atto della decisione del tribunale e conferma la volontà di collaborare con le autorità competenti per garantire un percorso di totale trasparenza, legalità e correttezza.”
Dal giugno 2025, il club è sotto la guida dicommissari nominati per gestire e bonificare la struttura societaria: una misura prevista dal codice antimafia, pensata proprio per evitare lo scioglimento immediato di realtà economiche compromesse, ma ancora salvabili.
Quello di Crotone non è un caso isolato: negli ultimi dieci annidiversi club dilettantistici e professionistici in Calabria, Campania, Sicilia e Puglia sono stati oggetto di indagini antimafia. Il rischio diinfiltrazione attraverso appalti, sponsorizzazioni fittizie o gestione della sicurezzaè una minaccia costante in ambienti dove girano denaro e consenso popolare.







