Il perché e il come: riflessioni sulla caduta di Maduro

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C’è una felicità difficile da nascondere nel vedere cadere un dittatore sanguinario, responsabile di anni di repressione, miseria e violenza. La deposizione di Nicolás Maduro, per molti venezuelani e per una parte dell’opinione pubblica internazionale, è prima di tutto una liberazione. Ed è proprio da qui che torna attuale Nietzsche, quando scrive: «Chi ha un perché abbastanza forte può superare qualsiasi come».

C’è una soddisfazione reale, quasi fisica, nel vedere deposto un tiranno che ha lasciato dietro di sé prigioni politiche, fame e migrazioni di massa. Quel sollievo collettivo è il perché: forte, emotivo, apparentemente incontestabile. Ed è proprio quel perché che consente di accettare – o quantomeno di non guardare troppo da vicino – il come con cui gli Stati Uniti hanno deciso di intervenire.

Dal punto di vista americano, il come è spesso una variabile sacrificabile. Washington ha sempre mostrato una notevole elasticità quando si parla di diritto internazionale, sovranità degli Stati, vittime collaterali e mandati multilaterali. Tutti elementi che contano, certo, ma solo finché non intralciano obiettivi ritenuti superiori. E allora la vera domanda non è se Maduro fosse un tiranno – lo era – ma quali siano i reali perché americani, quelli che rendono superabile qualsiasi come.

Le “ragioni giuste” agli Stati Uniti non sono mai mancate e, quasi sempre, sono state le stesse: petrolio, interessi economici, controllo strategico di aree chiave. Il tutto rivestito da narrazioni più nobili e spendibili, come l’esportazione della democrazia o la lotta al narcotraffico, formule utili a rendere più accettabile ciò che altrimenti apparirebbe per quello che è: un mero intervento di forza, discutibile esattamente come quelli messi in atto da altre superpotenze.

Il copione non è nuovo e basta tornare indietro di qualche decennio per riconoscerlo. Nel 1989 un’operazione militare americana, significativamente denominata Just Cause, “Giusta causa”, portò all’arresto di Manuel Noriega, uomo forte di Panama e per anni alleato di Washington. Anche allora l’accusa era traffico di droga, la stessa che oggi pende su Maduro. Noriega fu trasferito negli Stati Uniti, processato e condannato, ma quel procedimento venne definito da numerosi osservatori internazionali e giuristi come una farsa giudiziaria, più politica che giuridica, costruita a posteriori per legittimare un’invasione militare il cui esito era già stato deciso. Le vittime civili, il diritto internazionale ignorato e l’assenza di un vero mandato multilaterale finirono rapidamente sullo sfondo.

Il Venezuela del 2026 sembra ricalcare la stessa logica. L’operazione americana, culminata nel blitz che ha portato alla cattura di Maduro e di sua moglie, è stata presentata come un’azione di law enforcement contro un narcotrafficante di alto livello. Ma, come hanno sottolineato analisi di Reuters e del New York Times, si è trattato di un’operazione militare su larga scala, condotta senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e senza un chiaro mandato del Congresso statunitense. Come se non bastasse, anche sul fronte del narcotraffico permangono molte ombre: il Rapporto Onu sulle droghe 2025 menziona appena il Venezuela, affermando che solo una frazione marginale della produzione colombiana attraversa il paese nel suo percorso verso Stati Uniti ed Europa.

Secondo le Nazioni Unite, il Venezuela ha consolidato la sua posizione storica di territorio libero dalla coltivazione di foglia di coca, marijuana e simili, così come dalla presenza strutturata di cartelli criminali internazionali. La stessa reale esistenza del cosiddetto cartello de Los Soles è messa in dubbio da numerosi osservatori indipendenti.

Il doppio standard emerge in modo ancora più evidente se si guarda a un altro caso recente. Donald Trump ha concesso la grazia a Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras, condannato negli Stati Uniti a 45 anni di carcere per narcotraffico e legami con i cartelli. Stesse accuse, stesso tribunale federale, esito opposto. Hernández, alleato politico di Washington nella regione, è tornato libero, mentre Maduro, nemico geopolitico e guida di un paese con le maggiori riserve petrolifere del mondo, è stato catturato con le armi. Una contraddizione che Time e Foreign Affairs hanno definito imbarazzante, perché smaschera la selettività morale della guerra alla droga quando entra in gioco la convenienza politica.

È dunque legittimo gioire per la fine di un regime che ha affamato il proprio popolo e represso ogni dissenso. Ma è proprio in quel momento di sollievo che la domanda sul come diventa inevitabile. Perché la storia insegna che, quando il fine giustifica sempre i mezzi, il confine tra liberazione e abuso si assottiglia pericolosamente, e la “giusta causa” rischia di essere, ancora una volta, solo un nome efficace per interessi molto meno nobili.

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