Frankenstein: la creazione tra sangue e poesia

Data:

Condividi:

Guillermo Del Tororiadatta il romanzo gotico diMary Shelley, ampliandone i significati e le interpretazioni, con un doppio punto di vista che divide il film in due parti uguali: una è la narrazione dal punto di vista del Dottor Frankenstein, l’altra è la narrazione del mostro da lui creato.

Guillermo Del Toro firma così una rilettura cupa, e potentemente simbolica, dell’anti-mito per eccellenza: l’uomo che vuole farsi Dio. Il film ruota attorno a delle domande radicali: che cosa rende umano un essere vivente? Cosa definisce un uomo: la carne, la mente, lo spirito, la parola, l’amore?
Victor Frankenstein – nome evocativo, dal latino “il vincitore” – incarna l’arroganza prometeica dell’uomo moderno: vuole dominare la vita, superare il limite, sconfiggere la morte, trasformando la scienza in atto dihybris. La sua mostruosità non è nella carne che assembla, ma nel delirio di onnipotenza che lo spinge a “giocare a fare Dio”. Come Prometeo, la sua mirabile scoperta sarà eccelsa e pericolosa.
Del Toro lo ritrae come un genio romantico consumato dal dolore: segnato da un padre severo e anaffettivo, ferito dalla perdita della madre, sceglie la via dell’Angelo Oscuro, la negazione del limite, la superbia di chi crede di poter vincere la morte con le proprie forze. È la versione nera dell’arcangelo Gabriele a suggerirgli la strada e lui la sceglie consapevolmente, convinto di avere la scienza dalla sua parte, mescolata con una fede malevola. Una riflessione filosofica sul suo operato recita:“solo i malvagi giocano ad essere Dio”.Ma si rivelerà incapace di gestire- finanche di amare- la sua stessa creazione: troppo potente, aldilà delle sue umane capacità, Victor detesta la Creatura. La ritiene senza cervello, lenta, mostruosa, incapace di evolversi cognitivamente.

La Creatura: desiderio di amore e di parola
Nonostante la deformità, la Creatura è il personaggio più profondamente umano del film. È “nuova”, e proprio per questo il suo spirito appare semplice, ingenuo, istintivo: conosce la paura prima dell’amore, la collera prima della speranza. Si misura con tutto lo spettro delle umane emozioni, a cominciare dalla rabbia. Del Toro mostra come la rabbia, se non abitata dall’amore, diventi distruttiva; ma se riconciliata, può trasformarsi in energia vitale. È un richiamo alla saggezza antica: l’ira non va soppressa, ma governata.
La svolta arriva quando la Creatura viene trattata con gentilezza e impara a parlare. Come un bambino, procede nella vita un insegnamento alla volta, scopre la crudeltà del mondo, la superbia del suo creatore, la vulnerabilità, la spiritualità e l’amore. Mentre impara, si apre un varco nell’idea in sé di creazione: legge la Bibbia, scopre la Genesi. Ritrova un senso nel mondo come opera di Dio, e non dell’uomo.

L’amore per Elizabeth e l’amicizia maieutica con l’anziano cieco nella casa del bosco, sono i primi veri atti della sua nascita: attraverso i simboli (la foglia donata all’amata) e il linguaggio, inizia a diventare uomo. Come se simboli e parola – in senso umano e quasi sacramentale – potessero guarire la frattura tra creatore e creatura. Così Victor Frankenstein, che avrebbe dovuto rappresentare l’uomo, incarna invece l’umanità disumanizzata, e la Creatura, che avrebbe dovuto rappresentare la mostruosità, incarna l’amore, la parola, la vita stessa. La vita buona. Quella che procede un passo alla volta.

Speranza e fortezza: l’umano che resiste
Del Toro intreccia temi esistenziali sorprendentemente complessi: speranza, perdono e riconciliazione costituiscono il vero cammino dell’umanizzazione. La Creatura attraversa la paura, domina l’ira, sopporta la ferita dell’abbandono, impara che la parola e l’amore, acquisendo un’umanità sempre più grande. È la crescente umanizzazione della Creatura a trasformare la violenza in consapevolezza. La forza non è più aggressione, ma capacità di costruire e custodire la propria umanità. Ed è una forza buona, consapevole, che si contrappone alla brutalità crudele e cieca della forza per la sopravvivenza che, in tante scene, pervade tutto il film. Una forza bruta e animalesca, contrapposta a una forza meditativa e umanizzata.

La riconciliazione: un cuore spezzato che continua a vivere
Il cuore del film è il confronto finale tra padre e figlio, tra Creatore e Creatura:«Il cuore si spezzerà; e spezzato continuerà a vivere.» È questa la frase diLord Byronche chiude il film. Vivere vuol dire ferirsi. Ricevere colpi al cuore. E, nonostante questo, andare avanti. Rinnovarsi. Sempre. In un ciclo eterno e inarrestabile di vita. È questa la vera sconfitta della morte.
Victor, ormai consunto dal rimorso, riconosce la propria colpa:“La mia vita è stata un’onda di marea che ti ha portato qui e ora porta via me, lasciandoti incagliato.”
La Creatura, nel dolore ripercorre la propria storia e arriva finalmente alla parola che salva:«Victor, io ti perdono».
In quel perdono – che è insieme umano, spirituale e narrativo – entrambi diventano finalmente uomini.

 

Un finale poetico

È nel ghiaccio a perdita d’occhio che si risolve la vicenda di Victor e della sua Creatura. Tra ghiaccio e sangue si consuma l’alba di un nuovo giorno. Il volto della Creatura, pervasa finalmente di serenità, è irradiato da una nuova luce nell’oro di un mattino che sorgerà in eterno. È la vita che, indifferente nei confronti dei giochi di potere dell’umana stirpe, imperterrita…continua. Rischiarata, illuminata, profetica.
Guillermo Del Toro firma un film cruento, spirituale, profondamente umano. Meritevole di una standing ovation al festival di Venezia, con performance attoriali da brividi:Oscar Isaacbravissimo nell’interpretare uno scienziato delirante e narciso,Mia Gothè una Elizabeth sensibile e dolce,Jacob Elordiè la Creatura più possente della storia del cinema, abitata da silenzi espressivi e occhi pieni di paura, tra inserti di pelle e abiti consunti.
E’ un’opera cruda e oscura, ma insieme simbolica ed evocativa: un racconto sulla creaturalità, sul delirio di onnipotenza, sulla riconciliazione con le proprie ombre. Frankenstein diventa la parabola dell’uomo che tenta di sottrarsi al limite, ma che, in ultima analisi, ritrova sé stesso solo nell’accettazione del limite e nella riconciliazione con le proprie ferite. Un’Odissea interiore, una favola di vita e di morte, tra ghiaccio, sangue e poesia.

 

Articoli Correlati

Draghi comprende gli studenti in piazza: “I giovani credono che la loro voce non conti”

Draghi: le vere cause delle proteste giovanili e il nodo del debito francese Mario Draghi individua nel "blocco delle...

Caos autotrasporti, l’allarme da Campania e Puglia: “Imprese al collasso, servono soluzioni immediate”

Sciopero degli autotrasportatori: Sud Italia paralizzato, allarme imprese e intervento del Viminale La protesta degli autotrasportatori continua a stringere...

Campania, tir in protesta: a rischio farmaci e rifiuti

Gli effetti della protesta degli autotrasportatori contro il caro carburanti non si fermano più a scaffali vuoti e...

Trump minaccia il ritiro: “Se l’Europa cede sui migranti, noi ce ne andiamo”

L'ultimatum di Donald Trump all'Europa sull'immigrazione Gli Stati Uniti sono pronti a ritirarsi dall'Europa se il Vecchio Continente dovesse...