Fin dai primi di dicembre un piccolo paese dell’Irpinia si gode l’arrivo dei suoi figli emigranti. All’Immacolata, in ogni casa si allestisce il presepe. Momento magico, soprattutto in quelle case dove ci sono bambini. Il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, la notte si trasforma in giorno. Alle quattro del mattina, infatti, sono tutti a correre in chiesa dove c’è da occupare i posti a sedere della prima fila. Un gruppo di uomini segue fin su in cima al campanile. Si va per spingere con lunghe funi le due campane di bronzo del Settecento: bisogna dare la sveglia ai ritardatari, c’è da mandare un segnale ai paesi confinanti in modo che tutti sanno che la Novena sta per avere inizio.
Fa un freddo cane. Un vento di tramontana taglia la faccia. Di tanto in tanto arriva in cima al campanile un ragazzo col caffellatte caldo. Anche un qualsiasi indumento di lana è buono per proteggersi. Ci si sfrega le mani. Guai ammalarsi. Non si può. C’è da far nascere un bambino e non si tratto di uno qualunque. E poi c’è che, in questo paese, di polmonite si muore, purtroppo.
In chiesa si respira un’aria di attesa. Non si sente volare una mosca. Frattanto, le solite due zitelle, innamorate senza averlo mai confessato, del parroco, sono a distribuire “Quanno nascette Ninno”, testo di Sant’Alfonso dei Liguori”, del 1754.
Di tanto in tanto spunta un cero, poi un altro… c’è da aspettare che ai finestroni il cielo albeggi. Altri momenti di attesa. La Madonna sul piedistallo di fianco l’Altare Maggiore, con in mano un lenzuolo bianco, riempie i cuori di attesa.
Aria mistica, solenne. Arriva il momento di dare il via ai canti: “Vieni a fa la nonna…” qui “Tu scendi dalle stelle” l’hanno imparata tutti a memoria; all’improvviso, dal fondo della navata si leva un coro di voci che sale fino in cielo. L’emozione è grande. Piovono le prime lacrime. Bambiniellu miu, mmo’ ca vieni a nascere, fammi sta grazia; tu lossai ‘ca all’estero nun si riesce cchiù a campà senza ‘e figghi!”, dice uno di questi emigranti e padre di famiglia. Bambinieee… f’ambressa a nascere ‘ca teng fame, dice uno dei ragazzi che sta a tirare le vesti alla madre. Immagini che ti prendono l’anima. Si accendono le luci. Si dà inizio alla Santa messa. Al termine si riprende con “Quanno nascette Ninno”. Lentamente la chiesa si svuota.
Tutti hanno fretta di rientrare. In casa c’è da accendere il camino. C’è da sistemare i letti, da mungere la vacca, da governare il maiale, le galline; c’è da preparare la ciotola di latte per i ragazzi. Gli anziani sono sempre gli ultimi ad arrivare; dopo aver salutato i loro compari, corrono a sedersi accanto al fuoco. Ed è quello il momento della riconciliazione con se stessi e con il loro mondo contadino. In quella cucina ora si respira un sapore d’altri tempi: davanti al camino, l’emigrante in particolare scopre se stesso, per qualche altro rimasto in paese fa i conti con quel poco che gli rimane. La terra. Difatti, il male di questa terra ristagna tra speranza e non-speranza. L’aspirazione di questi figli, quindi, rimane un guardare lontano, è quello di scavare nella coscienza di ognuno uno status storico che caratterizza la gente del sud, vecchio quanto il mondo, quello di voltare le spalle a un destino predestinato, già scritto.
Per l’emigrante, quindi, questo tornare ogni anno a Natale si trasforma in bisogno che poi è quello di non dover mai staccare la spina con i propri affetti, col proprio passato, consapevoli quindi dei luoghi di appartenenza senza i quali ci si accorge di non essere mai nati, di non aver mai vissuto l’infanzia, la giovinezza, tutto l’amore versato per la propria donna, questa loro terra.
Eppure, il paese, agli occhi del forestiero, è uno spettacolo. L’intero Sud è uno spettacolo bellissimo; da qualche tempo, però, lo stanno devastando, con la cementificazione il territorio mostra le sue ferite. Le vedove restano murate in casa. Addio terra. Addio figli. A nulla serve che la terra canti mille volte al giorno il suo dolore; che per gli anziani il Natale si trasformi in tempo di riconciliazione.
Ancora una notte e questo “Bambiniello” di nome Gesù rimarrà in vita nel cuore di pochi, dei ragazzi soprattutto a cui si dà il tempo di crescere e una volta raggiunta la maggiore età di salire su un treno: destinazione la Fiat di Torino o l’estero.
Ma oggi è Natale. Giorno speciale. Atteso per un intero anno. Al mattino tutti in chiesa a farsi la comunione. A mezzogiorno la padrona di casa dà l’ultimo tocco alla tavola. La cognata, che non aveva mai smesso di sperare nel ritorno del marito, dichiarato disperso sul Fronte Russo, cerca, con la sua solita apatia, di rendersi utile nella preparazione della lasagna, pronta per essere infornata; altre mani sono a mettere da parte il cappone con il brodo, il classico capitone da cuocere sui tizzoni roventi; c’è da tirar fuori la miglior soppressata, le castagne, mostaccioli, torrone, la classica torta margherita preparata la sera prima dalla nonna, e vino in abbondanza.
A fine pranzo, l’immancabile regalo per bambini, il momento più atteso, e lunghe discussioni sulle cose fatte e su quello da programmare. Un altro anno è alle porte. A gennaio si riparte col preparare la terra per la semina.
Immancabili i racconti accanto al fuoco. A sera, i vecchi con i soliti racconti di guerra: storie di tutti i giorni, dei loro cari venuti a mancare durante l’anno, di tutti quegli emigranti che per vari motivi non erano riusciti a liberarsi dai propri impegni di lavoro e quindi rivederli se ne sarebbe parlato l’anno a venire. Momenti davvero molto tristi.
All’indomani, il paese si riprende il suo quotidiano mortorio; per l’emigrante è tempo di risalire sul solito treno, nella valigia di cartone vi aggiunge altri sogni che non potrà mai realizzare.




