Anno Domini 1500, Perugia, Umbria. Domenica 28 giugno le nozze tra Astorre, figlio di Guido, patriarca della famiglia Baglioni che governa Perugia, e Lavinia Colonna, celebrate con grande sfarzo sul Colle Landone, richiamano nobili e ospiti da tutto il Centro Italia. I festeggiamenti sono sontuosi, Simonetto Baglioni, cugino dello sposo, spende almeno sessantamila fiorini per far risplendere la città di paramenti, addobbi, ristrutturazioni di strade e facciate. La sposa con il suo ricco seguito di servitori entra in città da Porta Sant’Antonio indossando un abito ricamato d’oro e con i capelli intrecciati con perle. La festa comincia a Piazza di Santa Maria dei Servi e prosegue il giorno seguente presso Porta Sole e Porta Santa Susanna, tra musica, fiori, un lauto banchetto, frutta e vino. Durante la notte si scatena un temporale che spaventa i più superstiziosi ma la gioia è tanta e nessuno ci fa caso. Gli sposi vengono ospitati nel palazzo del cugino Grifonetto e si godono la luna di miele.
Nella notte fra martedì 14 e mercoledì 15 luglio 1500 uno degli invitati, Carlo di Oddo detto il “Barciglia”, cugino dello sposo, mette in atto una congiura per prendere il potere in città eliminando in un colpo solo tutti i familiari radunati per il matrimonio. Sobillatore della congiura pare sia Giulio Cesare Varano, signore di Camerino, mosso da invidia verso i suoi nobili parenti perugini che manipola Carlo, che trascina dentro il cognato Girolamo della Penna e Filippo di Braccio, parente “bastardo” in quanto di padre ignoto. La data scelta è quella del ritorno di Giovanni Paolo da Todi, celebrata con una Messa del perdono e dell’indulgenza alla chiesa di Santa Lucia.
Tra gli altri parenti, il Barciglia coinvolge anche il ventiduenne Grifonetto Baglioni, per discendenza legittimo erede della città – descritto dal cronista Maturanzio come «di bellezza un altro Ganimede e quasi più ricco che alcun altro» – insinuando che la sua giovane sposa Zenobia Sforza avesse una tresca con suo cugino Gian Paolo, nipote di Guido e notorio seduttore, uno degli aspiranti successori alla signoria di Perugia.
I cospiratori assegnano un assassino accompagnato da quindici uomini per ciascuna delle vittime designate, mentre altri quindici si sarebbero appostati fuori dalla porta. Una grossa pietra viene lanciata dal palazzo di Guido Baglioni: è l’inizio della mattanza.
Gismondo, suo padre Guido Baglioni e il cugino Simonetto Baglioni, fratello di Gian Paolo, lo sposo Astorre vengono trucidati con inaudita ferocia: nonostante il tentativo di Zenobia di fargli scudo con il proprio corpo, Astorre viene trapassato da Filippo di Braccio che gli apre il petto e gli strappa il cuore che addenta, come una bestia. I congiurati, entrati nella casa di Gian Paolo Baglioni agli ordini di Grifonetto, forse per un pentimento di quest’ultimo, o forse per averlo confuso nel buio con il suo paggio, gli lasciano il tempo di mettersi in salvo. Scappato nudo sui tetti, Gian Paolo attraversa Porta Eburnea e si rifugia alla Sapienza Nuova, il collegio adiacente alle case della famiglia, da cui esce per raggiungere Marsciano e chiedere aiuto all’amico e condottiero di ventura Vitellozzo Vitelli.
All’alba del 15 luglio i congiurati si presentano al popolo e alle magistrature perugine come i liberatori dalla tirannide, ma per mancanza di consensi il loro potere dura un solo giorno. Il popolo, fedele alla casata dei Baglioni rifiuta ogni proposta o provvedimento e ricompone pietosamente i cadaveri di Simonetto e Astorre.
Alla testa delle truppe di Vitellozzo, Gian Paolo rientra in città dopo soli due giorni da Porta San Costanzo, oltrepassa Porta San Pietro, acclamato dai cittadini. Carlo il Barciglia e Girolamo della Penna si danno alla fuga. Al quadrivio di Santa Croce, vedendo uno sconosciuto montare la cavalla di Astorre, Gian Paolo gli mozza la testa con un colpo di spada. È l’inizio della vendetta.
L’unico superstite dei congiurati è Grifonetto che divorato dal rimorso, va incontro a Gian Paolo, il quale per non macchiarsi le mani del sangue di un congiunto, lo fa uccidere dai propri soldati, guadagnandosi l’appellativo di “pubblico parricida” con cui lo definisce Machiavelli. Il corpo viene lasciato alle cure della madre Atalanta e della moglie Zenobia che ne raccolgono l’ultimo respiro. In un moto di pietà, le truppe evitano di farne scempio e si dirigono a Piazza del Duomo, riprendendo il potere in città.
La vulgata vuole che Raffaello, che era a bottega da Pietro Vannucci detto il Perugino – di cui proprio nel 2023 cade il cinquecentesimo anniversario della morte – abbia eseguito degli schizzi del corpo di Grifonetto accolto dalla madre Atalanta (e che questi schizzi abbiano ispirato la Pietà di Michelangelo, ma questo dettaglio fa parte dell’aneddotica popolare). «Portato è in piazza su la bara, ad ore ventidue, come Astorre! Il grido ostile tacesi a un tratto. Ecco la giovenile madre china sul figlio che si muore.», descrive la scena Gabriele D’Annunzio. «Era di una tale bellezza che quando giacque morente nella piazza gialla di Perugia» – riporta Oscar Wilde ne Il ritratto di Dorian Gray – «coloro che l’avevano odiato non potevano trattenere le lacrime e Atalanta, che l’aveva maledetto, lo benedisse.».
Commissionata da Atalanta Baglioni come omaggio al figlio Grifonetto, ritratto nel giovane che sostiene le gambe del Cristo, la Deposizione, detta infatti Pala Baglioni, ritrae Zenobia Sforza moglie di Grifonetto come Maria Maddalena e la stessa Atalanta come la Madonna. L’opera è firmata e datata in basso a sinistra: RAPHAEL-URBINAS-MDVII. La collocazione originaria della Pala fu la cappella dei Baglioni nella chiesa di San Francesco al Prato di Perugia. Nel 1608 raggiunse Roma su richiesta del pontefice Paolo V, che la donò al nipote Scipione Borghese. Oggi è conservata alla Galleria Borghese di Roma. Per placare le proteste dei perugini, il cardinale affidò al Lanfranco e al Cavalier d’Arpino la realizzazione di due copie del dipinto. Fatto trasportare a Parigi da Camillo Borghese nel 1809, il dipinto rientrò a Roma sei anni dopo.
Le Nozze Rosse vengono ricordate ogni anno da compagnie di rievocazioni storiche.
All’episodio lo scrittore e storico d’arte Vincenzo Agostini ha dedicato un monologo poetico – che chi scrive ha avuto il piacere di recitare alla Rocca Paolina per l’ottocentesimo anniversario dell’adozione del Grifo come simbolo della città di Perugia.
LAMENTO DI ATALANTA SULLA MORTE DI GRIFONETTO BAGLIONI
Le nozze di sangue; fu allora che l’odio divampò fra le piazze
d’ocra dipinte.
Il sacrificio del Dio, il canto gridato.
Pugnalate ben centrate, ondate su ondate,
trafissero un cuore nel giorno desideratissimo.
Un delirio morboso, struggente frutto sublime, dilaga
in fiamme sul giovane seme.
La furia cieca, solo ornamento: fuso come dolci zuccherati
dalla vendetta.
L’orrore ghermì la rossa bocca.
Stenta ad esalar l’ultimo sospiro, un dolce vento sulle fauci della folla.
L’ultimo fremito di ciglia, riflette un raggio di sole che le orla
sul bordo.
Grifonetto è morto.
E la città, spina su spina si volge perdutamente al rimorso,
ruina sul bel giovane, perdona il cadavere raggiante.
Sbrana con gli occhi sfocati, l’ombra ormai, rischiarata da
peluria di pesca.
I grifoni, emblema e stemma del giovane Baglioni
giurano castighi, affilano grifagni i ganci, fra i muffiti
ambienti antichi.
L’oppio perduto in terra, tutta la dolcezza donata
ha generato un’assonanza di cuori, sulle magnifiche scaglie.
Grifonetto è morto.




