Rileggi “L’Amore ai tempi del Colera”, il bellissimo romanzo di Gabriele Garcia Marquez e ti viene in mente l’Amore al tempo del Lanzara, non solo per assonanza, ma per quel filo rosso che collega il tema dell’Amore ritrovato, in una coppia che sperano che quell’ultima serata insieme non finisca mai, e l’Amore, appena sbocciato, di una giovane coppia, fatto di rispetto e di ammirazione reciproca.
Alla fine degli anni ’50, il luogo di incontro della buona borghesia avellinese era l’ampio spazio del marciapiede antistante il “Caffè Lanzara” per discutere di politica, letteratura, cinema, attualità. L’Irpinia dell’epoca, già nota a livello nazionale per la presenza di Sullo, Scoca e di quella, in realtà meno illuminata, di Amatucci, era diventata un laboratorio politico con i ‘magnifici sette’ della ‘Sinistra di base ‘ il cui organo di informazione era un settimanale, stampato nella Tipografia Pergola di piazza Solimene, chiamato “Cronache irpine”, per richiamare l’esempio di “Cronache sociali”, il giornale di Dossetti, Fanfani e La Pira. Attorno al settimanale si riunirono Ciriaco De Mita, Nicola Mancino, Gerardo Bianco, Giuseppe Gargani, Salverino De Vito, tutti destinati a un’importante carriera politica. Alla macchina del giornale c’erano i giornalisti Antonio Aurigemma, Gianni Raviele e, soprattutto, Biagio Agnes, all’epoca corrispondente da Avellino della Rai che, nel giro di vent’anni, ne sarebbe diventato direttore generale.
Era il caffè frequentato, solo per fare qualche esempio, da intellettuali quali, in ambito letterario, Carlo Muscetta, o in ambito cinematografico, Camillo Marino, fondatore del ‘Laceno d’oro’, scrittori come Giovanni Pionati, ricordato come eccellente Sindaco del periodo del terremoto oltre che per una bella pubblicazione su Avellino, giornalisti come Angelo Scalpati e Faustino Grimaldi e tanti altri esponenti della intellighenzia provinciale, che non disdegnavano l’impegno politico al servizio della collettività.
Torno all’Amore.
Mio padre mi raccontava spesso che erano soliti fare una passeggiata per il Corso, passando quindi davanti al Caffè Lanzara, una coppia di giovani sposi molto belli ed attraenti oltre che eleganti nel vestire e nel portamento.
Erano l’espressione di due persone innamorate.
La bellezza ed il fascino della donna non passavano inosservati agli avventori del caffè e, non di rado, c’era qualche brusio o qualche impercettibile commento.
Al che il marito, togliendosi il cappello e rivolto alle persone sedute, esclamava a voce alta: “Grazie, è mia moglie” e, rimettendo il cappello, proseguiva nella passeggiata.




