Un barlume di speranza per la battaglia di libertà di Julian Assange si è manifestato attraverso la decisione dell’Alta Corte di Londra, sebbene tale apertura sia limitata, suscettibile di essere ribaltata e di certo non priva di incertezze.
La giustizia britannica ha lasciato parzialmente accesa la speranza del giornalista e attivista australiano di 52 anni, incarcerato da cinque anni nel cupo carcere di massima sicurezza di Belmarsh a Londra, di evitare l’estradizione negli Stati Uniti che lo ha perseguitato senza sosta per quasi tre lustri, accusandolo di aver diffuso documenti riservati del Pentagono e del Dipartimento di Stato, rivelando anche informazioni imbarazzanti, compresi presunti crimini di guerra in Afghanistan e Iraq.
Il verdetto dell’Alta Corte, atteso da un mese dopo le udienze di febbraio, ha ribaltato la precedente decisione riguardante l’ammissibilità di un estremo appello presentato dalla difesa del cofondatore di WikiLeaks. Tuttavia, la discussione sulla sostanza del caso è stata fissata per il 20 maggio. I giudici Victoria Sharp e Adam Johnson hanno espresso la possibilità di tornare sui loro passi se le autorità americane e britanniche riusciranno nelle prossime tre settimane a fornire garanzie più solide e vincolanti. Queste dovrebbero includere un impegno formale a non condannare Assange a morte, benché tale esito sia considerato altamente improbabile e rappresenterebbe una vergogna internazionale. I giudici hanno riconosciuto alcune delle preoccupazioni sollevate dalla difesa riguardo alla sicurezza e ai diritti fondamentali di Assange, richiedendo quindi rassicurazioni specifiche sul trattamento che riceverebbe negli Stati Uniti e sulla protezione della libertà di espressione garantita dal Primo Emendamento della Costituzione americana.
Di conseguenza, i termini della procedura britannica sono temporaneamente sospesi, evitando che l’estradizione diventi esecutiva entro 28 giorni, come previsto. Tuttavia, resta il timore di un possibile trasferimento negli Stati Uniti, dove Assange rischia una lunga pena di carcere, fino a 175 anni secondo i suoi sostenitori, sebbene rappresentanti americani abbiano negato questa eventualità. Inoltre, preoccupano le condizioni di salute del giornalista, gravemente provato dai dodici anni trascorsi in isolamento, prima nell’ambasciata dell’Ecuador e poi in prigione.
Alcuni sviluppi recenti, inclusi segnali di un possibile patteggiamento che porterebbe alla liberazione di Assange, offrono qualche speranza. Tuttavia, l’avvocata Jennifer Robinson ha sottolineato la mancanza di fiducia nelle garanzie fornite dagli Stati Uniti, mentre la moglie di Assange, Stella, si è mostrata scettica riguardo alla possibilità che i giudici revochino l’autorizzazione all’appello sulla base di una semplice dichiarazione politica degli Stati Uniti. In conclusione, sebbene ci sia un lieve spiraglio di speranza per Assange, la sua battaglia legale continua ad essere un’incerta lotta per la libertà e la giustizia.







