Torino: Il lavoro non dovrebbe uccidere. Invece…

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C’è una parola che ritorna troppo spesso nelle cronache italiane: routine. Andrea Cricca stava svolgendooperazioni di routinequando ha perso la vita. Venticinque anni, un lavoro agricolo, una sera come tante in un’azienda diBrusasco, nel Torinese. Routine, appunto. Ed è forse proprio questa parola a rendere la tragedia ancora più insopportabile.

Andrea è mortoincastrato in un macchinario per sminuzzare il fieno, un carro autocaricante. Un attimo, una manovra sbagliata o una perdita di equilibrio, e la macchina non gli ha lasciato scampo. I colleghi lo hanno trovato senza vita. Il personale del 118 è intervenuto per soccorrere la madre, colta da un malore. Una scena che non appartiene solo alla cronaca nera, ma alla coscienza collettiva di un Paese che continua a contare i morti sul lavoro come se fossero una statistica inevitabile.

Andrea Cricca, residente aMonteu da Po, è laseconda vittima sul lavoro del 2026 nel Torinese. Due morti in meno di un mese. Due vite spezzate mentre si lavorava.

Il settore agricolo è tra quelli a più alto rischio in Italia. Macchinari pesanti, spesso datati, ambienti di lavoro isolati, turni lunghi, condizioni climatiche difficili. Eppure, nell’immaginario collettivo, l’agricoltura resta associata a un’idea quasi romantica del lavoro: la terra, la fatica “vera”, il sacrificio. Una narrazione che finisce pernormalizzare il pericolo, trasformandolo in qualcosa di accettabile.

Ma non c’è nulla di accettabile nel morire a 25 anni per svolgere un’operazione ordinaria. Non c’è nulla di inevitabile in un macchinario che diventa una trappola mortale.

Ora spetterà aicarabinieri della compagnia di Chivassoe agli ispettori delloSpresal dell’Asl To4ricostruire la dinamica dell’incidente. Capire se tutte le misure di sicurezza fossero attive, se il macchinario fosse a norma, se Andrea fosse stato adeguatamente formato, se lavorasse da solo, se ci fossero dispositivi di arresto automatico.

Sono domande tecniche, ma dietro ciascuna c’è una questione morale. Perché ogni morte sul lavoro non è solo una tragedia individuale: è unfallimento del sistema di prevenzione, un punto interrogativo sulle priorità reali di chi produce, controlla, legifera.

In Italia si parla molto di sicurezza sul lavoro dopo ogni incidente. Poi, lentamente, il tema scivola ai margini. Le aziende più piccole, come molte realtà agricole, spesso faticano a sostenere i costi della messa in sicurezza, della formazione continua, dell’aggiornamento dei macchinari. Ma la sicurezza non può essere un optional, né una voce sacrificabile di bilancio.

Prevenzione significa investire prima, non piangere dopo. Significa fermare una macchina se non è sicura, anche a costo di rallentare la produzione. Significa non lasciare mai soli i lavoratori davanti a mezzi potenzialmente letali. Significa considerare la vita come il primo valore economico.

Il fatto che il 118 sia dovuto intervenire anche per la madre di Andrea dice più di mille parole. Ogni morte sul lavoro ha un’onda lunga: famiglie distrutte, genitori che sopravvivono ai figli, comunità che perdono giovani braccia e giovani speranze.

Andrea non è morto per imprudenza. È morto lavorando. E questo dovrebbe bastare per indignarsi.

La parola “incidente” suggerisce casualità, destino, sfortuna. Ma quando le morti sul lavoro sonoquotidiane, quando colpiscono sempre gli stessi settori, le stesse età, le stesse mansioni, non siamo più nel campo del caso. Siamo nel campo delle scelte.

Scelte politiche, economiche, organizzative. Scelte di chi decide che si può rischiare un po’ di più per risparmiare un po’ di tempo o di denaro. Scelte che raramente pagano chi le prende, ma quasi sempre chi lavora.

Andrea Cricca aveva 25 anni. Aveva davanti una vita intera. Non è morto per eroismo, non è morto per imprudenza, non è morto per destino. È morto perché il lavoro, ancora oggi in Italia, può uccidere.

E finché questa verità non verrà affrontata senza ipocrisie, continueremo a leggere nomi, luoghi, età. Sempre troppo giovani. Sempre troppo tardi.

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