Hamnet: la storia che ispirò l’Amleto di William Shakespeare

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Spirito e terra. Realtà e finzione. Visibile e invisibile.

Sono questi i veri protagonisti diHamnetnel nome del figlio. Quinto film della registaChloé Zhao, fedele adattamento cinematografico del romanzo omonimo diMaggie O’ Farrell,Hamnetconferma la bravura della regista Premio Oscar diNomadland.

Più che un film è un’esperienza: non si limita a raccontare una storia, ma scava, lentamente e con delicatezza, dentro il mistero del dolore e dell’amore. Non sorprende, allora, che lasci addosso una commozione persistente. Non un film consolatorio, bensì rivelatore: nella vita esiste uno spazio in cui anche le lacrime possono diventare, misteriosamente, feconde.

La regia.Chloè Zhao ha unaregia outdoor: spazi aperti, ambientazione naturalistica, visioni nel bosco si alternano a mani sporche, corpi sudati ed erbe magiche. Dettagli carnali e sussurri fuori campo ci riportano ad una dimensione intimistica dei personaggi, mettendone a nudo le anime. Ogni personaggio scricchiola attraverso primi piani suggestivi, mentre la natura giace su sfondi ritrattistici.

La trama.Agnes(Jessie Buckley) è una strega bianca. Vive in campagna, fuori Londra, e svolge mansioni domestiche in cambio di ospitalità presso una famiglia inglese del 1600. È ritenuta “illegittima”, in quanto nata al di fuori del matrimonio.

Fin dalle prime apparizioni, percepiamo qualcosa di potente e originario in lei: non una strega nel senso oscuro e deformato della tradizione popolare, ma una donna profondamente connessa ai ritmi della natura, capace di ascoltare ciò che sfugge allo sguardo ordinario. La sua è una sapienza arcaica, quasidruidica, che richiama il legame cosmico e spirituale proprio delle culture celtiche; il film costruisce un immaginario che intreccia interiorità e mondo circostante: la campagna inglese diventa l’habitatdi Agnes, spazio simbolico, grembo vivo dove tutto nasce, cresce e ritorna.

Non è un caso che questo mondo richiami suggestioni comeScarborough FairdiSimon & Garfunkel:lo stesso intreccio di natura, memoria, erbe e mistero, dove ogni elemento porta in sé una funzione concreta e insieme simbolica. Anche il dettaglio dell’artemisia– pianta nota per le sue proprietà curative – non è solo realismo, ma segno di una conoscenza che unisce corpo e spirito, cura e redenzione. La madre ha trasmesso ad Agnes questa antica sapienza medica, come una preziosa, segreta eredità di madre in figlia.William Shakespeare(Paul Mescal) giunge a casa di Agnes per dare lezioni di latino ai figli del padrone. Se ne innamora istintivamente, rapito dal suo magnetismo di strega. Complice è il volo di un falco nel bosco, addomesticato dalla grazia di Agnes. È un amore che si consuma tra terriccio umido e intrecci di radici sullo sfondo di un sereno cielo azzurro. Un amore palpitante, che sa di urgenza, spontaneità e passione, a metà tra una silenziosa spiritualità e una corporeità terrena.

La stregoneria.La vita, la pulsione sessuale, l’energia, scorrono nel bosco che è al contempo rifugio e salvezza, dimora e ventre, segreto e incantesimo. È qui, alle pendici di un albero, a cielo aperto, tra fango e foglie, che Agnes si reca per partorire la prima figlia,Susanna. Agnes partorisce nel bosco, sola. Come una vera strega. Una scena potente e vivida: il bosco sa di incanto e maleficio, eppure è il luogo prediletto da Agnes per generare vita. Sa che è nella natura che scorre la vita vera, la salute, la forza, il potere.

Dopo Susanna, Agnes partorirà due gemelli. Ma un tremendo temporale le impedirà di partorire nel bosco.Hamnet e Judith, un maschio e una femmina, nasceranno in casa, davanti al bagliore di un camino fumante, mentre fuori imperversa una notte di pioggia. Un parto gemellare, difficile, casalingo, ostile. Se la natura potenzia, accresce, migliora, la casa imprigiona, indebolisce, limita.

La casa diventa metafora del male, protezione superflua contro le forze benefiche della natura selvaggia. Fin dalla nascita, il destino dei gemelli è già segnato dalla precarietà. Cresceranno infatti, a differenza della primogenita Susanna, gracili ed esposti al male del secolo: la peste nera.

William Shakespeare.Per tutto il film non sappiamo che Shakespeare è Shakespeare. Ci viene presentato come un uomo qualsiasi. Un bel giovanotto di provincia, audace e preparato, buon conoscitore della letteratura latina e greca. La vita di campagna gli sta stretta, sebbene abbia un bellissimo rapporto con Agnes e i suoi figli. Agnes intuisce il suo malessere e lo lascia libero. Libero di volare come un falco a Londra verso migliori prospettive lavorative. Libero di realizzare il suo sogno di scrivere. È questo che fa suo marito: scrive di notte, al buio di una fredda mansarda, mentre Agnes dorme. È così che crea, con le dita sporche di inchiostro, tra deliri balbettanti a lume di candela, quelle che saranno le battute più celebri diRomeo e Giulietta.

Agnes legge il palmo della sua mano per interrogare il futuro e vede teatro, attori, città. Così William parte per Londra e non lo rivediamo più, se non dopo la tragedia.

Il lutto.L’artemisia non basta. E neppure il tarassaco. Neanche Agnes con la sua arcana sapienza può far qualcosa quando si presenta la Signora Morte nel letto dei due gemelli. Sebbene sia Judith a contrarre la peste bubbonica del 1666, è Hamnet a morirne. Decide di sostituirsi alla sorella per ingannare la morte, ma la morte non può essere ingannata. Si prende il bambino di undici anni, lasciando la madre nell’inutilità delle sue erbe, tra urla disperate e lenzuola sudate.

Il lutto distrugge il sistema familiare: Shakespeare è lontano, assorbito dalla compagnia teatrale, sempre più chiuso nelle sue fantasie, arrabbiato, incagliato in una battuta ripetuta fino allo sfinimento in faccia agli attori. Agnes soffre l’assenza del marito e gli rinfaccia tutto: il silenzio, il dolore, la perdita. Inizia il travaglio di due anime che non trovano pace, se non attraverso il teatro.

Essere o non essere.Al cuore del film c’è il dolore indicibile della perdita. Ed è qui che l’opera compie il suo passaggio più profondo: da racconto storico a meditazione esistenziale. Il lutto non viene spiegato, ma attraversato. E proprio in questo attraversamento si può intravedere un legame suggestivo con uno dei vertici della riflessione occidentale: il celebre“essere o non essere”dell’Amleto.

Quel dubbio radicale sull’esistenza – se valga la pena continuare a vivere di fronte al dolore – non trova risposta nella pura esperienza umana, perché l’esperienza, da sola, rischia di appiattire sulla finitudine materiale. Piuttosto, il film sembra suggerire che la possibilità di continuare a esistere nasca dalla trascendenza dell’esperienza stessa: un’apertura a una dimensione più profonda, spirituale o mistica. In questa prospettiva, Agnes diventa una guida: non tanto perché offra soluzioni, ma perché incarna una diversa modalità di stare nel mondo. È lei, simbolicamente, a educare William a un contatto più viscerale e insieme più alto con il reale. Il dolore non si elimina – e il film è molto crudo in questo – ma può essere abitato, trasformato, forse persino trasfigurato. Non attraverso la fuga (come il pensiero di morte suggerirebbe), ma attraverso una relazione più profonda con il mistero dell’essere.

La catarsi.Il teatro diventa un espediente narrativo potente. Hamnet ritrova la vita attraverso il genio creativo del padre che, translitterandoHamnetinHamlet, scrive il destino teatrale del figlio. Agnes aveva visto nella manina di Hamnet un futuro da palcoscenico: spade, costumi di scena, recitazione. Un proscenio londinese. E non si sbagliava: Hamnet non è morto. Ora è un attore che calca ilGlobe Theatre, il teatro regio di Londra. È qui che Agnes, accompagnata dal fratello, assiste, in mezzo a una caotica e stordente folla cittadina, alla celebre tragedia, l’Amletodi William Shakespeare, scritto per la regina Elisabetta I.

All’inizio Agnes è scettica, finanche irritata. Non comprende come il nome di suo figlio possa essere utilizzato in unapièceteatrale. Poi vede. Vede col cuore. Porge una mano all’attore. La sfiora. Attraverso il contatto fisico si compie la catarsi. L’arte annienta la morte, ridimensiona il dolore, e infine alleggerisce l’anima. QuandoHamnetdiventaHamlet(si tratta di una variante dello stesso nome) si realizza un’escatologia preziosa, una giustizia in terra, una sublimazione emozionante. Ora il bambino è consegnato all’eternità dell’arte. E i due genitori sono di nuovo liberi, leggeri come quel primo, antico, volo di falco, che li aveva fatti innamorare. È con estrema delicatezza che partecipiamo alla catarsi anche noi spettatori: commossi, vediamo che il dramma teatrale è l’unico luogo in cui il bambino può continuare ad esistere.

Il sogno.Il film ci permette di entrare nelle pieghe turbolente dell’animo umano, ci fa avvertire l’intensità vibrante degli attori, sentiamo sotto la pelle il peso emotivo di Shakespeare, la selvaticità sovrumana di Agnes, l’allegria dei bambini e il regno invisibile della magia, ma cosa si nasconde davvero negli oscuri antri della natura e dell’anima ci sfugge. La vera stregoneria è sentire in quale parte del nostro corpo scorronoi sogni,quelle pulsioni segrete che non possiamo ignorare. Tutti i personaggi hanno una frustrazione interiore e un’urgenza irrefrenabile. Sentiamo grattare i loro sogni attraverso la pellicola, emergono prepotentemente dalle convulsioni dei loro corpi, si affacciano in dettagli scabrosi tra poderosi silenzi e abiti slacciati. Il lascito più grande che la madre di Agnes le ha dato prima di morire è un insegnamento morale:vivere col cuore aperto. È questo il destino di ogni personaggio: ascoltare il cuore e capire dove vuole andare. Sospeso tra cuore e sogno, Shakespeare decide di portare quel cuore a Londra: è nel teatro che investe tutto sé stesso, mescolando sogno e lutto. Agnes trova invece il suo sogno nella medicina, nelle erbe, nella maternità. Il piccolo Hamnet infine trova il suo sogno in un destino di morte e sacrificio. Sceglie consapevolmente di consegnarsi alla tragedia che porterà il suo nome, in una sovrapposizione totale tra arte e sogno, mostrandoci che la recitazione è un gioco da bambini, ma è anche la vita che si confonde col palcoscenico. Nessun prodigio, nessun esoterismo. Solo la grande magia del teatro.

Giuni Tuosto, Carmine Fischetti

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