Vite straordinarie: Gian Giacomo Giordano

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Nacque a Castel Baronia il 1590 da Francesco e Claudia Carosielli. Gli fu imposto il nome di Girolamo (Jeronimus).

Nel 1611 entrò nel convento di Montevergine e, dopo aver completato il periodo del noviziato, prese i voti come monaco dell’Ordine di S. Benedetto della Congregazione Ss. Vergine Maria.

Aveva poco più di venti anni quando si legò indissolubilmente alla congregazione dei Verginiani coi voti religiosi emessi il 5 agosto 1612.

Ingegno brillante, era da poco sacerdote, quando, nel 1619, già ricopriva l’importantissima carica di segretario generale della congregazione, mostrando in questo ufficio una grande chiarezza ed esattezza nella redazione degli atti, che si conservano nella loro stesura originale. Possiamo ammirare la sua scrittura chiara e sicura, indice manifesto di un carattere padrone di sé stesso e ben deciso nella sua direzione.

L’anno dopo, 1620, fu nominato priore in Airola, quindi abate dell’Abbazia del Goleto; di qui passò nominalmente al monastero di S. Agata dei Monti in Roma, pur rimanendo presso l’abate generale per continuare l’ufficio di segretario. Nel 1623 fu abate di Penta di Sanseverino; poi di nuovo a Roma e, nel biennio 1625 – 1627, definitore generale e visitatore della congregazione. Nel 1628 fu eletto a reggere il monastero verginiano di Napoli e finalmente, l’anno seguente divenne procuratore generale a Roma presso la S. Sede.

Nel capitolo generale del maggio 1628, celebratosi a Napoli sotto la presidenza del cardinale Boncompagni e che aveva portato all’elezione dell’abate Pietro Danuscio, il Giordano per poco non raggiunse ilquorumper la sua elezione ad abate generale. Alla morte dell’abate Danuscio durante il capitolo generale del 1630, fu eletto Abate Generale.

Il generalato del Giordano si distinse da tutti i suoi predecessori per una attività più dinamica, per una assistenza veramente continua della S. Sede, e per una direzione sicura nel governo della congregazione. Fra tutti i gravi problemi che un abate generale in quel tempo doveva affrontare e risolvere, il maggiore e più urgente era senza dubbio la ricostruzione della chiesa di Montevergine, crollata il 2 agosto 1629 ed egli si propose fin dal primo momento della sua elezione di legare il suo nome alla erigenda chiesa.

Il secondo generalato lo ottenne nel capitolato generale dell’aprile 1633, al primo scrutinio risultò eletto con 16 voti favorevoli e 6 contrari.

Fu ancora rieletto nel capitolo generale dell’aprile 1636 al primo scrutinio con 18 voti favorevoli e 4 contrari, ottenendo perciò una votazione migliore che nelle due volte precedenti.

A Lui successe, dal maggio 1639 al maggio 1942, come abate generale della congregazione verginiana, Paolo Longo da Pietradefusi, ma, dopo di lui, ancora una volta ritornò il Giordano al governo della congregazione, per la quarta volta. Era la prima volta che a Montevergine si verificava il caso di un abate generale eletto per la quarta volta.

Terminato il periodo di generalato, il Giordano ebbe l’incarico di superiore al monastero di Napoli, già da lui retto precedentemente per due volte, e lì rimase fino al maggio 1651, quando ebbe il doppio incarico di procuratore generale dell’Ordine presso la S. Sede e abate del monastero di S. Agata dei Goti a Roma. In definitiva egli ha retto rispettivamente un anno il Goleto e Penta, due anni ad Aversa, complessivamente due anni e mezzo a Roma, circa nove anni a Napoli, due anni è stato definitore visitatore e 12 anni abate generale.

In tutti i monasteri in cui egli ha governato ha lasciato l’impronta di un’intensa attività edilizia. Ma a rendere immortale il Giordano non fu soltanto la sua attività nel campo disciplinare come abate generale della congregazione di Montevergine, né la sua attività edilizia, egli fu il più fecondo scrittore verginiano dei tempi passati, e la sua opera ancora oggi viene consultata quando si tratta di storia verginiana.

Nel 1643 a Napoli aveva dato alle stampe la “Vita sanctissimi patris Guiglielmi Vercellensis abbatis fundatoris Congregationis Montis Virginis Ord. Divi Benedicti” e,alla fine del 1649, uscì la pubblicazione delle “Croniche di Monte Vergine Sacro,che si può considerare il monumento letterario del Giordano[1].

L’autore fa sfoggio di una vasta erudizione, la sua bibliografia è copiosa; molte questioni accessorie si inseriscono nel filo del racconto in modo da costituire una miniera di informazioni; interi documenti vengono riportati integralmente.

Quando il 6 marzo 1645 don Niccolò Albergati-Ludovisi, cui furono in seguito dedicate le “Croniche”, fu elevato alla dignità cardinalizia, questi scelse subito il Giordano come suo teologo personale[2], e, proprio per l’intercessione di questo cardinale, l’8 settembre 1651, quando era in carica come procuratore generale e abate del monastero di S. Agata ai Monti in Roma, fu nominato, dal sommo pontefice Innocenzo X vescovo di Lacedonia, sede gradita al Giordano, in quanto si trovava a pochi chilometri dal suo paese nativo, Castel Baronia. Lo stesso cardinale consacrò il neoeletto vescovo nella chiesa in S. Ignazio in Roma.

Fu un prelato amante e fedele cultore della giustizia, che egli esercitò verso tutti, senza alcun riguardo di persone. Un merito particolare egli si acquistò con l’arricchire la chiesa cattedrale di numerosi paramenti, fatti eseguire con quella ricchezza e quello sfarzo di cui il Giordano si era sempre mostrato tanto appassionato. Si fece eseguire il pastorale e tutto l’occorrente di vasi sacri per le funzioni pontificali in argento purissimo.

Tutto questo non smorzò il lui l’amore per le costruzioni. Anche a Lacedonia volle lasciare il suo nome restaurando la cattedrale, rifacendo il palazzo vescovile e trasformandolo, in modo da renderlo una degna e comoda abitazione per i vescovi e per tutti i familiari.

Alla sua morte avvenuta il 15 novembre 1662, secondo il Mastrullo, il 9 novembre 1661 secondo altri, fu sepolto nella vecchia cattedrale dell’Assunta, detta poi S. Maria Maggiore in Lacedonia.

Riassumendo brevemente la vita e l’opera del Giordano, dobbiamo dire che egli fu dotato di un ingegno esuberante; sembrava nato per comandare e per far eseguire, sotto le sue direttive, opere grandiose. Lavoratore indefesso, non si arrestava di fronte ad alcuna difficoltà: le sue opere principali furono dettate dalla necessità di confutare le assurde posizioni messe avanti da polemisti per partito preso, ma anche dalla brama di lasciare un monumento letterario, felice riscontro agli edifici che egli fece erigere dappertutto nella congregazione.

In breve: comereligiosoil Giordano si mostra osservante della regola che ha professato; comepersonaè indiscussa la sua solida formazione ascetico-teologica; comesuperioredei vari monasteri e più ancora come abate generale della congregazione e come abate di Monteverginella in Napoli ha creato tali e tante opere che ancora oggi riscuotono lode e ammirazione, comescrittoreè figlio del suo tempo con tutti i pregi e i difetti dei suoi contemporanei; comevescovoha lasciato il più bel ricordo di sé nella sua diocesi. Sotto quest’ultimo aspetto non vi sono ombre o attenuazioni, ma la sua figura di buon Pastore, severo e paterno, illuminato e sicuro, ha dato al Giordano l’ultimo tocco della sua personalità.

Nella sua pubblicazione più importante, “Le Croniche”, il Giordano trovò il modo di parlare anche di alcune vicende che fecero la storia di Castel Baronia, suo paese natio. Era il 1136 quando:

 

“un Signore chiamato Riccardo padrone della Città di Vico, ò Trevico della Baronia nella Provincia di Principato Ultra di questo Regno di Napoli mosso da pietà, e divotione, e dal desiderio, che haveva di far introdurre in quei paesi à suoi soggetti questa nuova Religione, donò al Sacro Monasterio di Monte Vergine del Monte una Chiesa sita nelle pertinenze di detta Città intitolata S. Giovanni; et acciò li Monaci, che in quella dovevano assistere, et habitare per servirla, potessero stare con maggior commodità, rispetto, et autorità, con la Chiesa li donò anco un Casale chiamato l’Acquara; per causa, che era edificato in sito acquoso vicino à detta Chiesa, con tutti gl’huomini, che vi abitavano, franchi, e liberi, e senza peso alcuno di servigio, che à lui dovevano: E di più la moglie sua ancora chiamata Sabasta li donò un Mulino”.

 

Di questa notizia, molto importante per la storia di Castel Baronia, esiste un atto notarile stipulato tra il feudatario e la Congregazione Verginiana in persona del beato Alberto, che il Giordano trascrive integralmente.

Anche se ci sono voci di falsità su alcuni passaggi contenuti nell’atto, è importante attestare che lo stesso fu controfirmato dal vescovo dell’epoca, della diocesi di Trevico, Amato e che l’atto fu in seguito ratificato anche da un successore di Riccardo nel 1230. Immediatamente dopo la stipula dell’atto i monaci verginiani presero possesso della chiesa, e per potervi abitare, stante la lontananza da Montevergine, costruirono un piccolo monastero e in seguito un piccolo ospedale.

L’azione che doveva essere il rilancio del piccolo casale di Acquara, con la presenza di una chiesa dedicata al culto di sant’Euplio e una con annesso monastero e ospedale dedicato a S. Giovanni, non portò i frutti sperati e vi fu, invece, in un lento ma inesorabile trascorrere di secoli, la scomparsa del borgo e la nascita di Castel Baronia.

Segue tutto il racconto che portò alla edificazione delle prime case e in seguito alla nascita di Castel Baronia, e la completa distruzione di Acquara.

Il capitolo termina con le vicissitudini dell’opera dei Verginiani nel territorio di Acquara-Castel Baronia.

[1] La dedica al signor don Nicolò Ludovisi reca la data del 5 ottobre 1649.

[2] Ne parla il Giordano stesso con queste parole scritte nella Dedica delleCroniche: «…dall’Eminentissimo Signor Cardinal Ludovisio fratello di V. E. il titolo, & l’honore di suo Teologo, mi sé apprestata più opportuna comodità, & occasione di richiamar alla luce di questi fogli quei memorabili avvenimenti della mia Religione, che ridotti insino a questo tempo a termine d’essere solo con una incerta, & incostante cognizione saputi, quasi languidi moribondi erano tosto per vedersi nelle tenebre dell’oblivione sepolti». 

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