Mercoledì mattina 25 giugno 1862, il parroco della chiesa parrocchiale di San Nicola Baronia unì in matrimonio Vincenzo Frano (nato a San Nicola Baronia il 22/09/1820 da fu Vito e da fu Cristina Andreottola), già vedovo di Angelica Giuggio, dalla quale non aveva avuto figli, e Di Stefano Raffaela (nata a San Nicola Baronia il 25/11/1826 da fu Vitantonio e da fu Agnese Maglione).
Il 19/7/1864 Raffaela dà alla luce una bimba, Maria Cristina. I coniugi Frano, dopo la nascita della bimba, si trasferirono Castel Baronia, luogo dove viveva la sorella di Vincenzo, Elisabetta, maestra elementare che godeva di buon rispetto da parte della comunità castellese, e dove Vincenzo gestiva un piccolo podere.
Una lenta, ma inesorabile pandemia di colera stava falcidiando la popolazione irpina tanto da raddoppiare e a volte triplicare il numero dei morti nei piccoli paesi di Castel Baronia e San Nicola Baronia. Nel 1866 una impennata dei contagi in Castel Baronia portò il numero dei decessi a 59 vittime, mentre sembrava stabile il contagio nel Sannicolese. Vincenzo, che aspettava un altro figlio dalla ormai matura moglie, credendo di sottrarre la famiglia dal feroce morbo colerico, trasferì la consorte incinta e la bambina in San Nicola Baronia, nella casa paterna di lei che dava sulla via Piazza, e lì, martedì 21 maggio 1867 nacque Vitantonio (fu chiamato Vito come il nonno paterno, e Antonio come il nonno materno), ma da subito fu chiamato soltanto Vito. Il morbo colerico prese aggressività nella Baronia e, nel piccolo borgo di San Nicola Baronia, nel 1867, uccise 53 persone: una di quelle fu la madre del piccolo Vito, la quale, ammalatosi poco dopo il parto, morì il 6 luglio dello stesso anno. Per evitare il contagio del piccolo Vito, Vincenzo, appena scoperta la malattia della moglie, portò il bambino in Castel Baronia, che affidò alle cure di sua sorella Elisabetta, lasciando la piccola Maria Cristina presso la famiglia di suo fratello Pasquale in San Nicola Baronia. Sconfitto e amareggiato dal triste destino che gli aveva tolto due mogli, da quel momento si disinteressò completamente della sorte dei figli e di lui non restano tracce fino alla sua morte avvenuta in San Nicola Baronia il 4/9/1884.
Elisabetta Frano (nata a San Nicola Baronia il 30/12/1830), nubile, diede al piccolo tutte le amorevoli cura di madre. Vito ebbe un’infanzia abbastanza tranquilla. La casa della zia era accogliente e il suo lavoro le garantiva anche una certa agiatezza economica e un profondo rispetto da parte della comunità. Durante le ore di insegnamento il bambino era affidato alle cure di una delle famiglie più in vista del paese, i Morelli, molto legati alla maestra, in cui vi erano due ragazzine appena più grandicelle di Vito: Lucia e Marina.
Nei momenti liberi Elisabetta inculcava nel piccolo la passione per lo studio, per la lettura e per la morale. Quando fu nell’età scolare lo portò con sé in classe e Vito ricambiò gli sforzi della zia apprendendo come una spugna tutto ciò che gli veniva proposto. Con lei frequentò fino alla quarta elementare, poi, accortisi che ormai non poteva più dargli molto, lo affidò a un maestro che Vito porterà nel cuore fino alla morte: padre Generoso Castelluccio, rettore del convento francescano di Santo Spirito in Castel Baronia, che lo portò a conoscere perfettamente le lettere antiche e moderne. Con lui studiò i classici, il latino, il greco, ma soprattutto imparò a studiare per la vita, a comportarsi con rettitudine, a capire la differenza tra il bene e il male. Sotto la sua direzione il giovane Frano fu pronto per il grande salto: superò le prove e venne iscritto a Napoli al Ginnasio municipale “Giannone”.
Egli ricorda con commozione il distacco dal maestro:
“- Figliuolo – mi disse un giorno il maestro (e gli tremava la voce, come nell’ora dell’addio) – la mia opera è quasi compiuta. Ti ho messo sulla diritta via; ma la via è lunga e difficile. Il campo, specialmente del latino e del greco, è vastissimo. Noi sappiamo appena sul limitare. La zia ti manderà a Napoli per continuare gli studi. Sono sicuro che tu risponderai ai sacrifizi della zia, col farti onore.
– Siamo ancora a maggio – risposi – a Napoli andrò a novembre, se Dio vuole.
– In questi ultimi mesi, senza tralasciare gli esercizi di latino e di aritmetica, vorrei che leggessi un libro che ti farà bene.
Mi diede un volume molto ben rilegato, col titolo in lettere d’oro.
– Sono i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Dopo il Vangelo, è questo il libro che rifà la gente. Lo terrai per mio ricordo.
Non potendo articolar parola, per la commozione, gli baciai la mano, con gratitudine infinita.”
Vito aveva ormai quattordici anni, il cuore era pieno di affetti: per la zia, che da sempre chiamava “mamma” pur conoscendo la storia della vera madre; per i suoi compagni di gioco, tra cui vi era Pasqualino Bardaro, futuro arciprete di Santa Maria delle Fratte, cameriere segreto del papa, insegnante e scrittore; per la famiglia Morelli che indirettamente aveva contribuito alla sua crescita e specialmente per Lucia, la compagna di giochi più grande di lui, di cui era segretamente innamorato. Quell’estate sembrò passare in un baleno, e, quando la tristezza si impadronì della sua anima riversandosi sul suo volto, non trattenne le lacrime nel salutare la famiglia Morelli:
“Avevo voglia di piangere, non di parlare.
– Tu soffri! – soggiunse Marina, guardandomi negli occhi per leggermi nell’anima – che ti senti?
– Sento un gran dolore, perché debbo allontanarmi dalla zia, dal maestro P. Generoso, da voi che mi volete bene.
– Non fare il poeta! – esclamò Lucia, che si era avvicinata con una rosa nelle mani (forse l’ultima rosa di quel giardino) – a Napoli dimenticherai ben presto il nostro paese. Una lacrimetta ne’ primi giorni e poi… l’oblio…
– No, no… Ricorderò sempre il paese dove son nato e dove vorrei morire.
– Chi sarà la tua sposa?
– Sei pazza!
– Dimmi, dimmi… chi sarà la tua sposa?
– Tu.”
Questa la prima e unica dichiarazione d’amore verso Lucia, che gli rispose tra il serio ed il faceto: “vediamo”.
A Napoli andò ad abitare in Vico della Quercia a Toledo, n°10, dalla signora Ruggiero, madre dell’amico Augusto che mitigò un poco lo stravolgimento della esistenza di Vito, cresciuto in un piccolo borgo irpino e scaraventato in una realtà ben diversa qual era la città di Napoli. Augusto, già universitario, gli fece conoscere le bellezze della città, gli insegnò come comportarsi tra la folla e con i colleghi studenti. Vito faticò molto ad abituarsi alla vita cittadina, considerato dagli studenti del suo corso: nu zampugnariello d’ ‘a provincia d’Avellino. Gli unici momenti sereni erano quando riceveva notizie dal paese. Le lettere che arrivavano dalla zia per un po’ gli infondevano coraggio e allora egli si rituffava a piene mani nello studio. Un giorno però arrivò in una lettera della zia una notizia che Vito non avrebbe mai voluto leggere: «Prega, prega… Lucia è inferma, è gravemente inferma; prega la Madonna che la faccia guarire». Lo sgomento si impadronì di Vito che ebbe un malore, subito soccorso dalla signora Ruggiero e dall’amico Augusto. Tre giorni dopo un’altra lettera:
“Caro nipote, Lucia è in paradiso. Nel delirio della febbre ti chiamò tre volte. Che bella morte! Sò che questa notizia ti farà sanguinare il cuore; e vorrei esserti vicina per consolarti. Ti conforti la signora Ruggiero, che è madre.”
La notizia lasciò nella disperazione il giovane liceale che forse proprio allora prese in considerazione la prospettiva di indossare l’abito talare e farsi prete. Infatti, finito il liceo e tornato a Castel Baronia, il 15/08/1885, chiese e ottenne dal vescovo di Lacedonia, Giovanni Maria Diamare, la prima Tonsura e i quattro Ordini Minori. Durante il periodo del Liceo, il 4 settembre 1884, il padre morì in San Nicola Baronia. Non vi sono notizie se il giovane fosse stato o meno a conoscenza dell’evento luttuoso. Egli non nominò mai il padre che lo abbandonò in fasce al suo destino, solo in un trafiletto, nella pubblicazione “Il Mio Paese”, dice: “Signore ti raccomando il padre mio, la mamma mia. Dove sono? Tra le fiamme del purgatorio? Dove…”. Non parlerà mai nei suoi scritti neanche di sua sorella Maria Cristina, la quale il 17/11/1887 si sposò con tal Pasquale Sciaraffa, né della sua numerosa prole falcidiata dalla morte: di sei figli ne rimasero vivi soltanto due. Nella sua pubblicazione “Il sentimento religioso nel Canzoniere del Petrarca”, dedicò una intera sezione a una fantomatica sorella indirizzandole delle “Lettere a mia sorella Silvia”.
Nel settembre 1885 un grande ritorno a Castel Baronia: Pasquale Stanislao Mancini e la figlia Grazia, insieme al poeta Carmelo Errico fecero visita al paese natio. Vito, già chierico del seminario di Lacedonia, era in paese in attesa del rientro a Napoli per effettuare l’iscrizione all’università; vide il Mancini e la figlia percorrere le strade del paese nella loro lussuosa carrozza; partecipò ai festeggiamenti programmati per l’occasione e, a casa della zia, incontrò il poeta Errico, amico di famiglia, che voleva conoscerlo. Alla presentazione da parte della zia, che lo definì “futuro poeta”, l’Errico, rivolto a Vito, pronunciò la famosa frase: “Carmina non dant panem”[1].
Alla pronta riposta del Frano (riprendendo alcuni versi del Prati[2]) “Pur gli uccellini cantano / E trovan pane anch’essi.”: «Bravo! – esclamò il poeta – ha gli occhi luminosi. Se son rose fioriranno.» E le rose fiorirono: Vito Frano diventò dottore in lettere e, subito dopo la laurea, chiese di prendere l’abito talare per diventare sacerdote.
Non avendo una situazione economica e patrimoniale tale da potersi mantenere nel sacerdozio, il 5/8/1889 chiese la dispensa: “desiderando ricevere gli ordini fino al Presbiteriato inclusivamente, implora dalla S.V., la dispensa sul difetto del titolo patrimoniale, che non può costituirsi”. Il cardinale Luigi Serafini, Prefetto della Congregazione del Concilio, accolse la richiesta. Ma ciò non bastava, Vito voleva essere sacerdote. Non aveva l’età, avrebbe dovuto compiere 24 anni per avere l’investitura, allora chiese al cardinale Serafini, poiché mancavano 17 mesi al suo ventiquattresimo compleanno, una nuova dispensa, che gli venne puntualmente accolta.
Vito, finalmente, il 18/11/1889, diventò sacerdote. Ebbe i primi incarichi da sacerdote nell’ambito della diocesi di Lacedonia. Nel 1898 lo troviamo a Flumeri, nella parrocchia di S. M. Assunta in Cielo, retta dall’arc. Massucci don Federico[3]. Ma la piccola comunità Flumerese non poteva sostenere economicamente il nutrito clero parrocchiale e, don Vito, che non aveva rendite proprie, per poter vivere dignitosamente, chiese e ottenne la cattedra da insegnante.
La sua opera pastorale di sacerdote fu richiesta nella cattedrale di Lucera e in quella cittadina Vito ebbe la cattedra al liceo Ruggiero Bonghi (dopo una breve parentesi in assegnazione provvisoria da supplente presso il Regio Liceo Filangieri di Monteleone) andando a insegnare in una classe di trentasette alunni, e, intorno al 1908, nuovo incarico sacerdotale a Bitonto e nuovo incarico nel locale Liceo Classico ove, in una conferenza per pubblicizzare la scuola troviamo questo trafiletto:
“La serie si chiude con una conferenza del Prof. Vito Frano, dotto sacerdote campano, su “I primi spiriti che parlano a Dante”, e precisamente su Francesca da Rimini, Casella e Piccarda Donati. Il dramma della umanità naturalmente tendente a Dio, ma fallibile, veniva dall’oratore così sintetizzato: “Gioia dell’uomo è la donna, gioia della vita è l’arte, paradiso dell’anima è Dio”. Nel 1912 fu vincitore di concorso a cattedra di materie letterarie nei R.R. Ginnasi Inferiori ed ebbe il primo incarico da professore al liceo “Giuseppe La Farina” di Castroreale nell’hinterland messinese in Sicilia:
“Mandarmi in Sicilia! e perché, se fra i primi della graduatoria? Non vi sono ginnasi qui? non vi sono licei? Ah, Minerva! come sono fulminei i suoi ordini: “Vada in Sardegna – vada in Calabria – vada in Sicilia„ senza preoccuparsi delle difficoltà del viaggio, del problema degli alloggi, delle condizioni di famiglia. È una Minerva napoleonica!
Nei tempi che corrono, anzi galoppano, è meglio rispondere col “celere obbedir„.
– Scusi, Eccellenza… in Sardegna, la malaria; in Calabria il terremoto…
– E in Sicilia?
– Vi è l’Etna o Mongibello.
– Le fa paura l’Etna?
– Altro che paura! Per l’Etna e Mongibello, la Sicilia è una terra che brucia in mezzo al mare.
– È l’isola del Sole; è l’isola di Polifemo… Ha studiato Omero?
– Che importa a me, di Polifemo o dei Ciclopi? Io non sono il giramondo Ulisse; e neppure un lontano parente dell’itaco Nessuno.
– E allora, si dimetta da professore.
– Grazie, Eccellenza.
Il resoconto degli ordini di assegnazione della cattedra è riportato nel Bozzetto “Dal Vesuvio” nella pubblicazione: “Fra le rose di Mergellina” dove il Frano, prima di partire per la Sicilia, volle salutare Napoli dalla sommità del vulcano. La sua permanenza nell’isola fu breve. L’anno scolastico 1914 lo vide professore nel Regio Ginnasio di Sessa Aurunca nel casertano. Il suo peregrinare finalmente ebbe termine nel 1919 con il suo ritorno nell’hinterland napoletano con un incarico presso la Curia Vescovile di Castellammare di Stabia e una cattedra nel rinomato Liceo pareggiato Plinio Seniore, allora diretto dal Preside Sac. Francesco Di Capua[4], ove divenne Preside nel 1922 con uno stipendio di £. 12.900, pur mantenendo l’incarico di professore delle materie letterarie, e dove terminò la sua carriera.
Don Vito Frano morì in Castellammare di Stabia il 16 maggio 1928 alle ore 17:20 nella sua casa di abitazione al C.so V. Emanuele n. 128, all’età di anni 61.
Fiorente è stata la sua opera data alle stampe, spaziando tra teatro, letteratura e saggi scolastici. Molte sono state le collaborazioni con settimanali e riviste a carattere sociale e religioso (“Pro Familia” edita in Milano, “La Verna Illustrata” edita in Padova; “Rassegna Pugliese di scienze, lettere ed arti” edita in Trani; Studi Francescani; ecc.).
Delle opere a noi conosciute, mancano come testo, la “Grammatica greca” edita da Morano, di cui ci dà notizia l’arciprete Bardaro nel retro copertina del polimetro “Il mio Paese” senza l’indicazione della data di stampa, e la sceneggiatura del dramma: “Schiavone o la notte di sangue”. Questa fu la prima opera con cui Vito si affacciò nel panorama letterario e culturale dell’epoca. In essa è rappresentato, in sei atti, un fatto realmente accaduto in Castel Baronia durante il periodo del brigantaggio postunitario. La rappresentazione fu affidata alla compagnia teatrale di Federico Stella e Antonio Allegretti del teatro S. Ferdinando di Napoli, una compagnia che andava per la maggiore in quel tempo. Celebrato dalla critica e dalla stampa dell’epoca (Corriere di Napoli, Roma, Il Mattino, Il Pungolo, ecc.), ebbe un clamoroso successo tanto da dover essere replicato per molto tempo in quel teatro.
La sua opera più importante è “La Commedia in Roma”, edita dalla Tip. Paolo Leone, Foggia, 1901, che ebbe un successo straordinario e ancora oggi è ristampata dalle maggiori case editrici e tradotta in molte lingue straniere: se ne ha notizia in inglese, tedesco, francese, spagnolo e russo.
Queste le opere:
· “Schiavone o la notte di sangue” dramma rappresentato a Napoli, al teatro S. Ferdinando, l’8 maggio 1894;
· “La Commedia in Roma” Tip. Paolo Leone, Foggia, 1901
· “Gigli e Rose”, Ed. Domenico Zobel, Foggia, 1902.
· “Il Sentimento religioso nel canzoniere del Petrarca”; Ed. Pistocchi e Arpaja, Foggia, 1905;
· “Il Conte di Carmagnola e Wallestein” Tip. Vescovile, Bitonto, 1909;
· “I primi spiriti che parlano a Dante”, ed. Garofalo, Bitonto, 1910;
· “La peccatrice di Magdala”; Tip. Pontificia degli Artigianelli, Napoli, 1921;
· “Fra le rose di Mergellina” Tip. De Martino, Castellammare di Stabia, 1924;
· “Il mio paese” Tip. Umberto Fedeli, Napoli, 1926;
· “Il Leone della Baronia”, pubblicato postumo dall’amico arciprete Pasquale Bardaro, Ed C. Labruna, Avellino, 1930;
· “Grammatica greca (Metodo facile per la formazione dei tempi nei verbi greci, ad uso degli alunni di 4° ginnasiale.)” Editore Morano, Napoli, (?).
Vi sono notizie di altre due opere, riportate dall’editore De Martino sul retro copertina della pubblicazione “Fra le rose di Mergellina” di cui non si è riusciti a trovare traccia e sono: “Critica sorridente” e “Bozzetti religiosi”, racconti che sicuramente sono stati inseriti nelle altre pubblicazioni qui riportate.
Note
[1]Detto latino molto diffuso tra poeti e artisti. Il grande poeta Orazio sosteneva che “carmina non dant panem”, ovvero che è difficile vivere con la sola poesia, o più in generale con la sola arte, e poté dedicarsi alla scrittura soltanto grazie alla ricchezza del suo amico e benefattore Mecenate.
[2]Giovanni Prati (Comano Terme 27/01/1815 – Roma 09/05/1884), è stato un poeta e politico italiano.
[3]Annuario Ecclesiastico 1898 (Roma, Tip. G. Bertero)
[4]Francesco Di Capua, sacerdote, educatore, umanista, storico e docente universitario (Castellammare 21 dicembre 1879 – ivi 8 settembre 1957). A soli 13 anni, nel 1892, vestì l’abito talare, compiendo gli studi classici nel locale Seminario diocesano. Il 20 dicembre 1902 fu ordinato sacerdote. Iscritto all’Università degli Studi di Napoli si laureò in Lettere, con lode, nel 1919. Nello stesso anno, l’8 dicembre, fu chiamato a dirigere da preside incaricato il Liceo stabiese allora pareggiato.







