Nel piccolo borgo di Agnone, antica città sannita che fece parte del Giustizierato d’Abruzzo e poi dell’Abruzzo Citeriore nel distretto di Lanciano, oggi in provincia di Isernia, dove il francescanesimo affondava le sue radici nel convento dei Padri conventuali attiguo alla chiesa di S. Francesco, in un lontano giorno degli inizi del secolo XVII, un giovane varcò il portone di quel convento, indossò il saio francescano e prese il nome di frate Alessandro.
Forse orfano o reietto dai suoi o forse solamente restìo a parlare di sé, anche se conosciuto e benvoluto da tutti, è rimasta sconosciuta la sua famiglia di provenienza e la sua nascita, si presuppone nato nel 1596[1]. In nessun documento conventuale è riportata notizia in tal senso, sappiamo che nel suo peregrinare da laico nei vari conventi della provincia riformata di S. Angelo fu destinato a prestare la sua opera nel convento di S. Spirito in Castello della Baronia sin dalla sua costruzione.
La sua figura è forse la più importante che abbia vissuto fra queste mura monastiche di cui esiste documentazione sottoscritta da illustri prelati e da personaggi in vista di Castello della Baronia e dei borghi vicini, spettatori delle sue virtù e dei suoi prodigi, e di cui fu iniziato un processo della Vita per la sua beatificazione.
Trascorse tutta la esistenza monacale al servizio del convento elemosinando il necessario per il mantenimento della comunità in tutto il circondario, bussando a tutte porte, senza distinzione di rango o di rilevanza economica, con umiltà e modestia, ricevendo cortesia e carità cristiana.
Profondamente innamorato di Cristo, curava la sua profonda fede con continue e lunghe astinenze e orazioni notturne tanto da acquisire quelle Virtù degne di un beato.
Il compendio della sua biografia, tratta dal “Processo della vita” tenutasi nel 1714, e custodita negli archivi dei Frati Minori, è contenuta nel Cap. XIII della “Cronistoria”, e per la sua profonda analisi, e dovizia di particolari, si riporta per intero:
“Vita del Ven. Servo di Dio Fra Alessandro di Agnone Laico Riformato.”
“Nacque il devoto Religioso F. Alessandro in Agnone nobile Città di Abruzzo Citra; e perché la Divina Grazia sovente opera a somiglianza della natura, la quale con gelosa custodia cela le cose più pellegrine, non ha palesato al Mondo la nascita, e prima educazione di questo Eroe di Santità, e benché Agnone fosse una Città praticata da Frati di questa Provincia, non è stato, possibile rinvenire la sua Discendenza, ed aver qualche contezza del nome de’ suoi Genitori; anzi si accresce la meraviglia, che essendo F. Alessandro fiorito nel passato Secolo, e nell’anno 1714, avendo molte Persone con giuramento affermato, averlo conosciuto, pure altra notizia non abbiamo, se non quella, che ci han lasciata molti Secolari, e Religiosi, i quali furono spettatori delle sue sante azioni, ed ammirarono la bontà della sua religiosissima Vita.
Fu egli del numero de’ Frati Laici, e, dai superiori quasi di continuo applicato a limosinare le cose necessarie per il mantenimento de’ Religiosi, Ufficio da lui esercitato con tanta umiltà, carità, e buono esempio, che ha lasciato eterna memoria dell’immortale suo Nome.
Per invariabile tradizione de’ Frati, si sa di certo, che fu Religioso dotato di tanta Perfezione, che consumava le notti in meditare i dolenti Misteri della nostra Redenzione. Colla frequente orazione univa così bene una rigorosa astinenza, che in più giorni della settimana, contento di un tozzo di pane, lautamente si cibava la sua Anima de’ godimenti celesti. Oltre l’acquisto dell’altre Virtù, riuscì così magnifico nell’amor di Dio, e del Prossimo, che in lui sembrava ravvivata la Carità degli antichi Patriarchi, e Profeti; degnandosi il Signore manifestare con segnalati prodigi, quanto gli fosse cara l’ardente carità del suo Servo.
Nell’anno 1676, a dì 28 di Giugno, dimorando il Servo di Dio nel Convento di S. Spirito della Terra di Castello della Baronia, mentre reficiavansi i Frati nel Refettorio, stando già per terminare il pranzo, cominciò il P. F. Lorenzo di S. Buono, allora Guardiano a favellare con F. Filippo di Vallata Sacerdote, del gran zelo di quei primi Religiosi, e della gran carità, che praticavano col Prossimo; ed avvanzossi in tal guisa lo spirituale ragionamento, che cominciossi a divisare dell’obbligo, che ciascheduno Religioso ha di procurare, a titolo di carità’, la salvezza de’ Prossimi. Era F. Alessandro devoto ascoltatore di quei familiari discorsi, e con umile silenzio udiva i belli encomi, che all’amor fraterno si appropriavano; ma reso un mongibello il suo petto, e non valevole più a tollerare gl’incapibili ardori di quel divinissimo fuoco, che gli divampava nel cuore, gridando a piena voce:“o amor di Dio, o carità, quanto sei bella!”si elevò col corpo in aria alla presenza di tutti i Frati, che erano in Refettorio. Alla vista di sì devoto spettacolo, ciascheduno dei Religiosi osservando F. Alessandro colle braccia in forma di Croce, cogli occhi rivolti al Cielo, e col corpo tanto in alto che quasi col capo toccava il coprimento del Refettorio, reso attonito spettatore di rappresentanza cotanto mirabile, colle pupille bagnate di lagrime, ammirava le singolarissime grazie, con cui il Re della Gloria favorisce i suoi Servi. Lo stesso Padre Guardiano sorpreso, dalla divozione, e dallo stupore, non sapeva proferir parola ma dato che ebbe luogo alla meraviglia, gli comandò in nome del P. S. Francesco, le di cui veci in quel Convento rappresentava, e col merito di Santa ubbidienza, perché ritornasse al suo luogo; ed infatti, o Santa, Ubbidienza! Subito F. Alessandro calò a terra, ed umilmente si pose a sedere. Con religiosa destrezza si mostrò il P. Guardiano per non inteso dell’operato portento, e con bel garbo gli disse:“F. Alessandro, par che dormi, e non ascolti gli spirituali ragionamenti”,a cui affatto non rispose il Beato Religioso, ma cogli occhi bassi, seguitò gli altri Frati, che andavano alla Chiesa a rendere le dovute grazie a Dio.
Non ebbero meta i divini favori nello già narrato prodigio, ma di continuo si compiacque il Divino Rimuneratore illustrare la sua ardentissima Carità colle più magnifiche rimostranze, che può inventare la Grazia. Una volta ritornando dalla Terra di Castello, dove era andato a limosinare il pane, giunto che fu alla porta della Chiesa, udì dalla pubblica strada il suono della Campanella, elevandosi allora dal Sacerdote l’Ostia Consacrata: Subito F. Alessandro piegò le ginocchia sulla soglia della suddetta Chiesa, e con umilissimo ossequio adorando quel gran Mistero di Amore, con cui il Divinissimo Nazzareno palesò gli ultimi attestati dell’infinita sua Carità, riuscì così virtuoso il suo devoto rassegnamento, che imparadisato in quelle felicissime estasi de’ godimenti, che sa produrre l’Amor di Dio, si alzò col corpo in aria, e terminata l’elevazione della Sacratissima Ostia, calò a terra, e tenendo spalancate le braccia, colla tasca piena di pane sulle spalle, con pupille fisse al Tabernacolo, volò, per così dire, o fu portato a volo il suo Corpo, dalla suddetta Porta sino all’Altare maggiore, dove si celebrava la Santa Messa. Portento, che pose a raccapriccio Secolari e Religiosi, ivi presenti, rendendo ad alta voce infinite grazie al Facitore, che con maniere così mirabili manifestava la Santità del suo servo[2]. Prima, che il Sacerdote terminasse la Santa Messa, cessò quella magnifica Estasi, ed inginocchiato su di un gradino del Sagro Altare; orò per poco spazio di tempo, e poi modestamente, e con religiosa, e santa gravità, andò a preparare la Mensa, essendo già quasi avvicinata l’ora della refezione.
Furono così frequenti i Ratti, con cui si degnò il Signore d’ingrandire il merito del Beato Religioso, che fa d’uopo favellarne alla rinfusa, bastando solamente sapere, che più fiate mentre i Frati mangiavano in Refettorio, udendo leggere la vita de’ Santi, o qualche eroica azione di carità praticata dai Servi del Signore, subito volava coll’Anima ad immergersi nella Sfera del divinissimo Amore; restando col corpo in aria, o a guisa di Cadavere senza moto. Altre volte fu dai Secolari, e Religiosi osservato, che orando in Chiesa, sembrava un morto, o si elevava tanto alto col corpo in aria, che quasi arrivava col capo a toccare il coprimento della Chiesa. Molte volte passavano più ore, rappresentando col corpo quel continuato miracolo, e lo spirito passeggiava le Gallerie dell’Eternità; ma quando era comandato dal Guardiano, o da altro Superiore, ubbidiva appuntino alle voci della obbedienza; anzi la stessa Divina Grazia, che per virtù di Amore l’aveva trasformato nel suo prediletto Gesù, lo teneva sollecito ad ubbidire i comandi di un Uomo, il quale essendo Superiore esercitava le veci di Cristo.
Giunse a tanta perfezione di spirito, che si vedeva medesimato col Crocifisso; e bene addottrinato nella Scuola della Contemplazione, in tutte le sue operazioni, solamente cercava l’amor di Dio, e la salvezza de’ Prossimi. Era così appassionatissimo sovvenitore de’ Poveri, che raccoglieva l’erbe dell’Orto, e quanto restava in Cucina, e con indicibile pulitezza, ed amore gli dava da mangiare; e quando per la sua estrema Povertà, non aveva cosa alcuna da dargli, incessantemente supplicava la Divina Provvidenza, perché sovvenisse alle necessità de’ miserabili, e sovente le sue Orazioni riuscivano profittevoli a beneficio de’ Bisognosi.
Contava più giorni senza gustar cosa alcuna, solamente contento di pochi legumi; conservando il pane, ed altre vivande per compartirle a’ Poveri, e più volte era tanta la compassione, che concepiva delle loro miserie, che senza verun ritegno gli dava quanto pane si conservava per il vitto de’ Frati, e perciò era spesso ingiuriato dai Religiosi, benché tutti ammirassero l’eccessiva sua Carità; la quale era tanto grata all’eterno Provveditore, che con insigni prodigi ne fè al mondo pubblici manifesti.
Fabbricavasi il Muro del Giardino del Convento di S. Spirito della Terra di Castello, e perché F. Alessandro aveva in una mattina dispensato tutto il pane ai Poveri; venuta l’ora di pranzo, andò un Terziario tutto rammaricato a dirgli, che i Muratori erano già in ordine per mangiare, ed affatto non vi era un tozzo di pane. Stava attualmente il servo del Signore zappando nell’Orto, e rivolto col viso al Terziario con parole umili, ma troppo pregne di fede, gli rispose:“Va, Fratello, che Iddio provvederà, e quegli replicò, di pane non vi è certamente un boccone, io ho fatta tutta la diligenza nell’Arca, se Dio poi vuol far miracoli, ci provvederà sicuramente di pane.”Allora lasciò F. Alessandro la zappa, e col medesimo Terziario andò a vedere nell’Arca, dove era solito di conservare il pane: o stupore, o prodigi della Divina Provvidenza! la rinvenì piena di caldo, e bianchissimo pane, che fu bastevole pe’l vitto de’ Muratori, e de’ Frati, i quali, perché furono spettatori dell’operato Portento, lo mangiarono con gran divozione, e ne conservarono molti pezzetti, che mangiati dagl’Infermi, tosto guarivano.
Era così grande la Fede di F. Alessandro, che in tutte le necessità, aveva per accertato capitale la Provvidenza. Rappresentava talvolta l’antico Patriarca Abramo, il quale non sapeva allontanarsi dalla Valle di Mambro, via forzosa a’ Pellegrini, che si portavano in Gerusalemme, per dargli caritativo sovvenimento; così il Beato Servo di Dio, affliggendosi quando non vedeva Poveri, si fermava alla Porta del Convento, e dolcemente li chiamava per dargli del pane, o erba del giardino; avendo tutta la sicurezza di trovar sempre aperto l’Erario del Divino Provveditore, per amor di cui si sviscerava con miserabili, venerando i Poveri, come ritratti di Gesù Cristo, dal quale in mercede della sua carità riceveva particolari favori.
Un giorno andò ad una vicina Terra, chiamata S. Niccolò, anche Diocesi di Trevico, e dopo aver limosinato il pane, si condusse in casa del Sacerdote D. Francesco Anzani Procuratore del Convento, il quale era solito fargli la limosina del buon vino, bisognevole pe’l Santo Sacrificio della Messa, e già F. Alessandro umilmente gli rappresentò, che in Convento affatto non vi era più vino per la celebrazione delle Sante Messe. Si strinse nelle spalle il suddetto D. Francesco, e perché portava tutta la venerazione al Servo di Dio, patì gran rammarico, non potendo soddisfare le sue brame; essendo quasi venti giorni, che era detto vino finito: Laonde così gli disse:“F. Alessandro mio, il vino è finito, come ben sai, e la Botte sta alzata, da quando Vostra Vostra Riverenza, ebbe l’ultima limosina del vino.”Ma F. Alessandro favellando colla solita fermezza della sua eroica fede; gli rispose:“Signor Procuratore, non dite così; andiamo a vedere, che Dio provvederà, come gli piace”,replicò quegli, ed essendo unitamente calati in Cantina, rinvenirono, o Provvidenza! rinvenirono la Botte piena di ottimo vino. Sorpreso esso D. Francesco dallo stupore per la singolarità del Prodigio cominciò a piangere per l’allegrezza, e fortemente a gridare:“Miracolo, Miracolo”.Ma perché molta Gente era ivi concorsa per ammirare la novità del Portento, senza proferir parola, celermente si partì F. Alessandro da quel luogo, e si ricondusse in Convento. Confermato il detto Sig. D. Francesco nella sua divozione, e nel concetto, che aveva del Servo di Dio; fece pubbliche rimostranze di ringraziamenti a Dio, e subito chiamò un fabbro, acciò lavorasse una chiave per collocarla al buco di detta botte in custodia del vino miracoloso, e fu detta chiave consegnata a F. Alessandro, perché disponesse del vino, di cui per i suoi meriti l’aveva Iddio miracolosamente provveduto.
Pubblicava con mille trombe la Fama i prodigi operati dal Creatore, con cui favoriva la Santità del suo Servo; e quanto F. Alessandro avanzavasi nella Perfezione, tanto l’Operator de’ Miracoli con nuovi portenti rendeva magnifica la sua Fede, mirabile la sua Santità. Nell’anno 1655 dimorava il Devoto Religioso nel suddetto Convento di S. Spirito di Castello, dove tolleravasi una estrema penuria di Olio, e perché era tempo di Quaresima, osservando F. Alessandro le necessità, e patimenti de’ Frati, fece umile ricorso alla Signora Isabella Freda di detta Terra, alla quale esponendo i bisogni del Convento, vivamente la supplicò di un poco d’Olio. La devota Signora, che conservava tutto l’affetto verso i Religiosi, e venerava F. Alessandro, come un gran servo di Dio, restò così afflitta in udir tale richiesta, che appena fu valevole a dirgli:“Padre Cercatore mio, quando l’ho avuto sei stato padrone; ma ora in Casa non v’è tanto Olio, quanto basta a condire una minestra, darò volentieri il danaro per comprarlo, purché trovasi, chi possa venderlo.” “Sia per amor di Dio”,rispose il Beato Religioso; “ma se avete buona intenzione di dar la Carità, andate a vedere, che il Signore Provvederà colla sua Santa Grazia!” “Certo F. Alessandro mio,replicò quella,Dio può far questo, ed altre cose maggiori, mediante la tua intercessione, e perciò adesso vado a vedere”.E già con sua gran meraviglia, che appena poteva parlare, tanto era incapibile lo stupore, rinvenì il gran vaso, dove soleva conservar l’Olio, così pieno, che sembrava si spargesse di fuori. In quella stessa ora andò alla Chiesa di S. Spirito camminando a piedi nudi, in rendimento di grazie all’Autor di ogni bene, che l’aveva resa degna di vedere un così segnalato portento, il quale fu da lei pubblicato a tutta la Gente; e ritenuto un poco di quell’Olio miracoloso, più per divozione, che per suo uso, tutto l’altro diede al Santo Religioso.
Si rese la detta Signora Isabella così devota, e tanto accertata della Santità dell’Uomo di Dio, che in tutte le sue tribolazioni, infermità, e disgrazie, che avvenivano alla sua Casa, ricorreva al Signore per mezzo delle orazioni di F. Alessandro, e quasi sempre restò consolata, ricevendo que’ benefici che bramava. Una volta fu visitata dal devotissimo Frate, e perché si avvicinava la raccolta del Frumento, si pativa una sensibile scarsezza di pane; le cercò il Religioso un poco di grano per limosina, volendolo convertire in farina per far del pane. Sorrise la detta Isabella, e poi gli disse:“O F. Alessandro, e chi vuol darmi del grano? è quasi mese che l’ho finito: mi dispiace che mi cerchi cose che non tengo, e mi affliggo per non poterlo soddisfare”. “Come? rispose lui, così presto avete perduta la fede? Va, vedi, e confida in Dio, che la Divina Provvidenza non manca.”Non replicò la Donna, tenendo ancora la memoria fresca di quanto aveva Iddio operato ad intercessione del suo fedelissimo Servo. Andò, e siccome seco stessa divisava, che avrebbe trovato il Grano, già rinvenì il granaio sì pieno, e restò così attonita, che per buon spazio di tempo non fu valevole a favellare, ma poi rinforzando le voci, altro non sapeva replicare, se non queste sole parole:“O miracolo di Dio, o miracolo di Dio”.Gittossi a piedi del devoto Religioso, ed accompagnando colle lagrime le parole, gli disse:“Beato te, F. Alessandro, che sei degno di ricevere da Dio grazie così grandi”;ma egli umilmente protestandosi pe’l più vile peccatore del Mondo, affermava, che il Signore operava tali portenti in mercede della sua Fede, e non per i meriti di un vilissimo Frate, pieno di falli, e Reo di più colpe. Tutto quel grano fu distribuito al Convento, e per sovvenimento de’ Poveri, assai travagliati dalla fame in quel tempo.
Accrescevasi vieppiù la Santità di F. Alessandro, e quanto si rendeva mirabile nella Carità, tanto erano magnifici i favori, con cui il Dator delle Grazie illustrava il suo merito. In tempo della Ricolta, comandato dal Superiore, girava per le campagne, limosinando un poco di grano pe’l vitto de’ Frati, e spesse fiate avveniva, che per mancanza di vento, non potevasi dalla paglia nettare, e perciò veniva dai devoti licenziato, dicendogli, che venisse in altro giorno a ricevere la limosina. Si scostava modestamente il Religioso, e supplicando col cuore quel Divino Disponitore, a cui son tutte le cose soggette; di tratto cominciava a tirar vento, assai confacevole a purgar il grano, ed esigeva grosse limosine da quella gente; la quale ammirava in lui una certa virtù divina, con cui rendeva ubbidienti le cagioni seconde.
L’eccessiva munificenza del Re de’ Secoli, che non ha meta nel favorire la Santità de’ suoi Servi, si mostrò così liberale col devoto Religioso, che per ingrandire il suo merito, volle privilegiarlo col dono mirabile della Profezia, con cui avvisava le cose future, e prevedeva i vicini castighi di Dio per correggimento de’ malviventi. Prima che l’Italia fosse angustiata dallo spaventevole Contagio; quando confondendosi i morti, con i vivi, ammiravansi le piazze cangiate in sepolture, e le case in spedali, tanto era inevitabile il taglio spietato di Morte; dimorava F. Alessandro nel Convento di S. Spirito di Castello, e pe’l corso di più mesi, ogni qual volta camminava per le piazze di detta Terra, ed osservava le genti applicate a’ bagordi, trattenersi in festini, cantare, ballare, e consumare il tempo in tresche, e vaneggiamenti , non potendo tollerare i torti, che faceansi a Dio, di cui prevedendo i giusti flagelli, che era per iscaricare per gastigo de’ rei, con parole di zelo, si faceva in mezzo delle danze, e lagrimando esclamava:“Guai a voi, guai a voi! Voi ballate, festeggiate, e vi date ogni piacere e fra poco tempo la pagherete, l’ira di Dio è vicina.”Chi l’udiva, o appropriava le sue parole ad ostentamento di spirito per esigere applausi dalla plebe ignorante, o ammirando la bontà della sua vita, lo giudicava rigoroso zelatore della salvezza dell’Anime. Ma dopo due, o tre mesi ciascheduno si avvide, che erano Oracoli le sue parole; poiché la detta Terra resa teatro di pianti, e di sospiri, rappresentando varie scene l’implacabile Peste, si videro gli abitatori, fatti spettatori, e spettacoli di crudelissima Morte.
Con divina virtù, interpretava così bene gli arcani de’ cuori, che palesando agli afflitti i felici avvenimenti dell’imprese più disperate, gli toglieva l’occasione di peccare, e gl’insinuava le maniere più proprie per tener di lontano quelle calamità, che giudicavano inevitabili. Venerandolo il popolo, come infallibile investigatore de’ divini giudizi; tutti gl’infermi bramavano esser da lui veduti, e toccati, accertandosi dal suo favellare, di vivere, o di morire. Stava già per rendere l’Anima al suo Creatore Francesco Carusiello di Castello, travagliato da una febbre così pestilenziale, che per avviso de’ medici, era bastevole ad atterrare anche i Santi. Tenuta per vana ogni cura, volle ricevere gli ultimi Sacramenti della Chiesa, ed aggiustati i conti di questa vita, attendeva sollecitamente agl’interessi dell’Anima. Un giorno avendo Isabella Visco, sua moglie, cominciato a piangerlo come morto, capitò in sua Casa F. Alessandro, il quale andava limosinando il pane. Rasciugò le lagrime la buona Donna, e resa colma di fede, pregò il devoto Religioso, perché visitasse suo marito, e lo raccomandasse a Dio, non ricusò egli di compiacerla, e praticar coll’infermo gli atti della sua gran carità. Si avvicinò al letto del moribondo, ed appena l’ebbe toccato sulla fronte, e nel petto, che gli disse:“Francesco, confida in Dio, nelle cui mani sta la vita, e la morte. Non dubitare, perché il male è cosa di nulla; di mattina ti alzerai, e starai bene.” E già: Gran fatto! nel giorno seguente svanì la febbre, e colui che a giudizio de’ Medici, doveva seppellirsi, con stupore di tutti, fu veduto libero, e sano, come mai fosse stato ammalato, rendendo egli, e la moglie devote grazie al divino Liberatore, che per i meriti del suo Beato Servo, l’aveva richiamato dalla morte alla vita. Altri avvenimenti furono da F. Alessandro preveduti, ed avvisati, i quali quando in tempo della Peste, si avverarono, allora era invocato, e venerato, come Uomo, che favellava, ed operava collo spirito di Dio.
Essendo dagli infermi pubblicata, la miracolosa virtù, con cui, per intercessione di F. Alessandro, si degnava il Signore dispensar molte grazie; ciascheduno si raccomandava a lui, o per liberarsi da qualche morbo, o per sfuggire qualche disgrazia, che poteva disturbargli la temporale, e spirituale quiete. Andò a limosinare il pane nella Terra di S. Niccolò, e perché era giorno di festa, osservò nelle pubbliche strade molte danze di uomini, e donne: si fermò il Religioso a quel dolente spettacolo, inventato dal Demonio per porre più anime in catena in un solo giorno, che non ne guadagna in tutto un anno; e favellando col suo serafico zelo, gli disse:“Voi ridete, e con danze, e giuochi vi date buon tempo, e fra poco tempo avrete a piangere amaramente; dovendo rendere strettissimo conto a Dio di tutte coteste operazioni, e vaneggiamenti.”A tali parole rimasero quelle genti sorprese da gran timore, e perché lo veneravano come Santo, subito furono dismessi i suoni, e tolti gli abbominevoli balli. Fu il devoto Frate accompagnato da Domenico Montanaro, il quale devotamente gli raccomandò perché pregasse il Signore per lui, a cui rispose, che cercasse di vivere in grazia di Dio, acciò lo liberasse dalla morte, essendo già vicina la Peste; siccome avvenne nel prossimo Giugno. Si licenziò il servo di Dio, dovendo girar per la Terra, limosinando il pane, e’l suddetto Domenico Montanaro, a guisa di attonito, riflettendo alle parole dettegli da F. Alessandro, andò alla Casa di Domenico Buccio, il quale da più mesi veniva travagliato da una gran piaga nel piede, che l’inabilitava ad ogni azione. Cominciò a raccontare all’infermo quanto aveva udito dal Servo di Dio; il quale nel medesimo tempo giunse in detta Casa per ricevere la limosina del pane. Gli fu subito aperto l’uscio, e con viva fede fu dal paziente pregato, acciocché colle sue orazioni gl’intercedesse dal Signore la sanità.“Confida in Dio”,gli rispose il Religioso; ed osservata la piaga, caritativamente la toccò, nettò, e vi applicò un certo unguento, e con meraviglia degli astanti, dopo pochi momenti di tempo, svani la detta piaga, e restò esso Domenico libero, ed abile a poter cammina, rendendone copiose grazie al Divino Liberatore, che per i meriti di F. Alessandro, l’aveva reso degno di ricevere una grazia così grande.
Avanzossi il Beato Religioso a tanta perfezione, che si compiacque il Facitore d’illustrare la sua Santità con molti privilegiati favori. Quindi era, che tutto l’Inferno armavasi per atterrarlo, e per più anni, così di giorno, come di notte, in varie guise su dal Demonio travagliato, facendogli di continuo una implacabile guerra. Alcune volte in tempo di notte era fortemente legato da’ Demonj i quali con violenti strappate lo tiravano pe’l Dormitorio, e precipitandolo dalle Scale del Convento, lo trascinavano pe’l Chiostro, con tanti rumori, urli, e fiere percosse, che i Frati sorpresi dallo spavento, giudicavano, che qualche Legione di Demonj tenesse assediato quel luogo, e sovente compassionando il maltrattato Fratello, lo piangevano come morto; ma fatto giorno l’ammiravano sano, e bello, come mai avesse patito quel male, che può supporsi in una spietata carneficina d’Inferno. L’interrogavano i Frati, perché avesse di notte così gridato, e lui modestamente rispondeva:“Abbiate pazienza, perché così vuol Dio, il quale si compiace, che quella brutta Bestia del nostro Nemico, mi travagli, e tormenti me povero Peccatore.”Mai però fu veduto offeso in qualche parte del corpo, benché fossero orribili le percosse, e fierissimi i modi, con cui l’affliggevano i Demonj, i quali ammirando la sua costanza, colmi di rabbia, inventavano nuove fogge di tormenti; ma sempre delusi, e scherniti, gli donavano più campo di meritare. Gran fratto! se non lottava cogli Angioli, come Giacobbe, cimentavasi co’ Demonj, riportandone tanti trionfi, quante erano le sortite.
Nell’anno 1656, che fu l’ultimo di sua vita, era così applicato all’orazione, ed a meditare la Passione di Gesù Cristo, che dimenticandosi di mangiare, sembrava Uomo dell’altra vita. Bastava che udisse leggere in Refettorio qualche punto di Amor di Dio, o di carità col Prossimo, che di tratto, si elevava col corpo in aria alla presenza de’ Religiosi, e se gli rese cotanto familiare questo segnalato prodigio, che anche i Secolari favellandogli di Carità, o restava a guisa di morto, o col corpo si alzava miracolosamente da Terra, con tanta divozione de’ Spettatori, che pubblicamente l’acclamavano come Santo.
Nello stesso anno 1656 nel primo giorno di Luglio, vigilia della Visita fatta da Nostra Signora a Lisabetta; leggendosi in Refettorio del modo di amare Dio, e’l prossimo; si degnò il Dator delle Grazie onorare la Santità del suo Servo, con un Ratto così magnifico, che si elevò col corpo sino alla volta del Refettorio, cogli occhi aperti, con una mano unita al petto, e con l’altra in forma di Orante, e per lo spazio di due ore continue alla presenza de’ Religiosi, e Secolari, durò il nobile godimento della sua Anima, e de’ spettatori, che ammiravano i portenti della Divina Grazia per illustrare i meriti de’ suoi Favoriti. Fu chiamato dal Padre Guardiano, il quale così parlò a’ Frati nel mentre durava tale Prodigio:“Carissimi Fratelli, vedete quanto merita chi serve a Dio, e vi supplico a ringraziare umilmente quel Signore, che ci fa degni di tanti favori,e poi rivolto a Fra Alessandro, disse:F. Alessandro, io ti comando per Santa Ubbidienza, che cali a Terra.”O grande Iddio! Udita che ebbe la voce del Superiore, lasciò il Paradiso, e si restituì al suo luogo, col volto così infiammato, che pareva di fuoco, e nel medesimo giorno s’infermò gravemente, con segni di Pleuritide, e già crescendo il morbo, con rimostranze di vero Servo di Dio, con segni di singolar Santità, dopo 6 giorni d’infermità, in cui colla sua ammirabile pazienza, e costante rassegnamento al Signore, fè palese la sua eroica perfezione, lasciò questa spoglia mortale, e volò la sua Beata Anima a ricevere dal Divino Rimuneratore la stola dell’Immortalità.
La notte precedente alla sua felicissima morte, quasi avesse già cominciato a gustare la Gloria dei Beati, la consumò tutta in una dolcissima Estasi, che sebbene apparisse defunto, si avvidero i Religiosi, ivi assistenti, che la sua Anima occupavasi in familiari colloquji col suo Creatore. Reso curioso il P. Guardiano d’investigare quella miracolosa quiete, lo chiamò a piena voce, e gli comandò, che favellasse co’ Frati. All’imperio di quella voce, la quale fu sempre da Fra Alessandro a guisa di oracolo venerata; per contestare la sua puntualissima Ubbidienza sino alla morte, lasciò per così dire, quel celeste trattenimento, in cui gli si offriva un Paradiso di Godimenti, ed umilmente si rassegnò a’ comandi del Superiore: ma fu così grande la violenza fattagli dall’ardentissimo fuoco di carità, che se non gli si spezzò una costa, come avvenne al gloriosissimo S. Filippo Neri, in segno, che era troppo angusto il suo petto per dar ricetto a quel sommo Amore, che vi albergava, fu il Beato Religioso sorpreso da un calore così veemente, che pareva, gli si bruciassero le viscere, ed avesse una fornace accesa nel corpo. Da ciò prese motivo di palesare a’ Frati, che fra poche ore doveva consegnar l’Anima al Facitore; e già fortificato cogli ultimi Sacramenti della Chiesa, con parole di tenero amore, supplicando la Divina Clemenza, perché avesse di lui misericordia, dicendo: Gesù, Vita dell’Anima mia, dolcemente risposò nel Signore nella stessa ora da lui predetta. Morì nel suddetto Convento di S. Spirito della Terra di Castello della Baronia; situato nel distretto dell’Acquara, in età di anni quasi 60 a dì 6 di Luglio dell’anno 1656.
Nel medesimo tempo, che quella Beata Anima si partì; ricca di meriti da questa valle di lagrime, ed entrò trionfante nella Celeste Gerusalemme; siccome dalla bontà della sua vita, si può piamente sperare, si videro nella Chiesa, e Convento affollate le Genti, che a gran fatica, e non senza grave travaglio de’ Religiosi, fu difeso quel venerabile corpo dall’indiscreta divozione de’ Popoli; imperciocchè tutti gli abitatori di Castello, di S. Niccolò , e delle altre Terre vicine, assediarono, per così dire, la Chiesa, pretendendo in tal guisa guadagnar qualche cosa usata dal Servo di Dio e tenerla come insigne Reliquia: ed infatti, gli tagliarono quasi tutti i capelli, e gli fecero l’Abito in mille pezzi. Nello stesso giorno il Signor Duca di Flumeri, D. Trifone de Ponte insieme colla Signora Duchessa sua moglie D. Antonia della Marra, con due suoi figli, D. Giambattista, e D. Filippo, e con tutto il Ceto Civile di detta Terra di Castello, e di S. Niccolò; andò alla suddetta Chiesa, e colla sua presenza pose qualche quiete al tumulto della devota Gente per toccare, baciare, e venerare quel Sagro Corpo. Avendo i Frati celebrato il Funerale, non gli riuscì di poterlo seppellire, tanta era grande la folla de’ Popoli, che a piena voce con lagrime ed applausi, chi cercava grazie, chi implorava la sua intercessione, e chi encomiava la sua mirabile Santità.
La sera dello stesso giorno si portò alla suddetta Chiesa Monsignor D. Donato Paschasio Vescovo di Trevico, accompagnato da quasi tutto il suo Clero, e con religiosa pietà, e grandissima edificazione de’ Popoli, baciò i piedi del defunto Servo di Dio, ed ordinò, che non si seppellisse fino dal giorno seguente, in cui colla assistenza de’ Reverendi Cleri di Castello, di S. Niccolò, e di altre vicine Terre, fu celebrato un magnifico Funerale, al quale furono devotamente presenti anche i suddetti Signori de Ponte. Ma quando fu tempo di seppellire quel Beato Cadavere; benché i detti Signori D. Giambattista, e D. Filippo de Ponte, in tutte le maniere cercassero, che fosse collocato in un luogo particolare della Chiesa, non volle affatto condiscendere il Padre Lorenzo di Santo Buono, allora Guardiano di quel Convento, ma solamente, dopo molte istanze, e contrasti, si contentò, che si fabbricasse celermente una cassa, dove fu riposto, e seppellito nella comune sepoltura de’ Frati.
Circa l’anno 1650, nella medesima sepoltura era stato in un’altra cassa riposto il corpo di F. Gianandrea di Palma, di cui nel precedente Capo si è descritta la vita onde acciò il Tempo non praticasse le solite sue rapine, e confondesse i Cadaveri, fu giudicato confacevole porre un mattone, o forse un pezzo di Creta cotta, di sotto al capo di F. Alessandro, per segno di poterlo riconoscere, e distinguere dall’altro Servo di Dio, ivi seppellito. E questa fu tutta l’industria del Superiore, e Religiosi di quei tempi, i quali non badando a quello che doveva, e poteva avvenire, non curavano di eternar le memorie; e già un semplice Mattone fu il monumento del Beato Religioso.
Molte devote Persone, per i meriti, ed intercessione di F. Alessandro, conseguirono da Dio moltissimi benefici, ma per inavvedutezza di chi non seppe registrarli, non abbiamo la Consolazione di raccontarli. Quanto si è narrato, si è ricavato dall’antiche scritture, giurati Attestati[3], e dallo Processo della sua vita[4].”
[1]Cronistoria della Riformata Provincia di S. Angiolo in Puglia,F. Arcangelo da Montesarchio. Napoli 1732
[2] Processo della Vita di F. Alessandro.
[3] Protoc. di Not. Cel. Di Castello.
[4] Arch. Del SS. Salv. Di Luc.







