Giorgia Meloni, determinata come non mai, va alla guerra contro i suoi oppositori politici e contro “Repubblica” e, più precisamente, contro la famiglia Elkann che detiene la proprietà di questo giornale accusandola di “aver svenduto la Fiat alla Francia“. E’ accaduto ieri sera nel salotto televisivo di Retequattro, dove è stata intervistata Nicola Porro, conduttore della trasmissione settimanale “Quarta Repubblica”.
Se possiamo dire così, è stata una Giorgia Meloni più Giorgia Meloni del solito, quella di ieri sera. Certo è che non le manda a dire, ma lei dice lei in modo forte e duro, diretto e con aria di sfida.
Insomma, la premier sente che le elezioni europee e amministrative e regionali si avvicinano (il 24 febbraio si voterà per il rinnovo del Consiglio regionale e il nuovo presidente in Sardegna) ,il 6 e 7 giugno per il Parlamento europeo e per il rinnovo dei consigli comunali e l’elezione dei sindaci in migliaia di comuni, tra cui molte città capoluogo di provincia e di Regione e in altre due Regioni. Peraltro Giorgia Meloni avverte anche che i toni dei suoi avversari politici si alzano e reagisce di conseguenza a modo suo. Un modo che, stavolta è apparso un mix di echi di linguaggio mussoliniano e di passionalità popolare alla Evita Peron. Bisogna aggiungere che non nasconde che di questo si tratta quando afferma che sente “il voto di giugno servirà a capire qual è il giudizio degli italiani sui primi 15 mesi del (suo) governo”.
E infatti collega una sua eventuale candidatura come capolista (deve ancora decidere: lo farà “all’ultimo momento”. Ora,” il 50% è che sì , l’altro 50% che no”) al voler “mettere la faccia” e a dialogare direttamente con gli italiani. Ecco che quindi respinge gli attacchi che le sono giunti sulle privatizzazioni di Eni, Poste e Ferrovie dello Stato. Si tratta – dice la Meloni- di far entrare 20 miliardi nelle casse dello Stato in modo serio e corretto nel giro di tre anni. Nessuno svendita quindi di importanti aziende pubbliche ai privati: “nel caso di Eni e Poste la maggioranza delle azioni resterà nelle mani dello Stato” .
Per quanto riguarda le Ferrovie dello Stato, si tratta di un dossier che è sul suo tavolo e sul quale “tutto è ancora da decidere” . Quel che è certo è che, nel caso delle privatizzazioni come delle nomine in enti pubblici, è finito il metodo che vige in Italia, quello dell'”amichettismo”. “Ora ci sono io, le carte le do io, anzi gli italiani”.
E a questo punto l’affondo contro “Repubblica” , che l’ha accusata di aver messo “L’Italia in vendita” (titolo di “Repubblica”, per la precisione). “Mi fate sorridere –risponde la premier -, tanto più che viene da un giornale di proprietà di quelli che hanno preso la Fiat e l’hanno ceduta ai francesi, hanno trasferito all’estero la sede legale e fiscale, hanno messo in vendita sui siti delle nostre storiche aziende italiane“, ovvero la famiglia Elkann, proprietaria, come già detto, di “Repubblica”. E con sarcasmo aggiunge: “Non so se quel titolo fosse un’autobiografia, ma le lezioni di italianità da questi pulpiti anche no”.
Rivendica per il resto della sua intervista l’importanza del ruolo internazionale che ora avrebbe l’Italia grazie a lei e al suo governo, nega qualsiasi contrasto con il Salvini, il suo vice leghista. In merito alle nomine del suo governo chiosa: “Ormai la tessera del PD pd non fa più punteggio”. E incalza la Schlein sul caso Degni, il consigliere della Corte dei Conti nominato dal Pd che ha attaccato il governo sui social. Afferma in modo critico:“Schlein non ha detto una parola. Dice sempre che prima non c’era. A me chiedono conto di che faceva Mussolini, a loro non si può chiedere che faceva il PD un anno fa. Siamo seri“.
Ribadisce, attaccando Conte e Cinquestelle, che gli effetti del super bonus sulle finanze dello Stato sono catastrofici.
Il direttore di “Repubblica” Maurizio Molinari replica oggi con un lungo editoriale alle dure accuse della Meloni rivendicando “l’indipendenza di Repubblica dagli interessi del suo editore” e accusandola, a sua volta, di attentare, con metodi fascisteggianti, alla libertà di stampa.




