The Odyssey: le donne di Ulisse rivisitate da Christopher Nolan. Per la prima volta il regista indaga il femminile, interpretandolo alla luce della società moderna

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Il cinema di Christopher Nolan non è celebre per narrazioni al femminile. Il regista inglese ha sempre firmato capolavori cinematografici, estremamente complessi e articolati, dall’imponente impianto psicologico ed umano. Grandi kolossal, dalle trame intricate, sono vere fucine della psiche umane, incentrate principalmente su protagonisti maschili. Il cinema di Nolan è un viaggio. Un viaggio dentro l’anima oscura di eroi complessi e tormentati.Oppenheimer, Batman, Dom Cobb, il professionista dei sogni.Accanto a questo maschile, volutamente indagato, sviscerato, raccontato, ci sono sempre le donne, ma donne marginali. Mogli, fidanzate, madri. Figure funzionali alla trama o relegate a fare da sfondo alla possente peripezia interiore dei personaggi maschili. È stato così perMarion Cotillard, moglie di Leonardo di Caprio inInception(2010) o perEmily Blunt, interprete di “Kitty Oppenheimer”, al seguito di Cillian Murphy (2023). Lo stesso si potrebbe pensare delle eroine che si sono susseguite nellaTrilogia del Cavaliere Oscuro, oppure per le donne, sempre relegate al ruolo di mogli, in capolavori comeThe Prestige(2006) oMemento(2000).

Ma inThe Odysseyil paradigma cambia. Le donne di Ulisse diventano le donne di Nolan. Trasfigurate, complesse, risignificate.

Molti sono i cambiamenti che il regista ha apportato al poema di Omero: i classicisti del Rocci protesteranno con malanimo. Ma Nolan obbedisce ad un’interpretazione personale del mondo moderno alla luce di quei preziosi strumenti letterari che Omero ci ha lasciato in eredità e che Nolan rispolvera, come armi taglienti di un futuro non troppo lontano, per fendere il presente e pungere le menti. Perché l’Odissea oggi? Per capire meglio il nostro mondo, i nostri uomini e anche…le nostre donne.

Elena e Clitennestra, i volti della guerra

Il primo sconvolgente cambio di trama Nolan lo attua nella parentela tra Elena e Clitennestra. La mitologia ci racconta che Elena, la bellissima moglie del re di Sparta Menelao, sia ilcasus belli:Paride, principe troiano, invaghitosi perdutamente di lei, con l’ausilio della dea Afrodite, la rapisce, scatenando il conflitto tra Greci e Troiani. Menelao, chiedendo l’aiuto del fratello Agamennone, assolda tutti i popoli greci per muovere guerra contro la città di Paride, Troia. Clitennestra, moglie di Agamennone, risentita del sacrificio della figlia Ifigenia da parte del marito, lo attende a casa al rientro dalla guerra per assassinarlo a tradimento con la complicità dell’amante Egisto. Fin qui Nolan rispetta la tradizione letteraria, ma perché rendere Elena e Clitennestra sorelle gemelle?

Nolan le lega in un parto gemellare per farne due vittime di guerra, legate indissolubilmente da un tragico destino di sangue e sfregi. Le interpreta la stessa attrice,Lupita Nyong’o, di origini keniote. Non poche le polemiche suscitate dalla scelta di rendere nera l’Elena originaria, ma i nuovi paradigmi inclusivi impongono così.

Elena e Clitennestra sono due artifici della guerra. Il loro è un femminile agito e subìto guerrescamente: se suscitano la guerra, al contempo la subiscono. Qui il femminile viene smembrato, punito. Il significato è evidente: le prime vittime della guerra sono le donne. Anche quando rivestono un ruolo attivo.

I segni della guerra sono visibili su entrambe: per Elena sono fisici, per Clitennestra morali. Elena ha il viso sfregiato. Il più bel viso del mondo, colpevole di aver provocato la guerra più lunga dell’umanità, qui è stato deformato, privato della sua bellezza intrinseca. Ed è una deformità totale, che si estende a tutto il corpo: la sua spalla è spaccata, il braccio cicatrizzato. Clitennestra invece è odiata e moralmente giudicata: ha covato rancore e infine ha orchestrato una vendetta letale ai danni del glorioso Agamennone, una vendetta che non risparmierà neanche lei. Nolan ci fa vedere come la guerra distrugga il femminile, spezzandolo, annientandolo. Tra cicatrici, tagli e sfregi, assistiamo alle lacrime di un’insolita Elena che chiede a Telemaco di porgere le sue scuse a Penelope per aver provocato una guerra che mai avrebbe voluto: una sorellanza, espressa quindi non solo attraverso la parentela con Clitennestra, ma anche attraverso il pentimento nei confronti di Penelope, anche lei, regina solitaria di Itaca, vittima indiretta di Elena e della guerra da lei provocata.

Nausicaa e Anticlea: due assenze importanti

La principessa Nausicaa, figlia del re dei Feaci, che in Omero è il prezioso tramite per Ulisse per rientrare in patria dopo l’ultima estenuante peripezia per mari, scompare nel film di Nolan. Un sacrificio necessario per offrirci una nuova narrazione dell’approdo a Itaca. Nel poema omerico sono i Feaci a condurre Ulisse nella sua isola con le loro navi, nel film invece Ulisse giunge a Itaca solo. L’eliminazione di questa figura femminile è funzionale ad una narrazione solipsistica del nuovo eroe di Nolan: un uomo tormentato, traumatizzato, che soltanto attraverso la solitudine, può tornare a casa.  Non ci sono anime buone e compassionevoli ad accompagnarlo. Deve farcela da sé. Senza questo atto di fede, l’Ulisse di Nolan non avrebbe accesso al suo trauma interiore: la tentazione di lasciarsi irrisolto, incompleto, in lotta con gli dei e con sé stesso, è forte, ma è solo nella solitudine che si compie il miracolo della guarigione.

Ulisse inoltre non incontra la madre Anticlea negli Inferi. L’indovino Tiresia profetizza all’eroe informazioni utili per il ritorno a Itaca, ma in assenza della madre. Non c’è spazio per elaborare il rapporto madre-figlio. Nolan toglie la voce alla madre per darla ai soldati di Ulisse: sono loro il cuore dellaNekyia(la discesa agli Inferi). Arrabbiati per essere stati dimenticati, lasciati indietro, o insepolti, reclamano dignità. Sono i morti che attendono i vivi, non per confortarli, bensì per rimproverarli, perché la guarigione dell’eroe passa anche attraverso la sanguinaria scia di morte che la sua guerra ha prodotto. A Nolan interessa questo: contare i morti, valorizzare i soldati, non dimenticare ogni singolo tassello umano che ha consentito all’eroe di tornare a casa.

Circe e il trauma della violenza maschile

Non solo Ulisse è un uomo traumatizzato. Nolan trasfigura la maga Circe in una donna piena di dolore e violenza. E se Ulisse ha la speranza di guarire, Circe no. È una donna illuminata da visioni divine (“Gli Dei mi conferiscono delle verità”,dice), ma è cristallizzata nel suo trauma.

Circe, che la tradizione letteraria e cinematografica ha sempre rappresentato come una bellissima donna, piena di arguzia e di erbe magiche, qui è una strega solitaria che vive in silenzio tra le alture di montagna insieme ad un corvo in gabbia. Ha il volto dell’attrice teatraleSamantha Morton. Un volto trascurato, da donna di mezza età, gli abiti dimessi, i capelli raccolti in un’acconciatura disarmonica. La bellezza e la sontuosità del suo corpo sono state mortificate. E nascoste. Circe non ricorre allo stratagemma della seduzione per accalappiare gli uomini, al contrario sacrifica la sua bellezza per non essere predata.

Non appena incontra i soldati di Ulisse urla. Poi supplica. Come una donna ferita. Ma sceglie di accogliere i soldati, nonostante la sua paura: li nutre, anzi li ipernutre. L’appetito maschile affonda nello stufato di maiale di Circe, diventando un agglomerato confuso di bocche spalancate, saliva, mani sporche, grugniti e bocconi, che a vedersi è uno scenario stomachevole e disgustoso. È un appetito vorace, indegno, sconfinato, animalesco.  Il nutrimento diventa il culmine del maleficio: un’arma difensiva,l’ipernutrimento ingannevole. Circe aiuta questi pellegrini affamati a mangiare, interviene con le sue mani a manipolare -letteralmente- le facce degli uomini di Ulisse, cosicché il maschile viene rivelato e depotenziato: la fame diventa forma, l’istinto diventa trauma, l’uomo diventa maiale.

Circe riduce gli uomini a ciò che sono davvero: animali, bestie, esseri irrazionali governati interamente da appetiti incontrollati. Il suo incantesimo ci parla di un femminile profanato e abusato: una vittima della violenza maschile. L’inquadratura ci restituisce immagini sovrapposte di corpi nudi, dove è indistinguibile il confine tra bestia e uomo. Uomini e maiali diventano una sola cosa, una sola pelle, una sola carne. Soltanto la compassione di Ulisse nei confronti di questa donna dei boschi, sola e sulla difensiva, salverà i suoi uomini dalla prigionia della strega.

Calipso e il sogno di eternità

È la prima donna che appare nella memoria di Ulisse, Calipso. Come un fantasma, anteposto prepotentemente a Penelope, Calipso fa capolino nei ricordi annebbiati dell’eroe, come una visione scintillante e indefinita, mentre lo schermo ci restituisce il panorama straordinario di una spiaggia da sogno. Ulisse fa fatica a ricostruire i fatti della guerra di Troia, è un uomo stordito e drogato quello che ritroviamo tra le braccia di Calipso. Non un eroe forte e valoroso, bensì un uomo fragile, impotente, confuso. Lei si presenta a lui bellissima, alta, magra, avvolta da una rete da pesca che le cinge morbidamente il corpo, presagio di quell’irretimento che lei attuerà, di lì a poco, nei confronti di Ulisse stesso. Ha le sembianze diafane diCharlize Theronla Calipso di Nolan e la scelta dell’attrice è senz’altro funzionale a questa narrazione sognante. Calipso qui è spogliata della sua dimensione divina, è soltanto una donna, ma una donna astuta, innamorata, magica: offre ad Ulisse quel piacere che illude, intontisce e inesorabilmente trattiene. Gli ruba il tempo, Calipso. Precisamente sette anni. Sette anni di cure, attenzioni e amore. Ma è una prigione dorata. Sebbene dapprima gli somministri il fiore di loto -il fiore della dimenticanza- per alleviare i suoi tormenti notturni, finisce per drogarlo attraverso il fiore. Vuole tenerlo sospeso in una dimenticanza eterna, legato a sé, non innamorato, bensì soggiogato. La Calipso di Nolan incarna l’egoismo femminile, travestito dalla calma del cuore. Solo il ricordo salverà Ulisse da questa gabbia d’oro: senza il fiore di loto, riemergerà la memoria di sé, il ricordo dell’equipaggiamento perduto nell’attacco di Scilla e Cariddi, la rotta del ritorno, ma soprattutto Penelope, vera bussola interiore di Ulisse. Non sarà facile rinunciare al benessere aureo, garantito da Calipso, e salpare di nuovo per perigli marini.

Penelope e l’amore consapevole

Il personaggio più affine all’originale omerico è quello di Penelope, interpretata daAnne Hathaway. Penelope attende, temporeggia, fa e disfa la famosa tela. È la saggezza incarnata e la fedeltà assoluta.

Dice al figlio Telemaco che“una donna fa quel che può”,sottolineando i limiti della sua condizione patriarcale. A lei, in quanto regina di Itaca, è toccata la sorte di difendere il palazzo reale dalle angherie dei pretendenti che, in assenza di Ulisse, mirano a sposarla per ottenere il controllo dell’isola. L’unica differenza con Omero è la sua rabbia: è una Penelope furiosa quella di Nolan, arrabbiata per essersi ritrovata a dover comandare da sola, senza protezione né consiglio, ma è anche una donna solida, fortemente consapevole dell’indipendenza del suo cuore. Si perché l’Ulisse di Nolan le consiglia, prima di partire per Troia, di sposare un altro uomo, se mai ne avrà occasione. Lei gli risponde di no: lui non può imporle nessuna scelta matrimoniale. Non è una prigioniera d’amore, anzi è una donna moderna, forte e libera, che rivendica il suo diritto femminile di scelta. In questo non è un’eroina del patriarcato: lei sceglie consapevolmente di restare fedele al marito. Non per sottomissione, ma per pura volontà femminile.  Penelope non aspetta Ulisse perché è docile, Penelope aspetta Ulisse perché ha un cuore forte, paziente e indipendente. E decide di sbandierare, esprimere, reclamare il suo amore per lui, finanche davanti ai Pretendenti.

Euriclea e il cane Argo

Anche nel poema epico la nutrice Euriclea riconosce Ulisse, travestito da mendicante, da una cicatrice. Complice, fedele, silenziosa, Euriclea risponde ad un femminile onesto che aiuta, accoglie, conforta. La sua devozione a Ulisse è totale e nostalgica, non diversamente dal cane Argo che si rifiuta di morire perché attende, fedelmente, il ritorno del suo padrone.“Mai visto un cane vivere così a lungo”,dice Eumeo il capraio di Itaca. Argo non muore: la sua volontà piega la morte. È la speranza del ritorno che allunga la vita del cane: una dilatazione dolorosa, eppure dolcissima. Nel cane da caccia di Ulisse il tempo si allunga, la vita si disperde poco a poco, l’affetto si slarga e l’amore si confonde con l’attesa. La morte è l’ultimo atto, l’abbandono sereno, la consolazione finale.

Atena: la dea che diventa coscienza

Ancora più interessante è la trasformazione di Atena(Zendaya). Nel poema di Omero Atena è una vera presenza divina: è la protettrice di Ulisse, interviene concretamente nella sua vicenda, sostiene Telemaco, favorisce il ritorno dell’eroe e lo accompagna nel ristabilimento dell’ordine a Itaca.

Nel film, invece, Atena è soprattutto una presenza interiore, che è vista da Ulisse al bisogno, lo accompagna, lo guarda, lo spinge a mettersi in discussione e, progressivamente,lo aiuta a ricordare. Il divino, nel film, tende a perdere i tratti dell’assoluto pagano che domina l’umano e assume invece la forma di una presenza chesi lascia incontrare attraverso l’umano. Si umanizza del tutto quando il volto della dea si soprappone a quello di una qualsiasi giovane troiana, in un perfetto parallelo tra la statua decapitata e la donna.

La rivelazione del volto durante la distruzione di Troia è uno dei passaggi più forti della rilettura nolaniana: Atena non è più semplicemente la dea che protegge l’eroe, ma diventa quel volto, il volto concreto delle vittime che l’eroe non può rimuovere dalla propria coscienza.

È un’immagine potentissima perché modifica radicalmente il rapporto tra umano e divino. È la distruzione del sacro, lo smembramento del potere divino che non può più procedere dall’alto verso il basso, è l’appropriazione dolorosa di un potere strappato con la forza e l’astuzia. È il nuovo potere dei popoli del mare che sono i Greci, ma in fin dei conti siamo noi. Gli Occidentali.

 

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