Youssef Siher resta in carcere: la presunta mente del “Movimento del 17 ottobre” tra eversione e social
Resta in carcereYoussef Siher, ritenuto dagli inquirenti la presunta mente delMovimento del 17 ottobre.L’accusa mossa nei suoi confronti è gravissima:istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. Indagata per gli stessi reati anche sua moglie, mediatrice culturale. Nel decreto di fermo, il pubblico ministero delinea i contorni di un “progetto finalizzato a porre in essere atti delittuosi, con finalità eversive”.
L’interrogatorio di convalida e il rischio di fuga
L’interrogatorio di Siher – italiano con origini marocchine – si terrà in carcere davanti alla gipTiziana Landoni, chiamata a decidere sulla richiesta di convalida del fermo e sulla misura cautelare avanzata dalla pmFrancesca Crupi, che coordina le indagini insieme al procuratoreMarcello Viola.
La Procura ha chiesto il carcere evidenziando come l’indagato conosca strumenti informatici tali da poter “sviluppare una strategia rivoluzionaria”. Elementi chiave che, uniti a una solida rete relazionale, configurano sia ilpericolo di fuga(con la possibilità di riparare all’estero) sia ilpericolo di reiterazione del reato.
Pur definendolo “incensurato”, gli inquirenti sottolineano la sua “particolare capacità delinquenziale” e la sua abilità nello sfruttare il proprio background culturale e la forte presa sui social media per radunare migliaia di giovani nelle piazze.
Le chat e il nuovo reato di violenza organizzata
Secondo la ricostruzione dell’accusa, le istruzioni fornite online da Siher denotavano un chiaro disegno eversivo: i luoghi di concentramento indicati nelle chat erano strategici per ostacolare e limitare i controlli delle forze dell’ordine.
Sebbene nelle chat non vi siano riferimenti diretti a devastazioni e saccheggi, i post venivano giudicati “chiaramente evocativi della finalità violenta delle piazze”, concepite come emulatrici di quelle del 17 ottobre e pronte allo scontro aperto.
I pm hanno inoltre applicato ilnuovo reato di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, entrato in vigore con il decreto sicurezza. A partire dal 23 ottobre, Siher avrebbe messo in atto una pervasiva incitazione alla violenza, fornendo indicazioni logistiche e tattiche per eludere i presidi delle forze dell’ordine e agendo come punto di riferimento per i gruppi più riottosi.
Le indagini: dai legami con Hannoun agli scontri di Milano
L’inchiesta punta a fare luce anche su eventuali collegamenti tra il trentenne – ricercatore e presidente dei Giovani Palestinesi di Milano – e altre figure di primo piano, come l’attivistaMohammad Hannoun, coinvolto in un’indagine della Direzione distrettuale antimafia su presunti finanziamenti ad Hamas. Gli elementi emersi a Milano saranno condivisi anche con la procura di Genova, guidata da Nicola Piacente (pur precisando che Siher non è mai stato direttamente intercettato nell’inchiesta genovese).
Per l’accusa milanese, Siher avrebbe cinicamente “approfittato di quanto accaduto” il 17 e 18 ottobre scorsi in centro a Milano per coagulare un gruppo Telegram di migliaia di persone, finalizzato a destabilizzare l’ordine pubblico e ingenerare terrore nella popolazione.








