Belgrado, non hanno un leader, né un portavoce, né un vero programma. Da stanotte, però, hanno il potere. La Lista degli Studenti ha vinto le elezioni politiche anticipate in Serbia, e a certificarlo è stato lo stesso Aleksandar Vučić, ex presidente (in carica dal 2017 fino a settembre), prima ancora dei dati definitivi: «Sulla base di un campione è chiaro che abbiamo perso. Gli Studenti otterranno tra i 135 e i 140 seggi, noi 105».
Le proiezioni, ancora in aggiornamento, parlano di un 52,5% per la Lista Studentesca, che si assicurerebbe 140 dei 250 seggi del Parlamento monocamerale. La coalizione Aleksandar Vučić-Serbia Unita, guidata dal Partito progressista serbo (Sns), si ferma al 39,1% con 103 seggi.
Restano fuori dall’Assemblea, perché sotto il 3%, la lista a guida socialista del ministro dell’Interno Ivica Dačić (2,3%), Destra Autentica (0,9%) e Serbia Europea (0,3%). Entrano invece, in quanto esentati dal quorum, quattro dei sette partiti delle minoranze: tre seggi agli ungheresi della Vojvodina (Vmsz), due alla Coalizione Albanese, uno ciascuno ai due partiti bosgnacchi musulmani del Sangiaccato (Sdp e Sda).
Era dal 2000 che non si vedevano tante persone ai seggi: oltre il 70% dei 6,4 milioni di aventi diritto. Per tutta la domenica i social hanno rilanciato video di serbi della diaspora in coda alle ambasciate, dal Canada all’Australia, e file ai confini con Croazia e Kosovo. Perfino Vučić ha dovuto attendere due ore prima di votare.
Appena arrivata l’ammissione della sconfitta, Belgrado è esplosa. Cortei di auto, clacson, fumogeni e fischietti hanno invaso le piazze del centro, il viale Terasije e la piazza del Parlamento, dove, ha riferito l’emittente indipendente N1, la polizia si è ritirata insieme ai presunti sostenitori dell’Sns. Il coro più cantato è stato «Tri poljupca ohću ja», «voglio tre baci»: una vecchia canzone popolare che richiama il numero 3 della lista sulla scheda, diventata l’inno della vittoria. Gli studenti hanno poi invaso il Pionirski Park, chiuso dal marzo 2025 da transenne e occupato da tendoni dei contromanifestanti, smantellandoli per «riprendersi lo spazio pubblico». Festeggiamenti anche a Kraljevo, Niš e Novi Sad.
Tra le immagini più forti, in diretta su N1, le lacrime di Dijana Hrka, madre di una delle vittime del crollo di Novi Sad: «Ho lottato per questo per due anni. Sono triste, ma anche felice, perché mio figlio Stefani finalmente avrà la giustizia che merita».
Il movimento nasce nel novembre 2024, quando il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad uccise 16 persone. La tragedia divenne il simbolo della corruzione della politica serba, portò in piazza centinaia di migliaia di cittadini e incanalò la frustrazione verso un potere accusato di insabbiamenti e di tenere i media sotto pressione. In due anni, senza leader e tra mobilitazioni pacifiche, gli studenti si sono trasformati in lista elettorale, con candidati della società civile scelti con metodi di democrazia diretta e una campagna porta a porta, scalzando i partiti tradizionali alla guida del dissenso.
È il più profondo mutamento politico in Serbia dalla caduta di Slobodan Milošević, 26 anni fa, e per molti osservatori un passaggio paragonabile alla fine dell’era Orbán in Ungheria. Il movimento è già guardato come un modello dagli indignati di Spagna, Francia, Germania e Albania.
Vučić aveva tentato fino all’ultimo la rimonta: le dimissioni dalla presidenza, la rivendicazione della modernizzazione del Paese grazie agli investimenti cinesi e al gas russo dell’«amico» Vladimir Putin, la promessa dell’ultima ora di aumenti a pensioni e stipendi pubblici, le accuse agli Studenti di essere al soldo di governi stranieri. Non è bastato.
Ora la Lista dovrà governare. Il capolista, il cardiologo Ilija Srdjanović, ha esultato («abbiamo voltato la faccia a un tiranno, andiamo verso una Serbia migliore»), ma non è certo che sarà lui a guidare il governo. Radomir Sajčić ha parlato a Rts di un risultato che «premia quasi due anni di lotta». Il programma resta generico: più trasparenza, più libertà ai media, giustizia indipendente, più fondi alle scuole. Restano vaghe le posizioni su Ue, Russia, Cina e sulla questione del Kosovo, rinviate a dopo il voto per arrivare compatti alle urne. Per festeggiare c’è la notte; le risposte, da domani.







