IL MEDICO DELLA COMUNITÀ: GIACOMO DELLA MARCA

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Che cosa ci dicono i nomi delle strade di un paese o di una città? Sono tracce che identificano una comunità. Sono dei “supporti memoriali” di un passato che si vuole tramandare. Se è vero che le città italiane abbondano di strade e piazze intitolate a re e regine, a conquistatori e liberatori e in misura minore a scienziati e letterati, l’odonomastica dei paesi si presta ad una più profonda narrazione dei luoghi e delle persone che vi sono nate, perché ne raccontano l’anima. Con entusiasmo ho appreso che recentemente è stata approvata dalla giunta comunale di Nusco l’intitolazione di una via al dott. Giacomo Della Marca.

In verità già due lustri fa si era concluso, sulla base di una raccolta firme, il procedimento amministrativo di intestazione della strada lungo la cancellata della Villa Vecchia, approvato in un secondo momento dalla Prefettura, ma poi rinviato dall’amministrazione. Sono fermamente persuasa che colui che si è distinto per un surplus di umanità, a prescindere dalla professione svolta, merita che il suo nome venga letto su un cantonale e su una cartolina, a sua imperitura memoria. Per Victor Hugo umanità significa identità perché “tutti gli uomini sono fatti della stessa argilla”, metafora perfettamente calzante con Nusco, terra di argilla e di pignatari, e quindi traslato che ben si adatta a uno dei suoi più nobili figli. Il medico di una volta era ginecologo, ostetrico, dentista e all’occorrenza anche chirurgo. Al medico di famiglia si potevano confidare segreti che non venivano svelati neanche nel confessionale, per timore di moralistiche reprimende.

Le numerose testimonianze che ho ascoltato sull’umanità del dottore Della Marca, più noto come Giacomino, non bastano però a garantirgli una sorta di laica immortalità. È sufficiente un’incisione su pietra? Può essere funzionale ad accendere la curiosità dei nostri figli per esplorare, con approccio antropologico, quanto siano cambiate in 60 anni la figura del medico e la comunità nuscana. Sarebbe il punto da cui partire per sapere perché così speciale fu la sua vita, fatta anche di militanza politica dal 1953 al 1964, che lo vide candidato al Parlamento e poi sindaco di Nusco. Sarebbe l’occasione per approfondire l’amicizia con Saragat e Fiorentino Sullo e i rapporti con Ciriaco De Mita. Nella sua ottica solidale la politica non fu mai concepita come strumento di potere, o peggio, come ricatto. Amministrare per lui significava servire. La priorità della sua azione amministrativa fu data alle strade e all’illuminazione delle campagne. Degno di nota anche il fatto che fece anticipare a sue spese a Natale del 1962 lo stipendio ad alcuni operai. Sconfitto nel 1964 dalla lista civica capeggiata da Raffaele Lanzetta, lasciò definitivamente la politica per dedicarsi esclusivamente alla sua professione, che assunse sempre più connotazioni filantropiche. Abitava sotto la montagna una donna molto povera, affetta da emorragia post-partum e lui, a dorso d’asino, la raggiungeva due volte al giorno.

Di ritorno riceveva da alcuni vicini “una pezza” di formaggio. “Non mi fermo più, se fate così”. E quando gli giungeva notizia che intere famiglie di campagna erano in procinto di emigrare negli Usa, sentenziava triste: “Se ne stanno andando i migliori!”. Era il giorno successivo alla festa quando un ragazzo, raccogliendo per gioco una bomba inesplosa, si ferì così gravemente che gli fu amputato il braccio. Lo operò a casa sua mentre sua sorella Onorina gli faceva da infermiera e da lavandaia. Prezioso il suo supporto emotivo al capezzale dell’agonizzante dove riteneva necessarie parole come “Ti trovo meglio” perché il paziente potesse morire più sereno. Il meditare oggi di un anziano del mio paese sulla Parola “Amore”, prendere come esempio il dottore Della Marca, chiosando “Anche le pietre della strada ne parlano bene” è segno che “fare il bene costa fatica, ma la fatica passa e il bene rimane”. Nel Quotidiano del 1º marzo 2015 Giovanni Marino dedicò un’intera pagina alla straordinaria figura di questo medico, che applicava attraverso la sua professione gli insegnamenti del Vangelo e che insieme ad una copia del Cantico delle Creature teneva sul suo comodino.

Per me era il dottore-amico che veniva a casa quando avevo la febbre, che mi faceva guarire senza siringhe, il dottore al quale papà regalava buone bottiglie di aglianico e lui mi donava una grande cioccolata svizzera che non riuscivo a nascondere nella busta quando rincasavo. Una domenica mattina in piazza Natale mentre parlava con un gruppo di amici ebbi l’ardire di tirargli il lembo della giacca. “Dottore, dove andate?”. “Ciao Filomena, vado a fare l’amore”. “Non è vero, i dottori non fanno l’amore”.

Un comico duetto tra un adulto e una bambina, ma che getta un fascio di luce su una verità che a volte ci sfugge: solo i bambini intuiscono l’amore comunitario che nasce dal soffrire con chi soffre. È la più alta forma d’amore perché non chiede nulla in cambio.

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