Alla fine,Mateo Reteguiha detto sì: firmerà conl’Al-Qadisiyah, club saudita senza peso internazionale ma con un potere economico fuori scala. Un trasferimento che suscita interrogativi, non solo sul futuro dell’attaccante italo-argentino, ma anche sul modo in cui certe società — come l’Atalanta— affrontano oggi il mercato.
Partiamo dal contesto: l’Al-Qadisiyah non è il City saudita, né uno dei club di punta della Saudi Pro League. È una squadra in costruzione, situata aKhobar, città di certo non appetibile per chi immagina una carriera tra i grandi stadi europei. Eppure, quando si parla di20 milioni di euro netti a stagione per 4 anni, tutto cambia.Ottanta milioni complessivi: una cifra semplicemente fuori dalla portata di qualunque club europeo di medio-alto livello.
Inutile girarci intorno: dal punto di vista tecnico, è unpasso indietro enorme. Retegui lascerà un campionato competitivo come la Serie A e un potenziale ruolo da protagonista in unaNazionale italiana affamata di centravanti, per un calcio che fuori dai confini arabi continua a suscitarescarso interesse.
Eppure, è difficile condannare la scelta. Altri prima di lui hanno detto no, proprio per il livello del campionato e per lo scarso appeal della destinazione. Ma non tutti hanno la stessa storia, le stesse certezze o le stesse ambizioni. Retegui, che non è un fuoriclasse ma un buon attaccante, ha probabilmente fatto il conto tra una carriera da comprimario in Europa e una svolta economica definitiva. Dal suo punto di vista, comprensibile.
Ma c’è un’altra chiave di lettura, che riguardal’Atalanta. Il club nerazzurro, da anni modello virtuoso di gestione e valorizzazione, si trova ora a dovercapitalizzare un investimentocon una cifra importante — si parla di circa 35-40 milioni complessivi — per un giocatore arrivato da poco. È un’operazione che può essere giudicata soloin base al sostituto: se la Dea troverà un profilo adeguato, con quel denaro potrà rinforzarsi. Se invece il rimpiazzo sarà sbagliato, il rischio sarà quello di aver monetizzato a scapito della competitività.
In sintesi: il trasferimento di Reteguinon entusiasma nessuno, se non il suo conto in banca. Non entusiasma i tifosi, non esalta il calcio, non migliora la qualità della competizione. Ma è il segno dei tempi:il potere economico del mondo arabocontinua a stravolgere le regole, senza portare (ancora) vera rilevanza sportiva. E il calcio europeo, anche quello più sano, può solo provare alimitare i danni.







