Il giorno arriva sempre, se non sei già morto, e quando arriva devi aver già considerato che la giornata ti vuole combattente, forse combattivo, ma certamente lucido.
Non bastano le scuse rosicate per un sonno che non ha aiutato le risorse, non basta neppure quella sciatta negligenza che potrebbe essere una giustificazione, bisogna andare.
Arrivano i pensieri molesti, le inquietudini, le decisioni da prendere e quelle da evitare, ci ritroviamo il bagaglio che avevamo lasciato la sera prima sulla poltrona di fianco al letto e che speravamo si fosse smarrito e invece è qui, impaziente di farsi vedere.
A volte, penso, dovremmo avere il benefit della dissolvenza.
Quella dimensione aerea fatta di inconsistenza materiale che fluidifica e rende rarefatta ogni disperazione, ogni dolore, ogni momento insopportabile.
Una sospensione dal dovere di essere sempre compiuti, risolti, non inadempienti.
Una volta dissolti niente può toccarci, la traccia fisica forse è diventata una nuvola, forse aria inconsapevole, respiro silenzioso.
Una volta una bambina riempì delle bottiglie con dell’acqua, le sistemò in orizzontale su di uno scaffale e su ogni bottiglia vi appose un’etichetta: “acqua energia”, “acqua compagnia”, “acqua invisibile”.
L’ultima, mi spiegò, era la più importante, era quella che volevano tutti perché dava ad ognuno il potere di esserci o non esserci e spesso la seconda condizione regalava la magia di vedere senza essere visti.
Il potere di sentirsi invulnerabili, protetti da ogni attacco e impermeabili ad ogni dispiacere.
L’invisibilità come scelta, non come condizione subìta, in grado di farti prendere le distanze necessarie per guardare le cose da un punto alto e altro, come se il pensiero ti avesse guarito da una oppressione che, dal basso, spingeva sul cuore.
La dissolvenza, uno stato di grazia vicina all’indifferenza sapiente, per far sciogliere i nodi e mettere pace fra la cura inevitabile e la ferita che tornerà a bruciare.







