Da bambino avevo una passione per le storie dell’orrore. Mio padre leggevaPiccoli Brividie poi li passava a me. In seguito iniziò a comprarmi ancheI Brividosi, una collana horror per ragazzi pubblicata da Piemme. Tra vampiri, streghe e zombie, ricordo soprattutto i labirinti: luoghi misteriosi in cui era facile perdersi e da cui sembrava impossibile uscire.
Anni dopo, guardandoBackrooms, il film prodotto da A24 e diretto da Kane Parsons, mi è tornata in mente proprio quella sensazione. Il film prende ispirazione dal fenomeno delle Backrooms, una delle leggende più affascinanti nate su Internet negli ultimi anni.
Le Backrooms sono spazi liminali: luoghi apparentemente familiari ma inquietanti, come uffici vuoti, corridoi infiniti, parcheggi deserti o piscine abbandonate. Ambienti che sembrano esistere ai margini della realtà e che trasmettono contemporaneamente comfort e disagio. Oggi queste immagini vengono spesso generate con l’intelligenza artificiale, ma il fenomeno nasce nel 2019 su 4chan.
In quell’anno un utente pubblicò la fotografia di un anonimo ufficio vuoto accompagnata da un testo che sarebbe diventato il manifesto delle Backrooms. Secondo il racconto, chi “scivola fuori dalla realtà” può ritrovarsi intrappolato in un’immensa distesa di stanze giallastre, illuminate da luci fluorescenti ronzanti e apparentemente infinite. Un luogo da cui non si può fuggire e in cui qualcosa potrebbe aggirarsi nell’oscurità.
Questa storia appartiene al mondo delle creepypasta, racconti horror diffusi online che gli utenti ampliano e trasformano collettivamente. Come la celebre leggenda di Slender Man, anche le Backrooms rappresentano una forma di folklore digitale: storie inventate che, grazie alla partecipazione della comunità, finiscono per assumere una vita propria.
Il film di Kane Parsons prende questo immaginario e lo trasforma in qualcosa di più ampio. La storia ruota attorno a una misteriosa porta nascosta nel seminterrato di uno showroom di mobili, capace di condurre a una dimensione impossibile. Da qui nasce un incubo cinematografico che richiama opere comeUsdi Jordan Peele,Synecdoche, New Yorkdi Charlie Kaufman,Severance,Paranormal ActivityeCube.
Tuttavia, il vero interesse diBackroomsnon sta tanto nella trama quanto nel significato che emerge dalle sue immagini. Il labirinto infinito delle Backrooms può essere letto come una metafora dell’ambiente digitale contemporaneo. Un mondo dominato da algoritmi che ci guidano continuamente attraverso contenuti simili, ricordi ricombinati, informazioni ripetute e percorsi sempre più personalizzati.
In questa prospettiva, le Backrooms assomigliano alle nostre infinite For You Page. Ci muoviamo da una stanza all’altra come da un video all’altro, intrappolati in una gigantesca camera dell’eco. Un concetto descritto dal teorico della comunicazione Cass Sunstein per indicare quegli ambienti in cui le persone finiscono per confrontarsi quasi esclusivamente con idee che confermano le proprie convinzioni, rafforzando polarizzazione e isolamento.
Dopo la visione del film rimane soprattutto una sensazione: il bisogno di aria. Il desiderio di allontanarsi per un momento dal flusso incessante di meme, trend, notifiche e contenuti generati dagli algoritmi. È probabilmente un’utopia, perché oggi è difficile immaginare una vera fuga dall’ecosistema digitale. EppureBackroomssuggerisce una possibilità diversa.
Forse non saremo salvati da luoghi straordinari o da mondi alternativi. Forse la via d’uscita dal labirinto passa proprio attraverso gli spazi più ordinari, vuoti e insignificanti. Luoghi reali che acquistano valore grazie alle storie, alle relazioni e alle esperienze che scegliamo consapevolmente di costruirvi dentro.




