Nel giorno che celebra gli 80 anni della Repubblica Italiana e del Tricolore, vale la pena riflettere sul rapporto tra moda, identità e politica. In un momento storico segnato da tensioni internazionali, polarizzazione e conflitti ideologici, gli abiti possono offrire una prospettiva inaspettata su ciò che ci unisce e ciò che ci divide.
Per molto tempo ho pensato cheCaterina va in cittàfosse semplicemente un film sulla necessità di scegliere da che parte stare. Lo vidi da bambina, senza comprenderne davvero il significato, ma una cosa mi rimase impressa: la protagonista era costretta a schierarsi.
Trasferitasi da Montalto di Castro a Roma con la famiglia, Caterina entra in una nuova scuola e si trova subito al centro di una divisione. Da una parte c’è Margherita, ribelle e vicina alla sinistra; dall’altra Daniela, figlia di un parlamentare della destra. Due gruppi, due modi di pensare e anche due modi di vestirsi.
Da bambina osservavo soprattutto questo. Margherita indossava magliette nere, aveva il trucco sbavato e i capelli colorati. Daniela sfoggiava capelli perfettamente lisci, lip gloss, occhiali da sole e abiti chiari. Mi sembrava che gli abiti rendessero immediatamente riconoscibile l’appartenenza a una fazione.
Riguardando il film da adulta, soprattutto in un periodo caratterizzato da forti tensioni politiche sia in Italia sia all’estero, ho capito che il suo messaggio era molto più complesso. La politica tende a dividerci in schieramenti contrapposti, ma la realtà è raramente così netta. E la moda lo dimostra meglio di qualsiasi altro linguaggio.
Gli abiti sono strumenti di comunicazione potentissimi. Possono creare senso di appartenenza, costruire identità e segnare confini. Ma, allo stesso tempo, sono estremamente instabili nei loro significati. Quello che oggi rappresenta una cosa, domani può rappresentarne un’altra.
I significati della moda cambiano principalmente per due ragioni: il tempo e il contesto.
Un esempio è quello dei pantaloni skinny da uomo. Per anni sono stati associati a un’estetica alternativa o queer. Oggi sono indossati da uomini di ogni orientamento e provenienza sociale, tanto nelle grandi città quanto nei piccoli centri. Il significato originario si è trasformato fino quasi a dissolversi.
Lo stesso accade con il basco. Nato come copricapo utilizzato da pastori e lavoratori dei Pirenei, è diventato nel tempo simbolo militare, emblema rivoluzionario associato a figure come Che Guevara e alle Black Panthers, ma anche accessorio romantico legato all’immaginario parigino contemporaneo. Un unico oggetto racchiude storie e interpretazioni molto diverse tra loro.
Esistono poi capi che contengono al loro interno significati contrastanti. Il dibattito sulle pellicce ne è un esempio. Per alcuni rappresentano una pratica eticamente inaccettabile; per altri, soprattutto nel caso delle pellicce vintage, possono essere una scelta più sostenibile rispetto alle alternative sintetiche.
Anche gli abiti volutamente usurati o distrutti generano discussioni simili. Le sneaker consumate di Balenciaga, le collezioni di John Galliano ispirate ai senzatetto o i lavori concettuali di Martin Margiela hanno sollevato domande sul rapporto tra lusso, povertà e rappresentazione sociale. Sono provocazioni artistiche o appropriazioni di condizioni di disagio? La risposta, spesso, non è univoca.
È proprio questa ambiguità a rendere la moda interessante. Gli abiti raramente comunicano un solo messaggio. Possono essere contemporaneamente simboli di appartenenza e strumenti di trasformazione. Possono unire e dividere, confermare identità o metterle in discussione.
Per questo oggi guardo aCaterina va in cittàin modo diverso. Non come al racconto di una scelta obbligata tra due schieramenti, ma come alla storia di una ragazza che impara a costruire una propria posizione senza lasciarsi definire completamente dagli altri.
La stessa lezione vale per la moda. Crescendo ho capito che posso indossare elementi associati a mondi diversi senza sentirmi obbligata a scegliere una sola appartenenza. Posso trovare punti di contatto con persone che considero lontane da me. Posso riconoscere che le identità, come gli abiti, sono sempre più sfumate di quanto appaiano.
In un’epoca dominata dalla polarizzazione, la moda ci ricorda una verità semplice: le differenze esistono, ma non sono mai assolute. Ogni capo che indossiamo porta con sé significati passati, presenti e futuri. Ci invita a esprimere chi siamo, ma anche a immaginare chi potremmo diventare.
Forse è proprio questa la sua funzione più importante: ricordarci che nessuna identità è immobile e che c’è sempre spazio per accogliere qualcosa, o qualcuno, in più.




