Sull’ultima fatica poetica di Peppino Iuliano si alzano tre voci che l’analizzano e la raccontano.
Nell’incipit c’è Stefania Marotti che dice: “La poesia d’autore per un viaggio nelle emozioni. Elevazione spirituale, dolcezza, memoria si fondono in questa nuova opera, con l’armonia, con la precisione di uno spartito musicale. Ed è la musicalità della parola, la sua ricerca, la sua capacità evocativa a condurre il lettore per mano, con la delicatezza e la discrezione di un autore che non ama le luci della ribalta. Il verso diventa il colore dell’animo, che cerca un suo spazio in una società priva, ormai, della semplicità e della spontaneità del sentimento di condivisione. L’universalità dei moti interiori diventa protagonista della riflessione, del desiderio di individuare, ancora una volta, il rifugio della bellezza, per fuggire l’inquietudine e l’ansia globale, legate al male che questa società ha prodotto, come la guerra, la povertà. L’autore trasmette pace, equilibrio, commozione, con la forza di chi crede nella missione della cultura, l’unica arma per restituire cuore ad un’umanità alla deriva. Un luogo di salvezza, dunque, il poetare di Giuseppe Iuliano, traslato in luogo dello Spirito, in un estremo gesto d’amore. Il donarsi, il donare uno squarcio di luce, un momento di pace dagli affanni, dalle pene, dal dolore è una missione, in un terzo Millennio regredito nei suoi valori.”
Gli fa eco Mino Mastromarino: “Generoso autore di versi ermetici, non nel significato di misteriosi, bensì in quello di ben sigillati da uno stile di riuscita coerenza estetica. L’Io delle sue liriche, liberatosi dalla innaturale modestia, non si limita all’espressione, ma anela all’incontro con il mondo, con l’Alterità divina e con quella umana, pretende di denudare le proprie radici. Le poesie di Iuliano si compiacciono di istituire traiettorie, più che itinerari. Si sottraggono strenuamente alla banale intersezione con il vissuto di chi le ha scritte. L’interiorità come sorgente e non contenuto del pensiero poetante.
La scrittura poetica di Iuliano è predicabile di oscurità nell’accezione di rugosità semantica, di spia di poeticità. Ovvero di resistenza del testo alla lettura agiata. Una volta Paul Valéry ammise: “confesso che non afferro quasi nulla di un libro che non mi opponga resistenza”. Il lessico preciso del bardo nuscano è costellato di inciampi di senso, che obbligano il lettore ad una impegnativa iterazione ermeneutica. È disposto a ospitare solo parole non inchinate. Usa dirsi che, a furia di inseguire un sogno, si finisce con l’identificarsi con esso.
In “Stella del Sud” Iuliano ha invocato “una stella / compagna di viaggio / cui affidare l’anima in pena / e le sue istintive scenate”, che “ascolti preghiere e invettive / di qualsivoglia apostrofe”. L’opera “iulianea” merita dunque di essere assunta nel firmamento: poetico, tout court.
Chiosa Paolo Saggese:I paesi non sono Centauri, non hanno la mente di Chirone e la forza di Nesso, sono come dei velieri in secca, come dei padri contadini ormai esausti, dopo ore e ore di lavoro. Sembrano conservare una serenità antica, una sorta di imperturbabile serenità. È la serenità di una pace o dello sconforto, della sapienza raggiunta o dell’abbandono. O tutto questo insieme.
Il poeta Giuseppe Iuliano è stato, ormai da più di un cinquantennio, il testimone di questi paesi, della sua Nusco e di tutti gli altri borghi più o meno belli dell’Appennino meridionale, un indomito testimone del suo tempo, come avrebbe voluto i Poeti il “nostro” Salvatore Quasimodo. Ha percorso la parabola del Mezzogiorno e del nostro Paese, ha tentato insieme ai poeti meridionalisti e meridiani di attuare o favorire o progettare o soltanto pensare una palingenesi di popolo e di giovani.
Ci siamo esaltati tante volte. Abbiamo tante volte pensato di essere vicini al momento decisivo. Ma sapevamo che era solo un’illusione.
Adesso è il tempo della solitudine e della pausa, del riposo, della sconfitta. Abbiamo ammainato le vele. Abbiamo rinunciato a raggiungere il porto. È il tempo infausto dell’“autonomia differenziata”, della cicuta.
Il Sud è ancora più povero. È stato definitivamente tradito. Con i suoi paesi. Che non sono Centauri, ma semplici capri espiatori di una civiltà, che ha sempre più chiaramente detto di no all’uomo e al suo futuro.
Pubblichiamo per i lettori di Emme24 tre poesie estratte dal libro per gentile concessione dell’autore.
Sono di terra
Sono di terra le mie ragioni
qualcosa in più della cenere
che mi vuole buon cristiano
fra gente di terra come mio padre
la cui stretta di mano
era sigillo di notaio.
Di terra pure i miei figli
misure di passi, scarpe di attesa
che mostrano gomiti e pugni
alla razza padrona di ogni sorta.
Aspetto a vista fratelli d’oltremare
carovane stremate dal deserto
occhi gonfi di rabbia e vento
gialli secchi come dune di sabbia.
Mani unghie e rive di terra
muovono poche braccia a galla, a nuoto.
Cerchiamo distanti tra muri sassi e spine
dolore di partenza, pena di soglia.
Una radice di ulivo
Palestina terra santa oppressa smarrita.
Ostia e vino alla mensa diYeshua
cenacolo aspro raffermo di fraternità
scontri ritardi animosità terrore
raffiche malvage di quest’autunno.
Dies iraedisperde maledetto
l’albero della vita. Furore schianta d’ira
la tenda di Abramo e le case degli uomini.
Chiodi e lance, ali di fuoco assassino
trapassano la storia, misteri dolorosi.
Strazia il grido in Rama.Rachele piange
i suoi figli*,la morte il vero nemico
che appressarequieme sudari di Gaza
al calvario nazareno, la croce più alta.
Superbia smuove sangue acido
mala radice è tarlo e veleno.
Vacilla la nostra promessa di fede
lontana estranea bibbia‘ārōn ha-bĕrīth**,
Un altro dio degli eserciti incalza crudele
da questo cielo sfigurato, di nessun amore.
Tardano gli angeli, sbiancano le stelle
s’accorano in salmi anime smarrite.
Mesta frantuma spoglia la palma d’ulivo.
*Geremia 31, 15.
**Arca dell’Alleanza
I poeti non sono mercenari
I poeti sono strane creature
incidono graffiti parentesi di umori.
Scrutano chiarori di luna e stelle
e a segni occulti di veggenza
invocano l’innocenza del cielo.
Confessano di amore pene e superbie.
Altri fiati, spiriti guerrieri
rigano di nero quaderni e muri
succhi di cicuta e ortica, spugne di fiele.
Molano denti e coltelli di lingua
per lanciafiamme di versi.
C’è chi li vuole comete, chi meteore.
Visionari catturano inventano parole
geometrie infinite di cuore e mente,
occhi che mirano e fiondano di accenti
pensieri arguti, sfoghi temerari.
I poeti non sono mercenari
rifiutano rapine e qualsiasi spoglia.
Indiani di riserva avversano confini.
Profeti leggono il tempo e le sue pieghe
rubano segreti e forgiano silenzi.
Poesia – seme e filo d’erba sempreviva –
migra cocciuta, bussola di verbo e voce.
- In galleria l’illustrazione del maestro Luigi Prudente







