John Milton (1608 + 1674) è uno di quegli autori il cui indomabile coraggio, che sgorgava dalla coerenza assoluta alle sue idee, profuma di modernità anche a distanza di 350 anni dalla sua morte. La sua vita fu come un poema eroico già prima di cimentarsi con ilParadiso perduto,capolavoro che lo terrà impegnato per circa 10 anni. Era persuaso che Dio avesse instillato in lui un appassionato amore per il bello e se gli si domandava a cosa mirasse, rispondeva che stava irrobustendo le sue ali, si allenava al volo, ma era cosciente che il suo Pegaso si librasse su ali ancora deboli. Destinato alla Chiesa si rese conto “della tirannide che l’aveva invasa”e comprese presto che colui che voleva entrare in un ordine religioso “doveva accettare la schiavitù e pronunciare un giuramento tale che lo obbligava a diventare immediatamente spergiuro o a perdere la sua fede”. Il vero dramma di Milton non fu la cecità che lo colse a 41 anni, o la povertà negli ultimi anni, o la perdita di due mogli e di due figli, o il carcere, ma la Restaurazione che ai suoi occhi appariva come la morte di tutto ciò in cui aveva creduto: la corona al posto della libertà, la corte invece della sacra comunità puritana, il regno di Carlo II in luogo di quello di Cristo in terra.
Fu quindi il restaurarsi della monarchia che gli fece esplorare le sue perdite all’interno delParadiso perduto,la cui struttura è quella degli antichi poemi classici, come l’Iliade e l’Eneide. Vi si narra un’unica vicenda: la caduta dell’uomo. Gli episodi collaterali, come la ribellione di Satana o la creazione, sono racconta da qualche personaggio, proprio come succede, per esempio, nell’Eneide dopo la distruzione di Troia rievocata da Enea. In questa cornice classica si inserisce la teologia di Milton, che poggia sulle fondamentali idee cattoliche, modificate dalla Riforma: la creazione dell’uomo, la caduta, l’incarnazione di Cristo, la redenzione, il giudizio finale. Del cattolicesimo respinge la dottrina del Purgatorio, l’autorità papale, l’intercessione dei santi e diversi sacramenti come la confessione. Si stacca da ogni forma di gerarchia ecclesiastica e da ogni imposizione di culto esteriore. Non va del tutto d’accordo nemmeno con i puritani, per le loro idee riguardo alla predestinazione. Secondo i calvinisti infatti gli uomini sarebbero da sempre predestinati a essere eletti o dannati, qualunque siano le loro azioni; la grazia, che Dio può concedere o non concedere, indipendentemente dalla volontà del comportamento umano, condizionerebbe la salvezza. Ma Milton ha un concetto troppo alto dell’uomo per accettare tale teoria. L’uomo di Milton è dotato del libero arbitrio, ha facoltà di scelta tra il bene e il male, altrimenti non sarebbe un uomo ma un fantoccio meccanico. Milton è in ultima analisi tutto ribellione: una ribellione positiva inconscia, che nasce dal senso di libertà, dalla profonda originalità del suo pensiero, dalla sua prorompente personalità. A questo istinto ribelle va ascritta anche la grande poesia del suo poema. Allora non si accontenta di attingere dalla Bibbia: vi rielabora una vicenda, rivive il dramma insieme ai protagonisti; e pur condannandolo, fa di Satana una figura indimenticabile. In fondo le violenze infernali e le delizie dell’eden sono i contrastanti aspetti dell’umanità. In questo modo ilParadiso perdutocome laDivina Commediadiventa un’autobiografia ideale del suo autore, è uno specchio drammatico del suo tempo con le sue storture, politiche, sociali e religiose; oltre ad essere poesia.
Invece la prosa di Milton, cioè i libelli, i trattati, le difese e le invettive scritte durante la sua vita pubblica, non hanno un grande interesse letterario (il poeta stesso diceva di averli scritti con la mano sinistra), ma sono importanti in quanto documentano, tappa dopo tappa, il pensiero dello scrittore in uno dei periodi più tormentati della storia d’Inghilterra. Interessante è anche il suo trattato sul divorzio, proprio per la profonda moralità dell’autore, il quale ritiene immorale e contro la “Gloria” di Dio che un uomo e una donna che si detestano debbano continuare ad essere una carne sola. Ma forse l’aspetto che colpisce di più noi moderni delle opere di Milton, è la costante difesa dei diritti inviolabili della coscienza individuale.
Nel 1649, durante il processo che doveva portare al patibolo il re Carlo I, Milton scrive il famoso libelloOf de Tenure of Kings and Magistrates per dimostrare che gli uomini hanno il diritto di liberarsi di un tiranno e anche di metterlo a morte, se necessario. L’opera esce 15 giorni dopo l’esecuzione del re ed è seguita qualche mese dopo daEikonoclastes, che si inserisce nel quadro del Consiglio di Stato. Con il secondo libello che verte sulle stesse argomentazioni del primo, Milton controbatte l’azione dei monarchici tendente a fare del giustiziato Stuart un martire.
Ben installati ormai al parlamento i presbiteriani avevano cominciato subito a imitare i vinti esecrati tiranni loro avversari, instaurando una severa censura su tutto ciò che veniva scritto e stampato. In tal modo la repressione cambiava solo di nome e Milton non mancò di denunciare a tutte lettere la nuova tendenza, bollandola come un ripristino del dispotico regime Stuart. La sua difesa della libertà di stampa si articola su tre punti fondamentali: un governo illuminato deve poter contare su una società di uomini intelligenti ed evoluti, liberi di operare una scelta convinta. Per essere tali, essi devono poter leggere e discutere di tutto. È importantissima dunque la presenza in una società evoluta di intellettuali virtuosi e colti. L’abolizione della libertà di pensiero, e quindi di stampa, impone una grossa ipoteca alla causa della verità.
Areopagitica( il titolo è quello di una orazione del filosofo greco Isocrate, tenuta davanti all’areopago ateniese) non ottenne nel seicento quanto auspicava. Ma alla vigilia della Rivoluzione francese fornì gli elementi per una infiammata perorazione. E torna di scottante attualità ad ogni nuovo tentativo, da parte di regimi di qualsiasi colore, di soffocare il libero pensiero. L’autore combatte contro ogni forma di censura della stampa in nome della dignità del lettore, che non deve essere tutelato neppure nei confronti di arditi e immorali autori, dovendo egli stesso scegliere le sue letture per poi giudicare i vari testi secondo la propria coscienza, il proprio gusto, la propria sensibilità e cultura.







