Morire per mano di un figlio è una sorta diapocalisse privatache ogni essere umano rifiuta, l’apice dell’angoscia, una paura ancestrale, innominabile: il tradimento di uno dei legami più sacri e naturali, quello tra genitore e figlio. Ci troviamo di fronte ad un cataclisma personale, una distruzione emotiva e spirituale, insostenibile per la psiche umana. La famiglia, spesso rifugio, luogo di sicurezza, si trasforma in un devastante campo di battaglia, con un drammatico ribaltamento delle aspettative e delle dinamiche. Innaturale, asfissiante, agonizzante solo al pensiero.
Dalla strage di Paderno Dugnano ho pensato di scrivere una lettera immaginaria, da madre di un’adolescente, immedesimandomi in quella madre che ha visto uccidere il figlio piccolo nel sonno e poi il marito, infine se stessa. Questa lettera mi aiuta a scavare, indagare su quello che sia potuto accadere ma senza giudicare. Non possiamo giudicare perché potremmo trovarci a vivere, un giorno, la stessa Apocalisse.
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Il buio e non siamo più noi, in questo sconfinamento sgrammaticato tra vita e morte, lungo la lama affilata di un coltello che, per sessantotto volte, hai affondato nella carne prima di fermarti. Eppure è così tenace il pensiero di comprenderti, si arrovella tra la mente e lo sterno oramai completamente dissanguato d’esistenza, che scrivo stupidamente parole afone. Frammenti di suoni criptici e muti che non potranno mai raggiungerti.
Vedi, dove sono adesso non esiste la dimensione della parola, neanche l’eco di queste. Il corpo è rimasto sul pavimento, slacciato dall’anima che, incredula, si è rifugiata qui sopra, sulla mensola della cucina, prima di evaporare nell’ultima perla di pianto.
Mi mancava la voce per gridare, per dirti di lasciar stare tuo fratello, tuo padre, arresi davanti alla “generosità” di quella violenza che offrivi a ognuno con selvaggia freddezza. Ho solo visto l’Apocalisserifugiarsi in questa casa. Ha fatto collassare le pareti, esplodere le finestre. Ha disintegrato il bene lasciando solo colate di sangue…ovunque.
E vedi, figlio mio, nonostante tutto, sento che devo parlarti, provare a lasciare una traccia, anche piccolissima, del mio amore che possa risuonare nella steppa del tuo cuore, anche se è troppo tardi.
Quando il tuo respiro ha preso asilo nel mio ventre, quando amandoci ti abbiamo messo al mondo, non avrei mai immaginato che tu potessi essere l’angelo della morte. “E guardai, ed ecco, apparve un cavallo verdastro; colui che lo cavalcava si chiamava Morte, e gli veniva dietro l’Ade. Fu loro dato potere sopra un quarto della terra, per uccidere con la spada, con la fame, con la peste e con le belve della terra.”
Di questaApocalisse Privata, avvenuta in famiglia, lasciando il mondo praticamente intatto, nessuno aveva avuto sentore. Nessun “Agnello” ad aprire i sette sigilli, nessuna delle sette trombe a portare un giudizio sulla terra. Non una sola Coppa dell’Ira di Dio a causare piaghe devastanti. Tutto era nei filari della normalità, la colazione, i vestiti nuovi, la vacanza, i progetti per il futuro. Tu eri un ragazzo modello, il mio “piccolo Einstein” anche se avevi avuto un debito in matematica…
“Emancipato e libero”? Dici che questo ti ha fatto scattare la molla della strage? Io non so cosa ti abbia portato a compiere un gesto così disperato, quale oscurità si sia annidata nel tuo essere, quale dolore ti abbia privato della ragione. Di sicuro, saranno psicologi e pseudo esperti a dire la loro su questo argomento mediatico “di tendenza”. A vomitare pensieri, giudizi, impalandoci tutti sul sentiero minato e tossico del “dovevano accorgersene”, “dovevano capirlo”, “lo hanno viziato troppo” ed altre frasi al vetriolo che pure qui, a noi morti, fanno orrore.
Da ignorante posso solo dire che“so bene cosa, invece, ha animato me“, ogni singolo giorno che ti sono stata accanto: l’amore. Quel dono di magnificenza e sentimento purissimo che si può soltanto offrire, senza pretendere nulla in cambio, senza controprestazioni di nessun genere, e che, anche adesso, dopo questa condanna a morte senza appello, mi dà la forza di non cancellare dai ricordi di chi eri, di chi potevi essere, di chi resterai. Si tu resterai, nonostante tutto, mio figlio.
Spero che, in qualche modo, tu possa trovare quella pace che a noi hai negato. Ancora cerco il tuo fratellino, non lo vedo arrivare, sarà che dorme ancora? Tuo padre mi compare in lontananza. È tempo di andare. Anche se è difficile da immaginare…vorrei che tu potessi sentire il mio abbraccio un’ultima volta, un abbraccio che non giudica, che non accusa, ma che cerca solo di confortarti, di farti sentire, adesso che sei rimasto solo, meno solo.







