La sera del 10 dicembre 1944 un bombardamento tedesco si abbatte sulla chiesa di San Biagio a Forlì, distruggendo gli affreschi della Cappella Feo dedicata a San Giacomo Maggiore, realizzati tra il 1493 e il 1494 da Melozzo da Forlì e Marco Palmezzano su commissione di Caterina Sforza per ornare il sepolcro di famiglia del secondo marito Giacomo Feo – sposato, pare, in segreto – ucciso nel 1495. Si salvano la “Madonna in Trono con Bambino e Santi” del Palmezzano, una “Immacolata Concezione” di Guido Reni e un’acquasantiera quattrocentesca. L’esplosione danneggia gravemente anche il coperchio in marmo del sarcofago di Barbara Manfredi, bellissima moglie di Pino Ordelaffi, principe di Forlì. Il monumento funebre, realizzato tra il 1466 e il 1469 da Simone Ferrucci da Fiesole, è meta di numerose visite. Il Dottor Pietro Reggiani, soprintendente onorario ai monumenti di Forlì, con l’aiuto di volontari riesuma il corpo di Barbara e recupera i marmi, sottoposti in seguito ad accurato restauro. Malgrado la guerra e la carestia flagellino l’Italia, non mancano i turisti, e i curiosi che accorrono a vedere il corpo contenuto nel sarcofago restano attoniti: Barbara è pressoché intatta. L’esame autoptico effettuato nel 1947 provvede a dissipare la leggenda che la circonda ma alla gente piace restare con il dubbio sulle circostanze del decesso: un’affezione addominale acuta, una violenta forma epidemica o avvelenamento? Le ottime condizioni del corpo, sepolto oltre cinquecento anni prima, sollevano interrogativi: il processo di decomposizione potrebbe essere stato impedito dall’arsenico?
Pochi giorni dopo il bombardamento, il sacrestano fa una macabra scoperta: il corpo di Barbara è stato decapitato. Malgrado la sua denuncia il fatto passa inosservato perché, dato il cruciale momento storico, nel 1944 le sorti della testa di Barbara non sono certo una priorità. Ci sono morti più recenti da seppellire e gente da mettere in salvo. Così come è scomparsa, la testa torna misteriosamente al suo posto nel giro di pochi giorni. Ma è priva della pelle – così ben conservata al momento del ritrovamento da far intuire con nettezza i suoi lineamenti in vita – e ridotta praticamente a un teschio.
Al nome di Barbara si lega una storia di amore e vendetta che attrae la curiosità di curiosi, studiosi e storici. Separate dal campanilismo, fenomeno del tutto italiano, le città di Forlì e Faenza non hanno mai intrattenuto cordiali rapporti e si sono affrontate più volte intorno al confine del Rio Cosina. In un periodo di distensione e relativa pace, Astorgio Manfredi dà in spose le figlie ai maschi Ordelaffi: Barbara impalma Pino nel 1456 ed Elisabetta convola con Cecco (Francesco) nel 1462. Nella sua “Chronica breviora” Bernardino Azzurrini fornisce i dettagli: «(…)I fratelli Cecco e Pino Ordelaffi erano entrati nella signoria di Forlì fin dal principio della metà del secolo XV; per la morte del padre loro Antonio. Il 2 marzo 1451 furono da Astorgio II Manfredi celebrati a Faenza gli sponsali [fidanzamento] della figlioletta sua Barbara, che aveva soltanto otto anni, con Pino Ordelaffi, che ne aveva soltanto quindici.»
La giovane donna, nata a Faenza nel 1444, figlia di Astorgio II e Giovanna Vestri da Cunio, contessa di nobiltà carolingia, fin dalla prima infanzia viene istruita assieme alla sorella Elisabetta e ai fratelli Carlo, Federico, Galeotto e Lancillotto dai più celebri umanisti fiorentini nel lussuoso palazzo di famiglia. Come sappiamo, era stata promessa sposa a soli otto anni al forlivese Pino Ordelaffi, appena quindicenne. Gli sponsali erano stati fastosi e si erano celebrati a Forlì nel gennaio del 1456, insieme a quelli della sorella Elisabetta con Francesco Ordelaffi, fratello di Pino come ci informa Bernardino Azzurrini «Nel 1455, poi, Cecco Ordelaffi, fratello di Pino, rotto fede alla sua promesa sposa Lucrezia di Sigismondo Malatesti, ottenneva la mano dell’altra figlia di Astorgio Manfredi, Elisabetta.»
In occasione del matrimonio la famiglia Manfredi era stata ospite a Forlì per i sei giorni dei festeggiamenti, ma la giovane età di Barbara, appena 18 anni, la sua avvenenza e ambizione, nonché l’appoggio del padre Astorgio che nutre per lei un affetto incondizionato, non lasciano presagire nulla di buono. La città è divisa tra i sostenitori del cognato Cecco, di maggiore età e pertanto considerato il vero signore, e la minacciosa fazione del marito Pino, minore di un anno, capitano d’armi per i maggiori condottieri dell’epoca. Cecco spadroneggia indisturbato ed Elisabetta è considerata da tutti la “Madonna di Forlì” mentre Barbara, che si sente trascurata, si lagna con il padre di essere “la più isventurata madonna d’Italia”, sola in una città ostile, costretta dalla sorella a vestire come una servetta per non offuscarne l’immagine e sempre in secondo piano nelle attenzioni dei cortigiani. L’invidia e l’odio per Elisabetta e Cecco portano Barbara ad essere coinvolta nell’organizzazione di una congiura che potesse essere fatale al cognato.
Pino mira a succedere a Cecco che governa la città, desiderio questo pienamente condiviso dalla consorte. Per i tempi che corrono, le lotte per il potere fra stretti consanguinei sono all’ordine del giorno, e a Faenza sono tutti contro tutti, dato il clima che regna fra i fratelli di Barbara, Carlo, Federico, Lancellotto e Galeotto, quest’ultimo destinato a prevalere. Pare dunque che Pino accusi un indefinibile disturbo, la cui causa, vera o presunta, è maliziosamente attribuita a Cecco. E di nuovo troviamo riscontro in Bernardino Azzurrini: «E il matrimonio di Barbara con Pino, rallegrato dal fidanzamento novello di Elisabetta, si celebrò il 25 gennaio 1456. Ma la concordia tra i due fratelli Ordelaffi in Forlì non durò a lungo: pare che Cecco, per ismania di assoluto dominio, tentasse di avvelenare il fratello Pino, che fu costretto a ricoverarsi con la moglie Barbara Manfredi in Faenza; ma il giovane marito di Barbara guarì.»
Vista la mala parata, Pino e Barbara si rifugiano a Faenza per ottenere l’appoggio di Astorgio in quello che succederà in seguito. Dopo il loro ritorno a Forlì Pino fa imprigionare Francesco con consorte e figli. Il cronista Leone Cobelli suggerisce che sia stata Barbara a preparare la pozione letale e la descrive mentre travestita partecipa alle riunioni dei congiurati. E poiché il signore suddetto resiste al veleno che gli viene somministrato – forse Barbara non ha ancora pratica – ci pensano alcuni sicari a finirlo a colpi di stocco. Poco dopo anche Elisabetta sarà avvelenata. Racconta con puntualità Bernardino Azzurrini «Cecco, a dissipare ogni sospetto, andatosene in Lombardia, mise il fratello al soldo dei Veneziani, fermandone i capitoli il 24 marzo con Bartolomeo Colleoni, capitano generale della Serenissima. Tornato nel ‘66 dalla guerra, Pino trovò in Forlì Cecco gravemente ammalto ed i cittadini irritatissimi contro il mal governo di lui e d’un tal dottore Francesco Bifolci suo fac-totum; e nello sdegno e nei tumulti che ne seguirono, Pino vide cupidamente a sé aperta la via all’usurpazione. Barbara, la giovane sua sposa, fu sua complice, ed inviò per aiuti un messo segreto ad Astorgio, suo padre: ed il fatto è che una notte i congiurati s’impadronirono dell’infermo Cecco e lo rinchiusero in una torre con i figli e con la moglie Elisabetta. Il sopraggiunto soccorso di Astorgio aiutò indi Pino ad avere il pieno dominio di Forlì; e, orribile a dirsi, Barbara stessa preparò poi il veleno che avrebbe dovuto uccidere lo spodestato Cecco, e che sembra non riuscito: ad ogni modo il 22 aprile 1466 il povero Cecco uscì di vita e d’angoscia.» Pino ottiene così la signoria e Barbara diventa “Madonna di Forlì” al posto della tanto invidiata sorella. Purtroppo per lei non godrà a lungo della sua crudele gioia.
Nel 1466 a Forlì infuria la peste. Per sfuggirle, l’anziano Principe Ordelaffi si ritira nel suo castello di Forlimpopoli con la giovane moglie e la sua corte per curarsi con la cosiddetta Acqua di Meldola. Gli uomini passano il tempo cacciando ma nel castello Barbara si annoia. Intesse una liaison con un letterato di corte, Giovanni Orcioli, e una lettera, incautamente scritta da lei e consegnata dal messaggero nelle mani di Pino, mette il marito ingannato al corrente della tresca. Barbara programma per le ultime settimane d’estate un viaggio a Firenze, dove Orcioli ricopre la carica di podestà. Un viaggio che non avrà mai luogo. «Ma Barbara non godette a lungo il frutto di tanta perfidia; che ella pure di lì a poco moriva a soli 23 anni, recando seco il mistero di così tristi delitti.» La sera stessa, il 7 ottobre 1466, dopo cena Barbara viene colta da febbre e da «flusso di corpo» così intenso che «nella veemenza del flusso le uscirono quasimenti le budella e morì».
Per salvare le apparenze il marito le rende tutti gli onori: «Un monumento funerario del più puro stile quattrocentesco ne racchiude la spoglia mortale in Forlì, nella chiesa detta di san Biagio, e la bella donna dal dolce profilo, che, delicamente scolpita e rigidamente distesa sull’urna, dorme tra i fiori e le trine il sonno eterno, non sembra davvero nel gentile aspetto avere albergato un’anima subdola e fiera. Tale monumento le fu dedicato dal marito Pino: tarda ed ipocrita pietà, se è vero che Pino stesso la uccidesse di veleno, per crudele sospetto o per cause a noi ignote.» Il monumento viene così descritto nel dettaglio da Aldo Spallicci: «Scolpì [Simone Ferrucci] la gentilissima in figura giacente che dorme, sopra un’urna coperta di drappo a fiorami con le mani composte in croce sull’esile petto, e la testa poggiata sopra un origliere pure a fiorami: e di fiori è tutta cosparsa la sua feste di broccato, di fiori è intessuto il drappo che scende sul fondo della grande arcata; e fiori corrono in rame e festoni nei pilastri e sulla base; veglia su lei entro un medaglione in una corona di quercia la Vergine col Bambino; nelle targhe del basamento e su in alto sono gli stemmi dei Manfredi e degli Ordelaffi.»
Sull’epitaffio Pino vuole che siano riportate parole d’amore: «BARBARAE ASTORGI MANFREDI FILIA / PINVS ORDELAFFVS VXORI DVLCISSIMA / OB DIVINA VIRTVTVM MERITA / PONENDVM IVSSIT / VIXIT ANN. XXII m VI d IV / ANN. SAL. MCCCCLXVI – Pino Ordelaffi, figlio di Antonio, ordinò che fosse dedicato alla dolcissima moglie Barbara, figlia di Astorgio Manfredi, per le sue divine virtù. (Barbara) visse ventidue anni, sei mesi e quattro giorni. Anno 1466.»
Il dubbio che Barbara sia stata avvelenata aleggia per secoli attorno alla sua figura fino a quando il Dottor Reggiani, che si era occupato della riesumazione e della successiva autopsia, nel 1953 riporta sulla rivista “Romagna Medica”, le “Osservazioni cliniche sulla probabile causa della morte di Barbara Manfredi”: «La descrizione della malattia di Barbara richiama il quadro clinico di una appendicite di antica data riacutizzatasi in seguito, […] Barbara era da qualche tempo malata, certo di dolori addominali perché era ricorsa alla cura delle acque di Meldola, cioè della Fratta,.. passa qualche tempo con esito evidentemente buono […] Ai primi di ottobre, dopo aver mangiato “di buona voglia” si corica, ma nel sonno viene assalita da violenta colica addominale […] viene subito chiamato il medico […]» Le conclusioni del Dottor Reggiani sono categoriche: «Il quadro di peritonite da perforazione in appendicite cronica riacutizzatasi è evidente. Questa e non altra, molto probabilmente, è l’unica ed esclusiva causa della morte, di Barbara Manfredi.»
La “Chronica breviora” di Bernardino Azzurrini narra come, dopo la morte di Barbara, Pino Ordelaffi sia convolato a seconde nozze con Zaffira Manfredi, dei Manfredi di Imola, che morirà “more solito” dopo due anni di matrimonio. La terza moglie, Lucrezia Pico, sopravviverà a Pino ma verrà a sua volta accusata di averlo tacitamente avvelenato. «Dopo tali fatti, Astorgio II Manfredi, da amico divenuto nemico di Pino, con Caterina Rangoni madre dei due Ordelaffi ordì una segreta congiura per rimettere la signoria di Forlì in mano dei figlioli del morto Cecco: ma la trama finì in nulla. La inimicizia con Pino e la protezione per i figli dello spodestato Cecco fu ereditata, naturalmente, da Galeotto Manfredi, il quale però tentò un riavvicinamento e lo raggiunse negli anni 1477-1478. Intanto l’11 febbraio 1480 moriva Pino Ordelaffi, lasciando erede il figlio naturale Sinibaldo, appena dodicenne, sotto la tutela del papa, del re di Napoli e della sua terza moglie Lucrezia Mirandola; ma i Forlivesi, sollevatesi contro il mal governo di costei, acclamarono signori i fratelli Anton Maria e Francesco, figli di Cecco e di Elisabetta Manfredi, i quali erano ricoverati in Modigliana, sotto la protezione dello zio materno Galeotto; e già i due fratelli, ricevuti trionfalmente in Forlì, speravano di riacquistare il legittimo dominio, anche perché Sinilbaldo morì ad un tratto, quando il papa Sisto IV, colse l’occasione per proclamare e, con la forza di milizie, imporre come signore di Forlì il proprio nipote Girolamo Riario, già padrone di Imola; e i due Ordelaffi, nuovamente raminghi, si rifugiarono a Venezia: Spiacque ciò a Galeotto Manfredi, oltre che i due nipoti, anche per quella politica nepotista del pontefice, che era una minaccia a tutti i principi dello stato ecclesiastico; e aiutò più volte Anton Maria e Francesco a tentare la cacciata del Riario da Forlì. Così nel 1481, con aiuti del duca di Ferrara e dei Fiorentini, raccolse circa mille duecento uomini sotto Forlì, ma l’impresa andò fallita per la pronta opera del governatore della città Giovanni Francesco Tolentino; così parimenti, nel 1482, partecipò al tentativo, di cui nella presente notizia azzurriniana.»
Pino era dunque morto all’età di 44 anni dopo una cena a casa del suo segretario di corte Luffo Numai. Verrà sepolto nella chiesa di San Girolamo a Forlì. Se ne va un sovrano illuminato, la cui vita è costellata di chiaroscuri. Durante la sua signoria aveva arricchito la città di edifici e monumenti. Di lui scrive il Bernardi: «Lui in soa via era statu un degnissimo home et amatore del bem comune, homo spirituale, et aveva molte bene tenuto dita soa cità senza alcuna guera per tuta la soa vita. Et aveva un’altra vertù, che lui era al più liberale signore che io vedese mai per alcuno tempo de mia vita. Ed era uno simile a Rolando nel fato d’arme. E ultimadamente aveva molte volte adornata dita soa cità di mura, e dal canto di verso l’Albero, e in multe altre logo; et aveva ancora fate la mazora parte dal dito so palazo, item ancora fè fare quelo belo edificio dela dita soa roca, o vere chiamata cittadella.»
Dopo gli accertamenti, il 16 dicembre 1947 il monumento funebre di Barbara sarà collocato nell’abbazia di S. Mercuriale. Il mistero di ciò che sia successo alla sua testa all’apertura del sepolcro resta insoluto fino a quando, nel 1963, un commerciante di arte di Forlì, stilando l’inventario di quanto custodito nello studio di uno scultore locale appena morto, si accorge di una maschera di cera raffigurante una giovane donna. Un membro della famiglia ammette che era stata ricavata dal volto di Barbara. Evidentemente, durante il procedimento, la pelle del viso si era staccata ed ecco perché è stato restituito il solo teschio. A ben pensarci, però, Barbara la testa l’aveva persa molto tempo prima: il giorno in cui ha scritto la lettera che le sarebbe risultata fatale.
Link:
http://www.historiafaentina.it/Personaggi/barbara_manfredi.html
https://www.bibliotecaangelolapi.it/barbaramanfredi/
https://ilromagnolo.info/rubriche/arte/la-breve-vita-di-barbara-manfredi/







