Si ferma per un attimo, il tempo di incidere una ferita che non cauterizzerà facilmente, poi ricomincia il battito ma resta sospeso come se intorno il mondo avesse fermato la sua rotazione. Il tempo si stacca dal suo naturale fluire, colando addosso, come pece, un silenzio irreale. Anche il respiro si fa più lento, come se il corpo esitasse a continuare il viaggio, consapevole che qualcosa di irreversibile è appena accaduto. In quegli attimi,immediatamente successivi al trapasso di una giovane vita,non semplici momenti di transizione, l’incredulità asfissia l’umanità, la mente crolla nel perché.
E lo senti nell’aria, quell’odore, clinico, che sa di Betadine misto a lacrime, di sudore sfibrante, di paura tagliente, è la “fragranza tossica” del trapasso, di una transizione che racconta la frattura tra ciò che era e ciò che non sarà più. Opacizza, come una nebbia, le stanze, le mani che tremano, le voci soffocate dal dolore. Come una sorta di anestesia momentanea, un tentativo disperato di trattenere ciò che sfugge inevitabilmente. Poi nei volti di chi resta si scolpisce il vuoto, lo spaesamento entra ad abitare nelle anime scosse. È un viaggio da fermi, in una dimensione altra, piena di tensione, densa come colla, pesante, appiccica l’universo intero alla rabbia di “non doveva andare così”. Anche le parole si fanno smunte, rare, eppure pesanti, ma alquanto inutili, quelle che potrebbero spiegare il dolore restano strozzate nella gola, incapaci di dare forma sensata alla sofferenza. Poi giungono le lacrime a dire l’indicibile.
Tracimano e violente scendono come l’acqua del Vajont*,un luogo che non conosce oblio, travolgendo vite e spegnendo sogni.
Accade che un giorno d’ottobre del 1963 un’intera montagna scivolò come se volesse liberarsi di un peso troppo grande, scatenando una furia inarrestabile. La diga costruita per domare la natura venne letteralmente scavalcata dalla natura stessa. Le lacrime fangose del Vajont non portarono via soltanto terra, bensì memorie, case, storie, un’intera comunità: le risate dei bambini, i passi dei contadini, i panni stesi al vento…Fu allora che qualcuno capì (pochi in realtà) che“si può comandare la natura soltanto ubbidendole.”
Proprio oggi, nel giorno dedicata alla ricorrenza del Vajont – 9 ottobre 1963, si apre al pensiero questa similitudine con la perdita di giovani vite (soprattutto negli incidenti stradali). Come se si trattasse di due correnti oscure che, pur diverse, si annodano nel medesimo finale.
Vite strappate con violenza, cesure del tempo, linee che si spezzano. C’è qualcosa di simile tra il boato della montagna che crolla e lo schianto di un’auto, di una moto: in pochi attimi si portano via tutto ciò che si credeva sicuro, lasciando solo agonia e devastazione.
Eppure nel Vajont la terra mandava segnali, crepe invisibili che avvertivano dell’imminente catastrofe, non furono ascoltate. Così accade anche sulle strade, dove i pericoli (a volte) sussurrano ma nessuno li sente, finché non è troppo tardi. In entrambi i casi, ci troviamo di fronte alla fragilità dell’esistenza umana, a quell’equilibrio (instabile) che si crede di poter controllare. Ma la vita, come la natura, ha la sua forza indomabile, e ci ricorda quanto sia prezioso (ed effimero) ogni attimo che, spesso, diamo per scontato.
In quei relitti di stelle cadute, sfiancati dal gioco del fato, l’essenza della nostra esistenza si condensa, non c’è più spazio per i pensieri banali, futilità quotidiane. Resta solo il sacro e la sua “irrispettosa” negazione mentre il lutto si espande, a macchia d’olio.
Il cuore delle piazze si apre a contenere tutta la declinazione del tormento per una perdita che non appartiene soltanto alla famiglia colpita, ma avvolge ogni angolo, ogni strada, pietra, profilo. Quando un giovane muore, si crea una ferita riflessa che non ha confini: si diffonde come ombra che lega anche chi non lo conosceva. È dolore collettivo, di comunità, che s’inginocchia sotto il peso dell’assenza. Diminuisce tutti, è sottrazione di umanità, di speranza. Quei ragazzi si portano via una parte del mondo che ci appartiene, o che avremmo avuto come pezzetto di futuro, oramai strappato, andato.
Non è soltanto una vita individuale che si spegne, ma è il sogno di ciò che poteva essere: un sorriso in più, una risata, una famiglia, nuove vite, bambini, uno e più destini che rimangono incompiuti. Mura di case che non verranno mai più abitate, letti mai più disfatti, tazze senza latte caldo da riempire, eterne attese, oltre mezzanotte, nessuno aprirà quella porta e tonerà. Penso, altresì, a quelle quattrocentottantasette vite (tra bambini e adolescenti) che vennero tombati dalla furia del fango.
Case, o quello che ne resta, diventano simboli di speranze perdute, di progetti rimasti sospesi nell’aria come promesse mai mantenute.
Più è piccolo il paese, le vite qui sono vicine come rami di un albero, più sente l’impatto della stecca, una nota grave in una canzone che prima appariva armoniosa.
Allora si comprende che “Nessun uomo è un’isola” ed ogni giovane è figlio di tutti.Il lutto “esonda” diventando un dolore condiviso.
Poi scende un silenzio nuovo ad accompagnare i passi lenti della gente, anche il cielo sembra inchinarsi per rispetto: “Non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te.” Ogni rintocco non è solo per chi non c’è più, ma per tutti coloro che restano e cercano un senso ad una tragedia che spesso (senso) non ne ha perché s’interrompe l’ordine naturale delle cose. Un figlio o una figlia non dovrebbero mai essere pianti da un genitore, la gemma non dovrebbe conoscere la fine prima di aver dato frutti perché la giovinezza è il sogno del futuro.
Eppure il dolore non è mai soltanto disperazione ma anche forza che ci unisce, che ci fa sentire parte di una comunità capace di sostenersi a vicenda, di avvolgere chi soffre in un abbraccio collettivo, fatto di gesti e sguardi per condividere un peso. Accade, quindi, che il paese, pur piegato, trova in una forza inattesa, una comunione di anime ferite, capace di sopravvivere al lutto: quella “ricordanza” che espande una sorta di “resistenza” (perché la vita continua) attraverso il culto della “memoria”.
Quella memoria che usiamo anche ora per ricordare ciò che accadde il “9 ottobre 1963, alle ore 22.39: una massa franosa di 260 milioni di metri cubi si stacca dalla parete del monte Toc e precipita nel lago artificiale. Un’immensa ondata si proietta sul versante opposto risalendolo per circa 100 m. Raggiunge gli abitati di Erto e Casso. L’ondata si divide in due: la prima parte risale la valle, sommerge i paesi di Pineda, San Martino e Le Spesse, Raggiunge il passo di Sant’Osvaldo. La seconda parte delle acque, invece, oltrepassa la diga del Vajont, riversandosi lungo la gola, su Longarone. In pochi minuti, preceduta da un vento gelido, la massa d’acqua percorre 1600 m. Raggiunge il paese. Lo spazza via. Uccide centinaia di persone, vanno ad aggiungersi alle vittime delle frazioni di frazioni di Rivalta, Pirago, Villanova, Faè, e Codissago (1450 morti nell’area del comune). L’acqua risale persino la valle del Piave provocando 111 vittime nel comune di Castellavazzo e giunge fino a Termine di Cadore, portando con sé detriti e corpi. In altri luoghi e nei cantieri di lavoro dell’ex Sade si registrano ulteriori 191 vittime. La più grave tragedia provocata dall’uomo in tempo di pace si è consumata.
La storia del Vajont, iniziata agli esordi del XX secolo e consumatasi in pochi minuti, dura poi altri quaranta. Le ultime transazioni per i risarcimenti risalgono infatti al 2000. Nel mezzo, vi è la storia di un processo che qui non ricostruiamo, per quanto offra uno straordinario spaccato di storia italiana. Si pensi ad esempio alla singolare posizione dello Stato italiano: chiamato da una parte a rendere giustizia alle vittime e dall’altro a difendere gli imputati, accusati della costruzione della diga, che lo Stato stesso aveva rilevato dalla società elettrica (la loro condanna, infatti, avrebbe comportato il risarcimento dei danni), e che ormai non serviva più. Uno Stato, dunque, allo stesso tempo giudice e imputato, complice e vittima. L’istruttoria condotta da Mario Fabbri, si chiude il 21 febbraio 1968 con la richiesta di rinvio a giudizio di vertici dell’ex Sade, dell’Enel e funzionari dello Stato. Il 25 novembre 1968 inizia il processo a L’Aquila, dove era stato spostato con sentenza della Corte di Cassazione per motivi di legittima suspicione e per ragioni di ordine pubblico.
Il 17 dicembre 1969 la Corte condanna a 6 anni i tre principali imputati (Alberigo Biadene, direttore del Servizio costruzioni idrauliche della Sade; Curzio Batini, presidente della IV Sezione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici; Almo Violin, ingegnere capo del Genio civile di Belluno). Mario Pancini, direttore dei lavori della diga, si era suicidato alla vigilia dell’inizio del processo. Gli altri imputati vengono assolti. La sentenza esclude i reati di frana e inondazione e la prevedibilità dell’evento. Il 20 luglio 1970 la Corte d’Appello dell’Aquila condanna Biadene a 6 anni (3 condonati), Francesco Sensidoni (capo del Servizio Dighe e membro della Commissione di collaudo) a 4 anni e 6 mesi, assolve gli altri imputati. La sentenza riconosce la responsabilità degli imputati per i reati di frana e inondazione e omicidi colposi e la prevedibilità dell’evento, rovesciando, su questo punto, la sentenza di primo grado. Tra il 15 e il 25 marzo 1971, infine, l’ultimo atto davanti alla Corte di Cassazione. Le condanne vennero confermate, con un leggero alleggerimento delle posizioni degli imputati. Mancavano 14 giorni alla prescrizione dei reati.
Nel frattempo, nel 1971 iniziano anche le cause civili promosse dai Comuni. Quanto ai risarcimenti ai superstiti, lo Stato riconoscerà loro i diritti di ricostruzione delle case e delle attività economiche, dando origine ad una lucrosa attività di rastrellamento e compravendita dei diritti stessi in quanto dichiarati cedibili a terzi. L’Enel metterà a disposizione 10 miliardi dell’epoca, ma con la condizione che i superstiti rinuncino a costituirsi parte civile. Quasi tutti accettano. Pochissimi resisteranno fino alla fine dei processi. Al 2000 risale la transazione di 900 miliardi di lire pagati in parti eguali dai corresponsabili, riconosciuti nello Stato italiano e negli eredi della Sade, ovvero Enel e Montedison.
Si chiudeva così una delle pagine più tragiche della recente storia italiana.[…]
Fonti: Novecento.org/didattica/Vajont







