«Un vero napoletano ti saprà dire che cosa stava facendo e dove si trovava quello sciagurato pomeriggio del 4 giugno del 1994, il giorno in cui si apprese della morte di Massimo Troisi.»
Dei film di Massimo Troisi l’unico che non sono mai riuscita a guardare, o a vedere completo, se non qualche pezzettino che compare di volta in volta in tv o sui social, è stato Il Postino. Implicitamente il mio animo lo rifiuta come un pezzo di pane avvelenato che, da un lato, serve per sfamarti, ma che sai…ti porterà alla morte. In questo caso quel boccone si tira appresso un presagio funesto che si vuole, in qualche modo, esorcizzare, allontanare, come se fosse possibile fermare il tempo al giorno prima di quel lontano giugno del 1994.
Io Troisi me lo voglio ricordare con l’immagine dei riccioli floridi, gli occhi vispi, e quel sorriso che non conosce alcun destino o finale diverso dalla felicità. Come se quella foto che mi parla (ogni volta) dalla scrivania avesse il riferimento essenziale dell’infinito e non del definito, come se il tempo fosse ancora questo e non l’altrove. Me lo voglio ricordare mentre intona “Yesterday” nel film “Non ci resta che piangere” con Benigni…o ancora mentre tenta di far muovere il vaso con il pensiero in “Ricomincio da tre”. Voglio sganciarlo da quella ripresa finale, dal quel suo andare a letto e non rivedere che forma ha il giorno seguente.
Se è impossibile arginare la corsa della vita con un tocco netto di pensiero, che rifiuta il finale nudo e crudo della storia, accartocciata completamente nel suo ultimo respiro, è possibile guardare il bello e limitarsi a richiamare la gioia di quando era lontano dalla sofferenza “terminale”.
Una raccomandata di dolore che non mai voluto accettare, ricevere. Ostinatamente per me Massimo è ancora svestito dei panni del Postino e rivestito dei suoi esordi, della Smorfia che aveva come identità non solo teatrale ma simbolica del suo modo di recitare, che poi recitazione non era se non “vivere recitando”. E lo dice anche Rosaria: “Massimo sta qua, è nascosto, ma ci sta”.
E allora, nonostante tutto, del film bisogna parlarne non fosse altro perché era quello che gli costò la vita e che lui volle “ardentemente e coraggiosamente finire” e lo finì lasciandolo alla posterità come “testamento spirituale”.
Dicono che fu il libro “Ardiente Paciencia”, dello scrittore cileno Antonio Skármeta, edito in Italia da Garzanti con il titolo “Il postino di Neruda” [che narra la nascita di una grande amicizia tra un postino e il famoso poeta cileno Pablo Neruda] a entusiasmare Massino tanto da acquistarne i diritti per realizzarne una versione cinematografica e scriverne principalmente la sceneggiatura con Radford e Furio Scarpelli. I tre si diedero appuntamento a Los Angeles per ultimarla e in occasione del suo soggiorno in America, a Houston, eseguì un controllo sanitario nell’ospedale dove si era operato 17 anni prima. I medici gli consigliarono con urgenza a un nuovo intervento chirurgico, perché entrambe le valvole al titanio che gli erano state impiantate si erano deteriorate.
Per questo le riprese, previste per l’autunno del 1993, ritardarono. Durante l’intervento delicatissimo Massimo Troisi ebbe un infarto e l’equipe medica riuscì a salvarlo, rimase in ospedale un mese e mezzo e in questo periodo gli venne consigliato il trapianto. Ma come disse alla sorella Rosaria avrebbe voluto fare il film con il cuore che aveva, con il nuovo non sarebbe stato lo stesso e decise di girarlo, comunque, prima. Le riprese cominciarono a Cinecittà, poi proseguirono prima a Salina e poi a Procida, l’isola che Troisi considerava in grado di suscitare «le emozioni giuste attraverso i suoi posti e la sua gente», per concludersi infine di nuovo a Cinecittà.
Il postino, nel quale il ruolo di Neruda è affidato a Philippe Noiret, è ambientato tra il 1951 e il 1952, periodo in cui Neruda visse in esilio in Italia, poco fedele al romanzo di Skármeta, la storia viene modificata cambiando completamente il finale.
Tuttavia le sue condizioni peggiorarono giorno dopo giorno, al punto da costringerlo a farsi sostituire da una controfigura nelle scene più faticose. Ed ancora, per ringraziare i procidani dell’accoglienza durante le riprese si impegnò a offrire il film in anteprima nazionale proprio in un locale di Procida, ma di questa proiezione non poté essere spettatore perché morì, nel sonno, poche ore dopo la fine delle riprese, il 4 giugno 1994, a Roma, nella villa della sorella Annamaria. Le esequie vennero celebrate nella chiesa di Sant’Antonio, il 6 giugno, a San Giorgio a Cremano e le sue spoglie furono conservate nel locale cimitero insieme a quelle della madre e del padre.
Post mortem il film ottenne un grandissimo successo, sia in Italia sia negli Stati Uniti d’America, e fu candidato a cinque premi Oscar (tra i quali uno come miglior attore a Troisi, che diventò il quarto interprete di tutti i tempi a ricevere una candidatura per l’Oscar postumo) e vinse quello come Miglior Colonna Sonora.
The Washington Times scrisse: «Il Postino rappresenta quel trionfo internazionale che Troisi sperava di avere e che non ha fatto in tempo a godersi». The New York Times: «Troisi dà al suo personaggio una verità e una semplicità che significa tutto».
Ma chi era davvero Troisi? Qualcuno lo ha definito “l’antieroe”, altri il “filosofo naturale”, com’è stato detto ieri alla presentazione del libro “Caro Massimo, ti scrivo perché” a cura della sorella Rosaria Troisi, per altri “l’attore che infranse tutte le regole del sistema”, che rifiutò gli ingranaggi con il potere, che si distaccò criticamente dal cinismo della società, che rispettò la storia dei luoghi e della gente, che assimilava ruoli di fragilità in un mondo orientato alla grandezza e potenza, che fece della maschera di Pulcinella una modernità tutta sua ed esclusiva, senza plagio e senza retorica, Federico Salvatore una volta disse: «Massimo è Pulcinella senza maschera. A parte che Pulcinella è stato, nel pieno del suo vigore, della sua vita centrale, censurato, e ha operato lo stesso senza maschera. Per me Troisi rappresenta il Pulcinella che porta. Poiché Pulcinella è stato internazionale, Pulcinella è stato francese, Pulcinella è stato inglese, Pulcinella ha superato il Volturno. Massimo ha fatto la stessa cosa, l’unico napoletano con la napoletanità che ha superato il Volturno, quindi per me rappresenta un’ultima possibilità che abbiamo avuto, da un punto di vista teatrale e cinematografico, di superare, di uscire dallo stereotipo della napoletanità, fine a sé stessa».
Per me Massimo è stato uno di famiglia. Se prima lo guardavo con gli occhi di chi lo amava come interprete, che lo seguiva passo passo nelle sue produzioni, oggi lo porto nel novero degli affetti più cari grazie al legame autentico creato con Rosaria, sua amatissima e legatissima sorella. Rosaria è stata in grado di trasferirmi una dose fortissima del suo affetto e della sua unicità come se lo avessi visto e vissuto in real time nella mia vita. Ci ha messo del suo anche Gino, Luigi, il marito, spalla sempre presente nella vita della sua famiglia come in quella di Massimo. Un uomo dalle grandi qualità umane e intellettuali. Una coppia speciale, affiatata, straordinaria, che perfettamente s’incastra nell’esistenza di Troisi ed ora anche nella mia, come se fosse un protagonista “naturale” della mia quotidianità nonostante “l’assenza” (presenza).
Con la stessa “naturalezza” il cinema di Troisi fu in grado di raccontare, iconicamente, la normalità e l’ordinario, in una frammentazione di vite che sapevano di verità e mai di finzione legate alla manifestazione delle storie domestiche, della periferia, che appariva estraneo a chi viveva il ruolo di attore e allo stesso tempo diventava tutt’uno con la sceneggiatura. L’utilizzo della macchina fissa nella sua regia indicava una rottura, non solo ideale ma concreta, con il mondo cinematografico fatto di tecnicismi che non appartenevano alla vita reale, che sapevano di astrusità e finzione.
Troisi cercò di trovare quell’espressività autentica, quella che per intenderci è insita nella realtà della vita di ogni essere umano e che, sostanzialmente, voleva essere distaccata dalla commedia decadente, per rompere i soliti cliché della vecchia commedia “Nei suoi film non esistono più i personaggi partenopei disoccupati, latin lover o camorristi ed entra in scena la timidezza, a tratti quasi adolescenziale, la balbuzie insieme alle frasi monche, alle domande senza alcuna risposta logica, ai movimenti degli occhi e delle mani, al nuovo antieroe napoletano che combatte lo stereotipo napoletano, “che vuole viaggiare, non emigrare, cercando inutilmente di ribadire il concetto a chi si ostina a cucirgli addosso quell’etichetta”.
Napoli è comunque attore protagonista come specchio multi sfaccettato del suo tempo, insieme al crollo delle ideologie e è orientato ad una rassegnazione tutta personale: «Il mio personaggio parla napoletano e la gente dice: – È Napoli, ecco il napoletano – e invece secondo me questo è un personaggio che parla napoletano, che si vede che tutta la sua esperienza, tutta la sua cultura viene da Napoli, però ha una visione più generale perché il personaggio forse poteva pure essere torinese».
Una menzione a parte meritano le donne. Nella società che racconta Troisi queste hanno preso coscienza della loro parità con gli uomini e, talvolta, della loro “reale” superiorità. Sono donne ferme e decise che gettano nello sconcerto una generazione di maschi. La donna “prova a riconquistare la sua femminilità dopo averla vista imbrattare dalla società e dalla frangia misogina e maschilista della commedia cinematografica”.
Che cosa dire poi del suo linguaggio, “quasi afasico, dai ritmi sincopati, fatto di improvvisi rallentamenti e subitanee accelerazioni, pieno di pause, inciampi, borbottii. Legato all’attualità e impegnato a superarne gli stereotipi, a trascendere dalla realtà, strozzando la parola ed estraendo il ritmo della melodia, il suono del senso” che poteva esserci solo attraverso l’uso del dialetto, non vi era arte, foneticamente più pregnante e pura, di quella lingua.
Lui stesso diceva: «È stato quasi un fatto ideologico, che forse oggi non ha più valore, non ha più forza, riscontro. Forse se cominciassi adesso a fare teatro a Napoli non avrebbe questa importanza l’uso del dialetto. E invece per anni o, almeno, in quegli anni, per me è stata come un’ostinazione; ma non tanto a usarlo quanto a non volerne uscire. Perché il napoletano io l’ho usato allora e lo uso adesso in modo normale, non spettacolare.»
“La parlata di Troisi è come una “lingua confidenziale”, con la quale l’attore napoletano si sentiva a suo agio.” Un segno distintivo e distante anni luce dal concetto di campanilismo ma utile a rendere pregnanti delle espressioni che non hanno traduzione altrimenti perdono il senso. Un innovatore della lingua italiana capace di prendere spunti dialettici anche dal Napoletano per farne cosa nuova. Nell’intervista per Mixer di Isabella Rossellini, la giornalista chiese a Troisi: «Ma perché parli sempre in napoletano?» ricevendo la risposta: «Perché è l’unico modo in cui so parlare, io mi sforzo a parlare italiano ed è giusto che anche voi vi sforziate a capire il napoletano».
La sua famiglia resta il fulcro più prolifico d’ispirazione. Troisi racconta: «… veniva mia nonna, no? Prendeva la pelle tra due dita, […] faceva l’iniezione, lasciava e io non sentivo proprio dolore. È che mia nonna se le faceva sul dito tutte quante. […] Quaranta iniezioni di vitamine, che io ne avevo bisogno, […] tutte quante sul dito! Mia nonna mi ricordo aveva fatto ‘nu braccio ‘e chesta manera!» A Pippo Baudo rivelò come la battuta fosse ispirata a un fatto reale riguardo a suo nonno al quale, invece di mescolare i flaconcini con la medicina e quelli con l’acqua distillata, la nonna iniettò solamente quest’ultima: nonostante l’errore, il nonno diceva di sentirsi meglio.
Un cinema che sapeva di teatro come quello di Eduardo De Filippo che è stato, probabilmente, per Massimo un “maestro spirituale, quel profeta che affascina e al quale non si ha il coraggio di avvicinarsi, ma anche, più intimamente, “il maestro che improvvisamente smette di bacchettare e si mette a spifferare consigli”. «Un bel giorno, quando ormai ero sottoposto alle torture delle interviste, mi sono accorto che avevo voglia di citare il maestro Eduardo De Filippo. Non lo avevo mai conosciuto, lo avevo visto poco, ma il suo teatro, il suo cinema mi avevano indirettamente dato qualcosa, molto di più di quello che pensassi. Quando penso a Eduardo, mi accorgo di essere soltanto un “cantautore”, un attore e un teatrante ciarliero: devo fare ancora tantissima strada…». Si narra che una volta Troisi, unitamente ad Arena e De Caro ebbero l’occasione di incontrare Eduardo al Teatro Giulio Cesare di Roma nel suo camerino, Eduardo si complimentò con loro ma disse: “E voi state ancora a Napoli!? Fujtevenne!” in quanto considerava il pubblico napoletano ingrato nei confronti del teatro.
Per Troisi Eduardo fu, prima di tutto, il rifiuto della battuta pronta “immediata e confezionata” forse “meccanica” che sa di finzione: «Io ho sempre trovato strano che gli attori, gli americani specialmente, avessero la risposta giusta al momento giusto, senza esitazione. E parlo, ad esempio, di attori come John Wayne. Avendo visto, invece, Eduardo in teatro e soprattutto in televisione a me sembrava quella, la verità: asciugarsi prima il sudore e poi ripetere a uno una cosa che avevi già detto. Quella mi sembrava la realtà di casa mia, dove non parlavamo mai uno per volta».
Ci sarebbe tanto altro da dire ma occorre chiudere. Lo faccio citando il duetto con Pino Daniele e la canzone “’O ssaje comme fa ‘o core” forse un vero testamento per entrambi, essendo legati inscindibilmente e tragicamente al cuore e alla sua “malaugurata” sorte.
Tu stive ‘nzieme a n’ato e je te guardaje/Primma ‘e da’ ‘o tiempo all’uocchie è s’annammura’/ Già s’era fatt’ annanze ‘o core a me, a me/ ‘O ssaje comme fa ‘o core a me, a me/ Quand’ s’è annamurato.
Tu stive ‘nzieme a me, je te guardavo/Comm’è succiesso, ammore, ca è fernuto/ Ma je nun m’arrenn’ ce voglio pruva’, je no, je no/ ‘O ssaje comme fa ‘o core, je no, je no/ Quann s’è sbagliato./ Eh, o sai comme fa o core quann s’è sbagliat, no?/ Quann s’è sbagliato.
Ma je nun m’arrenn’ ce voglio pruva’, je no, je no/ ‘O ssaje comme fa ‘o core, je no, je no/ Quann s’è sbagliato/ Quann s’è sbagliato.







