Narrano i Vangeli che fu a Gerusalemme che Gesù si recò allorchè visse i sette giorni della fine della sua breve vita terrena (33 anni), di cui poco più di sei mesi dedicati a predicare la Parola del Signore come parola di amore e di verita, di pace e vita. Era quella la settimana della «Pesach», la Pasqua ebraica, che annualmente commemorava la cena che il popolo ebraico consumò in terra d’Egitto prima di iniziare, avendo come guida e capo Mose, il lungo viaggio (40 anni) attraverso il deserto che lo avrebbe liberato dalla cattività e portato nella Terra Promessa. Che Mosè avrebbe visto solo da lontano per poi subito morire ed essere seppellito da Jahvè stesso sul monte Moria, dove “il Signore vede”. A quella che era la Pasqua vera e propria seguiva la settimana degli Azzimi, cioè dei pani non lievitati.
Quelli che Gesù si accinge a vivere a Gerusalemme, nella città santa per eccellenza, sono i giorni di una settimana di alta drammaticità, anzi tragici, segnati come sono da un’assoluta contraddizione: alla loro estremità ci sono l’iniziale trionfo e la conclusiva tragedia, quella della Sua Passione e Morte per crocefissione. Cui segue la Resurrezione dopo tre giorni. Ma si tratta della resurrezione di un Gesù in quanto Dio, non più uomo, che ascende al cielo e torna alla Casa del Padre. Una volta risorto, la sua permanenza sul pianeta i cui abitanti non hanno trovato di meglio che assassinarlo per il tanto bene ricevuto, e nel più crudele dei modi, si limita al tempo di una breve apparizione alla donna che, riamato, lui ama, Maria Maddalena, forse una peccatrice, redenta dall’amore, e forse di malavoglia ai suoi discepoli, dispersi o infedeli nell’ora della sua persecuzione e morte e poi increduli circa la sua resurrezione.
I giorni di Gerusalemme di Gesù sono quelli che iniziano con la sua entrata trionfale nella Città Santa dove la folla lo accoglie, lo segue plaudente e lo osanna; giorni contraddistinti dal suo meraviglioso modo di istruire il popolo nel Tempio, suscitando generale ammirazione e interesse ma anche individia maligna e gelosia mortale nei potenti e lividi scribi e farisei, suoi nemici; giorni che, dopo la cacciata dei mercanti dal Tempio, di cui rovescia i tavoli con le valute, portano alla sera dell’Ultima Cena, al tradimento di Giuda, a quello che oggi chiameremmo un processo-farsa e alla sua condanna a morte. Definitivamente sancita dal fatto che il popolo che lo aveva acclamato, lo abbandona al suo destino di morte, facendo graziare un inveterato malfattore come Barabba.
E’ in quei giorni fatali che si colloca l’incontro con una donna adultera che sta per essere lapidata secondo quanto racconta il Vangelo di Giovanni nel capitolo VIII (mentre i Sinottici non ne fanno cenno; ma l’episodio dell’adultera salvata da Gesù rappresenta una tradizione che ritroviamo tra le narrazioni delle comunità cristiane dei primi secoli dopo Cristo). L’incontro ha luogo nel Tempio dove Gesù, al cui seguito c’era una folla di seguaci, svolgeva il suo magistero etico-religioso. E proprio mentre Gesù parlava gli si fa incontro un gruppo di suoi nemici, composto da scribi e farisei. In mezzo a loro, triste e spaventata, c’è una donna condannata a morte perché adultera. Giunti al suo cospetto, gli dicono: “Maestro, questa donna è stato sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come queste. Tu che ne dici?”. In una predica pasquale di una decina di anni fa, significativamente incentrata sull’episodio giovanneo dell’adultera, Papa Francesco sottolineò innanzitutto la provocatoria cattiveria e malizia degli scribi e farisei, rilevando: “Se Gesù seguirà la severità della legge, approvando la lapidazione della donna, perderà la sua fama di mitezza e di bontà che tanto affascina il popolo; se invece vorrà essere misericordioso, dovrà andare contro la legge che egli stesso ha detto di non voler abolire, ma compiere” (Vangelo secondo Matteo 5,17).
Riguardo all’adulterio in genere, vale forse, a questo punto, ricordare che è la parola stessa che reca con sè un signficato del tutto negativo che si evidenzia specie nella lingua latina. “Adulterio” è, infatti, una parola che deriva da «ad alterum ire», andare verso un altro, ovvero rivolgere la propria attenzione sentimentale e il proprio favore sessuale a un altro che non è il proprio consorte o la propria consorte. L’adulterio è stato considerato nei secoli e nei millenni dalla civilissima civiltà occidentale, quasi fino ai nostri giorni, un grave peccato e anche un reato infame solo o specie se a commetterlo è la donna. Per stare all’Italia, non si può non dire che l’articolo 559 del Codice penale del 1930 (epoca fascista) puniva la donna adultera con la reclusione fino a un anno; stessa pena per il correo. La pena si allungava a due anni se si trattava di relazione adulterina vera e propria. Insomma, l’adulterio era un grave delitto che però poteva essere perseguito e punito solo a seguito della querela da parte del marito. Fa impressione, suscitando quasi incredulità oggigiorno, aggiungere che questo famigerato articolo del Codice è stato abolito solo nel 1968 dalla Corte Costituzionale, che ne ha dichiarato il carattere anticostituzionale e discriminatorio sulla base dell’articolo 29 della Costituzione che stabilisce “l’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi”.
Tornando al racconto di Giovanni, dobbiamo fare presente che gli scribi e i farisei non forzavano né la lettera e neppure lo spirito dell’Antico Testamento invocando la pena di morte per l’adultera. Infatti, in più luoghi (Esodo 20,14; Deuteronomio 5,18 e 22, 23, 24; Levitico 18, 20 e 20,10; Ezechiele 16,40), il testo biblico proclama la santità del matrimonio bollando come massimamente grave il peccato di adulterio (che riguarda anche i rapporti prematrimoniali di una donna perché essi non le permettono di portare in dote la sua verginità al futuro marito) e sanzionandolo con la pena di morte, comminata attraverso la lapidazione (ma non in modo esclusivo, potendosi ricorrere anche allo strangolamento). Come sappiamo, Gesù non si fa mettere in scacco dai suoi insidiosi e maliziosi avversari. Là per là, per quanto incalzato dalle loro domande, dà l’impressione di non averli neppure sentiti, resta assorto e scrive nel terreno con un dito parole di cui il Vangelo non rivela il contenuto. Solo dopo un po’ di tempo, pressato dalle insistenze di quel gruppo di provocatori, Gesù “alzò il capo e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». A quel punto, a cominciare dagli anziani, tutti andarono via. Rimasto solo con la donna, ormai salva, Gesù disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più»”.
E’ evidente che la mossa strategica che è a base della risposta di Gesù è fondata su una luminosa verità morale, peraltro quasi sempre disattesa: chi giudica deve aver titolo per farlo, ritenendo se stesso giudicato prima e poi giudicante. Non può, diremmo kafkianamente, sentirsi al di sopra della legge in nome della quale pretende di emettere una sentenza e, nel caso dell’adultera, persino di eseguirla. Ben a ragione, Papa Francesco, concludendo la sua esegesi, affermò che la risposta di Gesù “spiazza gli accusatori, disarmandoli tutti nel vero senso della parola”, così che sono costretti “a deporre le armi, cioè le pietre pronte a essere scagliate, sia quelle visibili contro la donna, sia quelle nascoste contro Gesù”. L’umanità – concluse Francesco – è come l’adultera: la sua natura è afflitta dalla tentazione e dal peccato; ma Dio non vuole inchiodare l’umanità alla colpa di cui si macchia, bensì, servendosi della misericordia e del perdono, indurla a pentirsi, ravvedersi, redimersi.
Quest’interpretazione, fine e umanissima, bellissima e profonda, è ineccepibile. Forse ad essa si può aggiungere qualcos’altro, che potrebbe servire a liberarla da una qualche limitatezza che, a nostro vedere, l’accompagna. La cosa ci pare dipendere dal fatto che si tratta di un’interpretazione che non tiene nel debito conto il particolare rilievo che assume nel racconto giovanneo la pena comminata, la condanna capitale. Ecco che quindi noi ci poniamo la domanda: Gesù era favorevole o contrario alla pena di morte? Se ci poniamo questa domanda, che ha ovviamente un senso del tutto retorico, immediatamente ci viene di fare caso al momento in cui si colloca la storia dell’adultera: come abbiamo detto, i giorni che precedono il suo processo e la sua condanna a morte per crocefissione. A noi sembra che l’incontro drammatico con l’adultera e i suoi giudici-carnefici sia utilizzato da Gesù non solo per salvare una vita umana ma anche per esprimere la sua netta, totale, irrimediabile opposizione e condanna della condanna a morte. E faccia da anticipato quanto drammatico contrappunto a quello che il Sinedrio, il popolo di Gerusalemme con un mostruoso voltafaccia e i dominatori romani faranno a lui. Vale a dire: Gesù salva una peccatrice e indica nel pentimento e nel retto agire la via attraverso cui chi pecca si redime; i suoi feroci giudici invece condanneranno a morte l’uomo, Gesù, che predica e pratica queste cose. Ovvero, Gesù, prima di andare a morte ingiusta e infamante per sempre per chi gliela commina, nega nel modo più radicale e inequivocabile la giustezza di un pena che nega all’uomo il diritto alla vita e a ravvedersi, risorgere dal peccato, santificarsi persino. A coloro che gli stanno per infliggere la condanna a morte Gesù oppone il suo messaggio di vita e di redenzione, di amore e di eguaglianza di tutti gli esseri umani, donne e uomini.
Non è, poi, difficile comprendere perché, per opporsi alla pena di morte e affermare nel modo più radicale la sua etica di vera, umanissima giustizia, Gesù si schieri a favore del diritto a vivere e ravvedersi di una donna colpevole di adulterio e non, mettiamo, di un uomo colpevole di furto o di omicidio. Basta tener presente che nella società antica la donna occupava l’ultimo posto della scala sociale, al di sotto del quale c’erano solo gli schiavi. Di più: la donna adultera, che tradiva la santità del matrimonio sancita da Mosè e dai profeti, non poteva che rappresentare l’essere più infimo e abietto di un’umanità che in lei giammai si riconosceva. E infatti nello svalutare e asservire la donna, il patriarcato e l’androcrazia dominanti per millenni non si sono risparmiati nessuna nequizia, negando alle donne ogni dignità e valore autonomo. Quindi, allorché Gesù proclama l’immoralità e l’inumanità della condanna a morte di un’adultera (invitando, lo ripetiamo, ogni giudice a giudicare innanzitutto se stesso) condannatout courtla condanna a morte, la bandisce come legge del consorzio umano. Anzi per Gesù, chi condanna alla pena capitale un altro uomo o un’altra donna si pone fuori dal consorzio umano autenticamente inteso. Se quanto abbiamo detto è giusto, ne viene che “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria, uno dei vertici della ragione illuministica, pubblicato nel 1764 a Livorno, pronunciandosi il suo grande Autore contro la pena di morte e per un sistema giudiziario mai più draconiano, non fa che riaffermare quel che Gesù per sempre ha stabilito.
Infine, a nostro vedere, l’enigma rappresentato dai segni che Gesù traccia sul terreno – su cui tanto hanno scritto filosofi e teologi,in primisS. Agostino e S. Tommaso – si scioglie se lo si collega a quello che sta per fare e fa. Tracciando segni nella sabbia, che il vento disperderà, egli vuole alludere, pare a noi, alla vanità delle leggi umane che sono come segni nella sabbia, “inrita verba ventis”, se non obbediscono a una legge non scritta, a una legge eterna. Si tratta della legge della ragione e del cuore, che è una legge d’amore, “sine qua nequit consistere rectum”. E’ il loro dialogo, fatto di senso umano e diPhilia, che pone l’uomo nella condizione migliore per affrontare il suo cammino nel tempo e lo rende degno di credersi non vanamente creato da Dio.







