Dimmelo, ti prego, devi ripetermelo fino a che le parole possano mutare questo senso di nausea, questa inclinazione all’abbandono, questa rabbia mista a polvere che mi entra nelle narici e le chiude per sempre. Dimmelo, giurarmi di non aver provato dolore. Quando ti ho stretto la mano, mi hai guardato come fai sempre, annuendo hai detto, senza spingere fuori il fiato, senza lasciar andare nessun suono, che dovevo far entrare la serenità nel cuore, fidarmi.
Eppure le tue ciglia, appena umide, tradivano un presagio e si muovevano freneticamente, come se avessero intuito i segni della fine. E mentre l’auto correva veloce, tra gli oleandri e il sole cocente, la scorta, le sirene accese, tu guidavi ed io ero…al tuo fianco. Potevamo stare dietro, lasciare il volante all’agente di scorta, eppure tu, testardo come sempre, avevi detto no.
Non so bene quando è successo. Per un soffio di tempo, devo aver pensato di essere arrivata finalmente a casa…mentre quel boato bruciava le nostre incompiutezze, senza concedere ai nostri respiri neanche la richiesta di una addio. Tutto si è mescolato nell’immagine, epica, di quella voragine che si apriva davanti a noi, l’aria sfondata dal tritolo, i detriti, la fiamma, la violenza del fuoco, il boato moltiplicato per le urla. Così, quando siamo entrati in quel varco cavernoso, ho provato a guardare di nuovo nei tuoi occhi. La tua reazione senza sorpresa, satura di quella setticemica consapevolezza di chi sapeva come sarebbe andata a finire, mi ha rapita. Nel volgo tempestoso della morte ti ho abbracciato, in un urgano che ci risucchia, le mie lacrime hanno appena bagnato la polvere che avevi addosso…e, mentre il mio cuore vibrava ancora, il tuo slacciava i fili della corrente per spegnersi.
Così ho iniziato a dire al mio: “Non battere, non vivere, fermati”, lo supplicavo con insistenza. “Fammi entrare nel lido della morte con lui“. Povera me, nel quotidiano della tua vita non vivrò più. Un mantello di inganni e miseria mafiosa ha avvolto i nostri corpi.“Giovanni, ti prego di qualcosa…”Ma tu niente, solo silenzio e fumo acre.
Torniamo indietro è solo un sogno. Tornare indietro, riscrivere il finale di questa giornata, tracciare con la penna un vigoroso, forte, incorruttibile, diverso destino: impossibile farlo quando i servitori dello Stato vengono lasciati soli. La mafia decide i destini da rapire alla vita e tu sapevi che sarebbe arrivata a prendere anche il tuo. Ora, brucia il mio corpo, finalmente, deve diventare cenere.
Ma prima, un attimo prima di staccarci dal noi, e ora, chiamami ancora per nome. Fammi sentire quel richiamo, lascialo correre da me, ancora una volta, ti prego: “Francesca…”.
Ma quello che sarebbe stato poi, mentre ero accartocciata sulle ultime speranze di scendere con le mie gambe, dall’auto, rimbombava come un tuono di agonia nelle tempie. Stavi per tornare oppure ero io a raggiungerti? Sono confusa, senza forze. Sento le sirene delle autoambulanze. Mi rannicchio nelle tue braccia. Il codice che avevi sul cruscotto brucia. Brucia la carta, brucia la legge, brucia lo Stato. Quando ti avevo chiesto perché avevi deciso di combattere Cosa Nostra mi avevi abbracciato forte. Il coraggioso muore una volta sola – mi dicesti sottovoce – il codardo cento volte al giorno. Tu non avevi paura della morte ecco perché vivrai per sempre nelle coscienze degli uomini onesti. È vero, gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.”
Il 23 maggio del 1992 il giudice Falcone torna a Palermo da Roma. Ad attenderlo all’aeroporto di Punta Raisi la sua scorta. Le tre auto blindate si avviano verso il capoluogo siciliano sull’autostrada A2 Palermo-Trapani. La deflagrazione radiocomandata dei 5 quintali di tritolo, collocati in un sottopassaggio dell’autostrada nei pressi dello svincolo di Capaci, avviene alle 17.56. La prima auto blindata a saltare in aria è quella dei tre agenti di scorta: Antonio Montinari, Vito Schifano e Rocco Dicillo muoiono sul colpo. Nella seconda auto alla guida c’è il giudice Falcone con accanto la moglie Francesca Morvillo.Entrambi vengono trasportati all’ospedale civico di Palermo dove muoiono un’ora più tardi. Si salvano gli agenti della terza auto e Giuseppe Costanza, seduto dietro Giovanni Falcone.







