Il cinguettio di maggio stride con i binari e con l’esplosivo. Se guardo indietro la vedo, l’ombra mi sorpassa. Quanto ho camminato ancora non lo so. I passi sono stati lunghi, a tratti severi, decisi, per lo più faticosi, ma non è stata la mia mente a dare l’incipit del movimento. Le gambe si sono mosse senza volerlo. Senza ricevere l’impulso elettrico dal cervello.
Questo mi è capitato: andare verso l’uscita pur credendo, fortemente, nella presenza assoluta della vita, della coscienza, dell’onestà nel presente. Eppure diversamente non sarebbe potuta andare, sarei dovuto uscire, necessariamente. Qualcuno aveva deciso di cancellare quello che chiamano l’happy end dal finale, mutando i sorrisi in agonia e dolore. Mutando la mia voce in un assoluto silenzio.
Hanno programmato tutto ma non tutto è andato come speravano, perché la gente, tanta, ha scritto, comunque, il mio nome su quel foglio e, anche da morto, sono entrato nel consiglio comunale. Hanno spinto, spostato il mio corpo, a fatica, dalla vita. L’anima è uscita, ancora calda, dalle budella e si è volatilizzata nella campagna circostante, mentre Peppino, dirompente, si è innestato nella politica del paese, con la potenza che solo un cadavere poteva avere.
Il desiderio, lo sentivo potente, mi spingeva a immaginarmi lì, fermo a guardare il volto dello scrutatore quando apriva la scheda, pronunciava “Impastato”, girava gli occhi a trecentosessanta gradi e mostrava l’incredulità dei miei carnefici diventare vergogna.
Se fossi stato ancora io… avrei urlato: “Zitti, fatemi sentire…” – “Voto di preferenza per Giuseppe Impastato” mentre, con un sorriso sornione, avrei spinto la gioia fin dentro quella cappa di silenzio, asfittica, nel seggio elettorale.
Amici miei, dovete saperlo, non ho abbandonato subito la presa, ho stretto i pugni per afferrare la mia esistenza, la vita… e non ho chinato il capo al primo assalto. Questi pezzi di merda hanno avuto la meglio sulle ossa, sulla carne, ma non sulla mente, sulle mie idee.
Eccomi, sono ancora io che respiro e sento, di nuovo, gli odori della stagione dei fiori, posso affondare le gambe nell’erba florida e spontanea dei campi inesplorati. Ho sete, sete di memoria e non voglio vedere quello che ora mi hanno spinto a guardare, non voglio vedere cosa sono diventati i padroni di Cinisi. Dentro di me continua a crescere il sogno, il miraggio delirante di avere giustizia. Morire di sete e di fame non sarebbe stato un peso tanto gravoso più che morire di codardia.
Tutt’ intorno a me tace ed urla. Una massa di tritolo, solo pochi secondi, e questo mio mondo sarebbe dovuto rimanere senza più parole, senza suoni e senza sensazioni. Eppure, anche quando ho compreso di non avere alcuna probabilità di vittoria, quando ho visto la morte attendermi irrequieta, non ho avuto paura. Per questo sono ancora qui a combattere e lo farò fino a che riuscirò a rimanere nei pensieri e nelle coscienze di ognuno di voi.
Se riusciste a guardare quello che ora vedono le mie pupille…
Vedo cos’è diventata la mafia, come ha invaso ogni cosa, come quei cento passi che separavano il mondo giusto da quello infame si siano ridotti notevolmente. La mafia è ovunque, nei mattoni, nella terra, nell’acqua, nell’aria, si è geneticamente impossessata di menti e corpi pronti a qualsiasi ignominia pur di vedere il potere ed il sopruso violentare ogni cosa. Denaro e sofferenza, un binomio inscindibile e putrido, questo è il mondo che appartiene a quella gente.
E le voci, le voci, quante voci sentivo nell’aria di maggio, chi mi chiamava ancora non sapeva che io ero diventato solo un brandello d’uomo. Della mia vita, delle mie battaglie, mi sembra di aver dimenticato tutto, il dolore però lo ricordo, dolore misto al rumore sordo dell’esplosivo che ha sfibrato ogni mia certezza.
E’ strano, sembra che arrivi la sera anche se il sole è ancora fisso e cocente. Qualcuno deve avermi preso tra le mani, si è sporcato del mio sangue, mentre mi ha posato su quei binari. I nervi non rispondevano più alle mie richieste. Era impossibile fuggire con un corpo senza solidità, consistenza, né reazione. Questo era ed è il mio punto d’arrivo, ecco, mi consegno. Consegno quel che resta di un uomo ma non l’idea e lo spirito che lo ha forgiato.
Anche ora, ora che la mia bocca e la mia lingua non sono più in grado di aiutare la lotta, posso sentire chiaramente altre bocche ed altre lingue gridare in faccia al demonio le parole che io ho gridato. Se qualcuno pensava di lasciarmi sui binari a marcire si sbaglia. Nella mente delle persone resta il concetto, la speranza che i passi debbano ripercorrere ancora e solamente la strada della giustizia.
Cento passi non bastano per raggiungere i sogni più belli e più alti e non bastano per descrivere quella che è stata la vita di Peppino, eppure cento passi sono ancora oggi l’idea di un cammino che non dobbiamo e non possiamo interrompere per sconfiggere quella “montagna di merda che è la mafia”.







