A cosa serve scrivere un ricordopost mortem, rimestare nei pensieri e allungare la penna su parole che non serviranno a nulla perché nulla sarà come prima? A cosa serve spingersi a riannodare il passato che non sarà mai futuro, affondati come siamo in un presente che è saturo di “fine”, conclusione e distacco?
Probabilmente a nulla. Ma questo magma intrinseco deve estrinsecarsi in qualche modo per allentare la tensione dolorosa e provare a rendere omaggio ad una persona speciale che ha speso buona parte della sua vita nello studio, nella ricerca ma soprattutto nel creare sinergie, rapporti affettivi di amicizia reali.
Avrei voluto parlarvi dei suoi sogni ma non ci riesco qualcosa mi spezza l’ideazione del pensiero, me lo rende impossibile da elaborare con un discorso quantomeno logico tanto è frammentato e carico di sofferenza questo mio dire che non è un esercizio stilistico o di facciata ma è un viaggio nell’elaborazione di un lutto che probabilmente sarà lungo e complicato.
Come si può pensare di parlare della morte Milena…quando, fino a qualche giorno prima, abbiamo chiacchierato come se nulla stesse per accadere prospettando speranze, pensieri, idee e poi, dopo qualche giorno, leggere, così per caso, un post su un social che ti spezza il respiro in due?
In un momento le certezze crollano, nulla sembra più così importante, quel litigio con il collega, quelle incomprensioni con l’amica, quel surplus di lavoro in redazione, lo stress o l’ansia per una presentazione importante, le faccende di casa, le scadenze per un progetto, diventano poca cosa, si trasformano inres nullius, in cose abbandonate che non ti appartengono più perché stai vivendo uno squarcio nel quotidiano che ti fa guardare la morte negli occhi, senti il suo alito gassoso sulla faccia e non puoi fare niente per allontanarla.
Poi segue il silenzio che non ha nulla a che fare con la rassegnazione. A questa si lega, verso sera, qualche giorno dopo, il pensiero che Milena abbia iniziato un viaggio di scavo ma, antiteticamente, in risalita verso un altro luogo, diverso e migliore in quello in cui si trovava.
Milli…quando hai iniziato a stare male pensavi fosse una banale influenza, me l’hai detto più di una volta e, incautamente, ho risposto: “Vedrai passerà…”. Ma non è passata. Poi un giorno hai esordito: “Mi sa che ho un tumore…” e il resto dei miei pensieri ha deglutito a vuoto. Me l’hai incollata addosso, quella parola, in una maniera così estemporanea che non ho nemmeno capito bene, o forse non ho voluto capire, perché in quel tuo modo di parlare, in quel sorriso e occhi lucidi, appena velati dalle lenti, io vedevo e sentivo ancora tanta fiducia nella medicina, nella prospettiva di una guarigione e invece…
Allora cosa resta alla fine di questa nostra strada? Tu hai fatto quel balzo per scomparire da questo mondo ed entrare in un’altra dimensione. Non lo so che cosa resta. Forse il tuo ultimo lavoro sull’Irpinia, a cui hai dedicato tempo e dedizione. Eri nella locandina, come autrice-relatrice, e la presentazione, per uno scherzo del destino, coincidente con il giorno del tuo funerale. Assurdo.
Forse l’allestimento delle sale al museo di Frigento. Sicuramente resta il ricordo e l’affetto di una madre per suo figlio, per la sua famiglia, uniti al desiderio di preservarli da un momento di grande sofferenza che hai voluto tenere (tutto) sulle tue spalle senza dividerlo con nessuno.
Resta incompiuto quel progetto che avevamo di raccontare la “Janara”, così com’è non era stata mai raccontata, di andare oltre il mito, oltre lo stereotipo. Ricordo uno dei primi messaggi vocali che mi hai fatto dopo aver letto l’incipit, eri un misto tra felicità, emozione, slancio, prospettiva, e ti tremava la voce mentre dicevi “si” alla mia richiesta di curarne la prefazione. “Manu, è un terreno difficile quello in cui andiamo a incamminarci…” mi hai detto quando poi ci siamo viste, “ma vale la pena di provarci perché probabilmente ci sono secoli di ataviche concezioni errate che, piano piano, dobbiamo scardinare e lo faremo insieme…”
Non più insieme, sei diventata seme. I sogni si sono spenti, così, all’alba e la notte ha continuato ad avvolgerti in un abbraccio che ti ha rapita per sempre e il resto dei tuoi affetti è rimasta ammutolita, senza capire perché. Semmai vi sia da capire qualcosa. Ora, non tocca a me dire che grande persona eri e che grande persona sei. Chi ti ha conosciuta lo sa e quindi direi l’ovvio. Ma vedi, mentre ti sto parlando, mi vengono in mente le parole del Professore Bonocore. Era solito dire: “Lo scontato va detto”.
E allora diciamolo che eri una grande studiosa, una con la S maiuscola. Concreta di lavoro e idealità per le future generazioni. In ogni tua parola, anche quando mi scrivevi in privato per ragionare su qualche articolo che avevi letto…eri sempre un passo avanti, mai distruttiva, gelosa o pungente. La tua prospettiva era sempre più ampia. Ecco avevi uno sguardo ampio come le distese che si sono spalancate davanti a te quando hai deciso di mollare questa terra che avevi annusato, scavato, studiato, vissuto, amato, per andare oltre la materialità.
Lì non si resta fermi, si sale fino a toccare la punta del sole con il naso.
Milena, t’immagino così, con il sole che ti scalda, senza più quel dolore (privato) che portavi a tracolla come una borsa e, magari, butti uno sguardo giù, su queste valli in cui c’è ancora il sangue del tuo sangue, i tuoi cari ed anche chi ti ha voluto bene veramente.
Non è un addio, ma un arrivederci







