Vite straordinarie: Pasquale Stanislao Mancini.

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Che Pasquale Stanislao Nunzio Patrizio MANCINI, nato nel piccolo borgo rurale di Castel Baronia, paesino perso tra le colline irpine e mal collegato con i centri limitrofi culturalmente più avanzati, praticamente privo di altri soggetti con cui poter avere un minimo di confronto educativo o ludico, fosse un genio è fuori discussione; che il suo genio, dalla tenera età alla sua morte, abbia illuminato tutta l’Europa è oggi più che mai unanimemente riconosciuto; che le sue idee e la sua dottrina, ancora oggi, siano attuali e strumento di ricerca per il miglioramento della condizione umana è dichiarato da tutta la comunità scientifica mondiale; la poliedricità del suo genio, infine, è ancora oggi fonte di studio antropomorfico.

La storia ci ha fatto conoscere molti personaggi geniali (alcuni eccellenti in una sola disciplina come Mozart, Verdi o Beethoven per la musica, altri in rami diversi come Leonardo, Michelangelo, Galileo) ma mai un personaggio eccelse in ogni campo che stimolasse la sua curiosità: egli trattò di storia, poesia, musica, medicina, agraria, politica, economia, religione, divenendo, infine, il padre indiscusso del diritto e della giurisprudenza.

È pur vero che il genio puro non ha patria e può nascere ed esplodere in qualunque lembo di terra emerso, che non è la morfologia del territorio, la posizione geografica, il clima o l’etnia a determinare un luogo più che un altro idoneo a far nascere l’intelligenza, ma comunque studi recenti approfonditi (2010) della Cambridge University, riassunti in una pubblicazione intitolata Cambridge Handbook of Expertise and Expert Performance, presentata dalla rivista New Scientist, hanno dimostrato che la capacità intellettiva sviluppata al di sopra della media è dovuta da un insieme di fattori essenziali che comprendono un esteso retroterra culturale, un bagaglio di conoscenze e il contesto sociale nel quale l’individuo vive, il tutto ampiamente utilizzato nelle situazioni di lavoro, applicazione e confronto. Secondo lo studio, la genialità è un’attitudine che deve essere coltivata giorno dopo giorno, lavorando e impegnandosi nelle attività di proprio interesse.

Dunque geni non si nasce, ma si può diventare.

Il contesto in cui vide la luce P.S. Mancini è il seguente: egli nacque il 17 marzo 1817 in un paesino, come sopra accennato, posto nell’entroterra irpino, privo di strade confortevoli di accesso, servito soltanto da mulattiere sterrate che si inerpicavano con mille difficoltà tra colline e corsi d’acqua a regime torrentizio; abbastanza lontano, per i mezzi di trasporto dell’epoca, carrozza o cavallo per i signorotti, dai centri più grandi: Ariano Irpino, Grottaminarda, Avellino. La sua popolazione era formata da gente semplice, contadini, artigiani e commercianti ambulanti della produzione di utensili di osso animale, quasi totalmente analfabeta per la mancanza di scuole pubbliche, salvo poche eccezioni dovute alla presenza del seminario vescovile adiacente al Santuario di Santa Maria delle Fratte e della scuola di filosofia dei padri francescani del Santo Spirito.

Il bimbo, figlio unico, non ebbe modo di avere alcun confronto con i coetanei, né culturali né ludici, vivendo quasi segregato tra le imponenti e confortevoli mura domestiche del palazzo Mancini.

La sua famiglia, intesa come nucleo familiare, era composta dal padre Francesco Saverio, avvocato e giurista di fama, ultrasessantenne, e dalla madre Grazia Maria Riola, trentenne, di buona famiglia e cultura. Il padre, già vedovo della prima moglie Maddalena de’ Baroni de Martino di Montefusco senza prole vivente, aveva già dissipato quasi tutto l’ingente patrimonio di famiglia con una vita dissoluta in Napoli ove aveva lo studio legale, e dove, anche dopo il secondo matrimonio con la Riola, continuò a stare per lunghi periodi lasciando soli a Castel Baronia moglie e figlio. Non fu presente nemmeno alla nascita di Pasqualino. Nelle pause domestiche si ostinava a inculcare nel piccoletto nozioni di latino e greco di cui era grande cultore: Pasqualino a cinque anni, invece di correre a perdifiato nei boschi e nei campi delle grandi tenute terriere del padre, traduceva perfettamente i classici greci e latini. Ma tutto questo prodigio di fanciullo non apriva, nella mente paterna, grandi progetti futuri per il figlio, perché egli vedeva in lui soltanto un prosieguo da signorotto di campagna, adatto a gestire quel poco che restava del patrimonio manciniano, sposato con una ricca fanciulla.

La madre aveva avuto una buona educazione culturale nell’educandato di San Giorgio La Montagna (odierna San Giorgio del Sannio) presso il Monastero delle Suore della Visitazione, educazione curata da una sorella di quello che doveva essere il futuro marito, Suor Maria Seraphine Mancini. Ella imparò, tra l’altro, il francese [1] e i primi rudimenti di musica, suonando il clavicembalo e l’arpa. Relegata tra le mura domestiche, senza l’aiuto e la compagnia di servi o di balie, Maria Grazia si dedicò esclusivamente all’educazione del figlio, attingendo cultura dalla imponente biblioteca esistente nel palazzo e riversandola nel piccolo, che, come una spugna, si riempiva di sapere. Grazia Maria, al contrario dell’apatico marito, vedeva in Pasqualino doti eccezionali e, dopo furibonde litigate, ottenne l’assenso a mandare il piccolo in collegio ad Ariano Irpino per il corso liceale di studi umanistici.

Secondo lo studio della Cambridge University questi fatti potrebbero bastare a far sì che una persona dotata di un buon quoziente intellettivo divenisse in seguito un genio. Ma, se genio si diventa, questo avviene nel prosieguo dell’età matura e non spiega come il Mancini, a cinque anni traducesse ilDe Bello Gallicoe gliAnnales, a sei suonasse il clavicembalo con maestria e a quattordici avesse scritto quattro grossi volumi di Storia Antica e dodici opuscoli di Teologia, Cosmologia, Letteratura Latina, Arte Oratoria, Legislazione Antica, Poesia, Belle Arti, Fisica, Geografia, Botanica, Fisiologia e Chimica.

Altri studi effettuati su campioni di persone geniali condotti dal dott. Hans Asperger[2], pediatra austriaco, hanno evidenziato leggere forme di “autismo ad alto funzionamento”, mentre uno studio effettuato nelle migliori università americane ha messo in evidenza la correlazione tra genialità e scarsa attività sessuale (il classico secchione): si è scoperto che il numero dei partner sessuali dei superintelligenti è significativamente inferiore rispetto a quello degli altri studenti, con un tasso di verginità con punte del 45%.

Il nostro Mancini fu un iperattivo, un creativo e certamente non autistico, marito di una donna bellissima, Laura Beatrice, sposata in giovane età, e padre di ben undici figli.

Non bisogna confondere, infine, la genialità con l’intelligenza, anche se fuori dal comune. Il genio è un individuo che pensa e agisce fuori dal coro e fa cose che altri non potrebbero mai fare. A volte compie azioni sconcertanti ma sempre lungimiranti, con progetti a lungo termine, gestiti in modo rigoroso e curando di ogni cosa anche i minimi dettagli, non sopportando ciò che non è perfetto. Egli vede nelle incognite la soluzione più semplice e più diretta che, solo successivamente, agli altri sembrerà ovvia, mentre prima era ritenuta assurda e irrealizzabile.

Se la genialità fosse semplicemente dipendente da una misura di grande intelligenza saremmo in grado di identificare facilmente un individuo con un quoziente intellettivo (QI) più alto. Questo concetto fu demolito da uno studio dello psicologo statunitense Lewis Madison Terman[3] presso la Stanford University il quale studiò un nutrito gruppo di superdotati, potenziali genialità, che delusero le sue aspettative, mentre un tal William Bradford Shockley, scartato dallo studio perché di basso QI, fu assegnatario di premio Nobel per la fisica per l’invenzione del transistor insieme a John Bardeen e Walter Houser Brattain.

Ovviamente, senza una sufficiente intelligenza un individuo non ha le materie prime necessarie per mettere insieme le idee e trasformarle in genialità e senza una forte personalità che lo porterà a lottare contro tutto e tutti per affermare le sue idee, queste non vedrebbero la luce, ma rimarrebbero nascoste nelle pieghe del tempo destinate all’oblio.

Affermare, quindi, che Mancini Pasquale Stanislao sia stato un genio è cosa semplice. Anche se non è documentabile, perché non esisteva all’epoca la valutazione scientifica del QI, sicuramente il nostro aveva una intelligenza fuori dal comune, ma questa superintelligenza, questa genialità innata è individuabile nella sua genetica, nel suo DNA, in quella perfetta combinazione di cromosomi consolidatasi in un millennio di generazioni di personaggi eccellenti appartenuti alla sua famiglia con i cromosomi creativi posseduti dalla parte materna. Il connubio, l’intreccio delle due spirali cromosomiche sono esplose in una perfetta macchina genetica che, combinando le informazioni genetiche all’interno della struttura chimica delle molecole del DNA, ha creato il soggetto Mancini.

Uno studio recentissimo del King’s College Londonpubblicato daMolecular Psychiatryin cui è stato analizzato il genoma di 1.409 individui con quoziente intellettivo maggiore di 170 (i premi Nobel hanno una media di 145 e i comuni mortali di 100), confrontato con quello di 3.253 persone normali, ha dimostrato che il patrimonio genetico conta per il 60% nelle performance scolastiche.

In definitiva la genetica e l’interazione con l’ambiente hanno determinato l’aspetto complessivo e il comportamento dell’individuo Mancini.

 

 

[1] Suor Maria Seraphine era di madrelingua francese perché figlia di Claire de Berail, dama di corte della duchessa di Nevers, Marianna Spinola, che il conte Pasquale Mancini sposò a Marsiglia nel 1749.

[2] Vienna, 18 febbraio 1906 – Vienna, 21 ottobre 1980.

[3] Contea di Johnson, 15 gennaio 1877 – Palo Alto, 21 dicembre 1956.

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