Vite straordinarie: Pasquale Stanislao Mancini Junior

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Nacque a Napoli, nella casa in Vico Conte di Mola n. 67, l’8 luglio 1888 alle ore 23,30, da Francesco Saverio Eugenio Mancini, figlio di Pasquale Stanislao e di Laura Beatrice Oliva, e dalla sua seconda moglie Piccolo Provvidenza dei Baroni di Calanovella.[1]

Venne alla luce con una grave malattia degenerativa agli occhi che gli ridusse la vista tanto da far temere che potesse diventare cieco. Combatté con la malattia e con i disagi che essa le procurava fino alla precoce morte, sottoponendosi a incessanti cure e all’operato dei più eminenti medici, senza risultati di rilievo. Ciò era dovuto anche a una conformazione fisica gracile e delicata, molto accentuata, che gli faceva dimostrare meno degli anni che aveva. L’aspetto dal volto pallido e magro con lo sguardo perso nel vuoto, il fisico esile e minuto, l’esigenza di dipendere dai genitori anche per le più piccole necessità quotidiane e l’impossibilità di confrontarsi alla pari con i coetanei nel gioco o anche semplicemente negli approcci conoscitivi e dialogativi, fece di lui, sin dalla più tenera età, un divoratore di cultura. Non potendo frequentare scuole pubbliche o collegi per la sua infermità, fu scolarizzato e indirizzato alle lettere e alla poesia dal padre, ormai generale dei bersaglieri alla fine della carriera, che dedicò a lui gli ultimi anni della sua vita.[2]

Pasqualino era un talento di natura, verseggiava con scioltezza, anche se con una timidezza e una verginità infantile e inesperta. Nei suoi primi versi, in un sonetto, esplode il suo amore verso la madre che lo sorregge e guida i suoi passi incerti nella nebbia che attanaglia i suoi occhi:

 

“… Sento che m’ami, quando per la mano

lungo la via, mi tieni presso di te

e quando, pur commossa, da lontano

m’aiuti il guardo mal securo ahime!…

 

In un altro sonetto “Mentre passano i soldati”, egli che vive in un clima familiare militaresco, con un padre che frequenta gli ambienti del suo rango e del suo status di alto ufficiale dei bersaglieri, vien fuori il rammarico per la sua infermità:

 

“… ma se la forza avrò d’alzare un brando

oh poveri occhi miei, me la darete

l’ambita gloria di pugnar anch’io? …”

 

e ancora, nella poesia dedicata a suo zio Angelo, fratello del padre, si duole del suo stato:

 

“…Ah! Perché mai sé torbida

a me ti mostri o vita,

perché, sin da l’infanzia,

la gioia è già finita,

perché non volle arridermi

degli anni il primo albor?

Solo è la luce tenue

cagion di tanto duolo…”

 

e dove troverà i compensi a tanto dolore?

 

“…li troverò nei limpidi

sogni di poesia,

ove infiniti alternansi

i canti e l’armonia,

ove risponde il ritmo

a’ miei pensier fedel…”

 

Con il passare degli anni e con il rinvigorirsi del fisico, le cure mediche diedero un poco di speranza al giovanetto che vide diradarsi, anche se in forma molto lieve, la nebbia che copriva le sue pupille, e, pur vedendo a fatica, con molto sforzo si dedicò allo studio, quasi ignorando i giochi, la compagnia dei coetanei e la serenità ludica che il tempo della sua età proponeva. Molte volte erano i genitori che lo strappavano alle sue letture, perché affaticato e stanco, per farlo distrarre e riportarlo alla sua condizione di fanciullo.

Ma la sua avidità cognitiva era travolgente. In pochi mesi imparò a leggere e scrivere correttamente in francese, studiò con successo il latino, la storia e la filosofia.

All’età di undici anni aveva già composto un poema epico “Autari. Leggenda medioevale in VII canti”, pubblicato nel 1902 e dedicata ai nonni paterni P.S. Mancini e Laura Beatrice Oliva. La pubblicazione fu presa con un certo scetticismo da molti che non credevano fosse tutta opera del suo sacco, e che vi fosse molto di suo padre Eugenio, buon verseggiatore, ma i documenti e le lettere di lode allegate alla pubblicazione da parte di molti illustri personaggi: il commediografo Achille Torelli[3], Luigi Conforti, poeta e archeologo, Gerardo Laurini[4], professore di lettere nel Regio Ginnasio Tasso di Salerno, il poeta Salvatore di Giacomo e una esauriente nota degli editori, fugarono i dubbi e le maldicenze dando il giusto plauso al lavoro del giovinetto Mancini. In uno slancio di generosità, il ricavato della vendita fu interamente devoluto in beneficenza al Pio Istituto Principe di Napoli di piazza Dante per i giovani ciechi.

L’anno dopo, nel 1903, venne alla luce una nuova pubblicazione, “Senza amore”, una stucchevole raccolta di poesie, così pure nel 1904 con le nuove poesie “Incerti voli…”. Nel 1906 un nuovo poema polimetro “Azzone”.

Avviandosi alla prima giovinezza e senza la previsione di un prosieguo di vita normale, conscio della sua situazione fisica e di ciò che il futuro gli prospettava, diede sfogo alla sua malinconia in uno struggente componimento scritto nel dicembre 1903 dal titolo “Il primo addio nella vita” e pubblicato nella raccolta “Incerti voli”:

 

Dunque t’involi, o cara fanciullezza,

dunque darti dovrò l’estremo addio!

Ahimè non dura ogni mortal vaghezza

E la trascina il paventato oblio!

Oh di mia vita dolce primavera,

per me non foste come altrui, ridente;

ma, te fuggendo, l’anima non spera

conforti e svaghi, o prima età fiorente,

se non per poco, e di rimpianto resta

tutta compresa e con dolor ti lascia,

quando ripensa che null’altro in questa

vita si trova di crescente ambascia.

Forse di gloria una voce possente

mi spronerà nel mio cammino un giorno,

forse l’amor, che uccide fatalmente,

mi farà desiare il tuo ritorno.

Or t’abbandono, o bella età felice,

or t’abbandono e in ansie ho il cuor sospeso,

né del futuro intraveder mi lice

il tacito mister, non mai compreso.

Pure non temo d’affrontar mia sorte

ne l’avvenire, ancor che sia funesto!

Di sfidar giuro col destin la morte

e a la fortuna, come vuol, son presto.

 

L’ultimo verso è preso in prestito da Dante, capitolo XV, verso 93 dell’Inferno.[5]

Ebbe comunque modo di laurearsi e di dedicarsi all’insegnamento. All’età di trentasei anni, il suo fisico, minato sin dalla nascita, cedette: fu ricoverato nell’ospedale Elena d’Aosta di Napoli ove si spense il giorno 30 settembre 1924. Non si era sposato.

 

Queste le opere conosciute e date alle stampe:

 

AUTARI, Leggenda medioevale in VII canti ed altre poesie. Tip. Angelo Trani, Napoli 1902.

SENZA AMORE, nuove poesie.Ed. Giuseppe Zomack, Napoli 1903

INCERTI VOLI… nuove poesie.Tip. Barnaba Cons., Napoli 1904

AZZONE Poema polimetro.Ed. Giuseppe Zomack, Napoli 1906.

 

[1] In prime nozze Francesco Eugenio Mancini aveva sposato Eva Giovanna Antonietta Cattermole, la Contessa Lara, poetessa, che, già separata dal marito, fu uccisa dal suo amante Giovanni Pierantoni.

[2] Sembrano ripetersi, anche se per motivi diversi, le vicende della prima infanzia vissute dal nonno Pasquale Stanislao Mancini.

[3] In una lettera al Marchese Pignatelli di Montecalvo, segretario del Prefetto di Napoli così scrive: “…vi posso assicurare che il giovinetto è un prodigio; io mi rifiutavo a creder suoi certi componimenti, ma quando gli ho dato un tema e gliel’ho visto svolgere sotto i miei occhi ho dovuto persuadermi, è un fenomeno di natura, che esce dai normali…”.

[4] Il Laurini così commenta: “non avrei mai creduto che questi versi, ricchi di tante immagini nuove e di tante nuove impressioni, fossero stati composti da un fanciullo dodicenne, il quale è proprio un prodigio, se non avessi veduto comporre molti alla mia presenza”.

[5]Il verso 93 fa parte della terzina: “Tanto vogl’io che vi sia manifesto, / pur che mia coscienza non mi garra, / che a la Fortuna, come vuol, son presto.” (Io voglio che vi sia chiaro che sono pronto a ciò che la fortuna mi riserva, purché non mi rimorda la coscienza.)

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