Vite Straordinarie: Padre Andrea Martini, francescano

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Andrea (Giuseppe) Martini [1], nacque a Castel Baronia, il 5 marzo del 1917 da Marco Rocco, commerciante ambulante, e Clementina Fabiano. Penultimo di nove figli, trascorse la prima infanzia in famiglia frequentando, quasi ogni giorno, la Chiesa di Sant’Euplio che insisteva (come del resto ancora oggi) proprio davanti alla porta di casa. Era Abate, all’epoca, il paziente don Luigi Zefelippo che il piccolo Giuseppe prese a imitare celebrando per gioco la messa tra i suoi fratellini che lo assecondavano, in silenzio.

Un giorno, a cinque anni, trovandosi della cera tra le mani, nel luogo sacro, prese a modellarla ricavandone un crocifisso che, giudicato assai perfetto, fu conservato dal meravigliato don Luigi per essergli mostrato dopo quindici anni, in occasione del suo primo ritorno a Castel Baronia.

L’impatto con quel tipo di realtà e quelle prime esperienze che nella vita di ogni essere umano spesso sono assai determinanti, forse orientarono e fusero insieme, nell’animo di Padre Andrea, la vocazione religiosa e quella artistica che mai più l’avrebbero abbandonato accompagnandolo e sorreggendolo nei momenti più importanti del suo cammino di sacerdote e di artista. Quando aveva appena sei anni perse il padre. Quasi subito fu trasferito a Taranto presso i nonni paterni dove visse fino a 11 anni. Nella città pugliese ricevette le cure di uno zio prete (di cui assumerà il nome) don Andrea Martini, cappellano capo della riserva navale, spirito colto e raffinato che gli inculcherà i sentimenti più nobili e umani che tanto influiranno sul suo spirito e sull’arte. Padre Andrea era un ragazzino vispo e simpatico e lo zio, che quasi sicuramente aveva intuito le sue potenziali capacità, lo plasmò con molta cura insegnandogli ad apprezzare la bellezza e l’eleganza di quell’arte che tanti secoli prima aveva caratterizzato la inimitabile civiltà della Magna Grecia. Accompagnandosi allo zio, Padre Andrea ebbe modo di visitare tutti i musei del luogo e fu presente alle varie manifestazioni culturali che si svolgevano in città, ricavandone, via via, quella passione, quell’entusiasmo e quella forza interiore che saranno alcune delle regole essenziali della sua vita.

A 11 anni raggiunse Roma per entrare in un collegio e appartenere all’ordine dei Francescani Minori. Anche qui, di nascosto, modellava e dipingeva. Quasi sempre, in refettorio, quando era ospite qualche estraneo, in breve ne produceva la caricatura che puntualmente faceva il giro della sala suscitando l’ilarità e l’ammirazione dei compagni.

Dopo un po’ di tempo fu trasferito a Tarquinia per completare gli studi classici e filosofici. Nella città etrusca, visitando chiese, musei e quando era stato raccolto a testimonianza di quella meravigliosa civiltà, accrebbe la sua passione per l’arte. In questo periodo, durante le ore di studio, non perdeva occasione per dipingere, anche se di nascosto e spesso a discapito di qualche disciplina da imparare. Una sera, nel periodo natalizio, dovendo dipingere un angelo da portare in processione durante il canto della Sapienza e non avendo nessun mezzo a disposizione, cominciò a procurarsi i colori tritando un mattone (ricavò il rosso) e affumicando il fondo di un piatto con la candela (ricavò il nero). Mentre compiva questa operazione e già aveva cominciato l’opera, fu sorpreso dai superiori che, pur tentati di punirlo, non potettero fare a meno di ammirare la bellezza di ciò che stava producendo. Intanto, nell’ambiente dove viveva, si spargeva la voce che stava crescendo un vero pittore. In occasione della “Passione”, fu proprio lui che dipinse, a dimensioni più che naturali, uno scenario con le figure della Madonna, San Giovanni e la Maddalena affiancate a un grande crocifisso. Il Padre provinciale dell’ordine si rese conto della bravura di frate Martini e lo incoraggiò a continuare.

Terminati gli studi classici e teologici dovette trasferirsi a Orte, nei pressi di Orvieto, a fare l’insegnante. Quasi nessuno era d’accordo a fargli frequentare l’Accademia per perfezionare le sue spiccate capacità artistiche. Nel 1946 fu chiamato a Roma, in Santa Maria dell’Ara Coeli in Campidoglio. Appena arrivato nella capitale, la prima cosa che fece fu di informarsi sul modo di frequentare i corsi accademici. Era già tardi per quell’anno ma Padre Andrea riuscì a farsi inserire nella sessione per ammalati. Il programma per l’ammissione al corso era vastissimo e il timore di non potercela fare era ancora più grande. Padre Andrea tentò pur con la consapevolezza di non essere ben preparato in Architettura. Fu in difficoltà ma ce la fece. Aveva 29 anni. Scelse “Pittura” nel corso del Prof. Amerigo Bartoli. Quest’ultimo, quando lo vide per la prima volta, gli esclamò in faccia, quasi con aria canzonatoria: “Che sei venuto a fare il santinaro?”. Padre Andrea non si scompose né si scoraggiò e con un sorriso che palesava tutta la sua forte personalità e la sua fermezza d’animo, spiegò che era lì per apprendere e capire quanto più era possibile l’arte del dipingere. Gli anni di Accademia furono importanti per il Nostro. Il suo impegno costante e la sua capacità di iniziativa che già preludevano alla grandezza di artista, lo fecero subito distinguere e apprezzare. Quando non era obbligato a ritrarre modelli, si dilettava a dipingere nature morte, paesaggi e, qualche volta, la stessa aula con tutti i compagni al lavoro, riuscendo a raggiungere risultati che non sfuggivano al maestro Bartoli. In questo periodo gli fu amico il principe Enrico D’Assia[2],nipote di Vittorio Emanuele III di Savoia. A proposito di quest’ultimo, un giorno, mentre in aula posava una bellissima modella nuda, entrarono dei fotoreporters per ritrarre il principe-pittore. Padre Andrea che gli era vicino, si nascose e uscì dall’aula. La sua presenza non era sfuggita però agli esperti del clik in cerca di novità. Appena tornò al suo posto credendo che se ne fossero tutti andati, fu assalito dai flash. Contrariato, li pregò di non pubblicare quelle foto che avrebbero potuto procurargli seri fastidi se strumentalizzate giornalisticamente e addirittura compromettere la sua frequenza in Accademia. Fu inutile. Qualche giorno dopo le foto fecero bella mostra sull’Europeo. Padre Andrea ebbe molto da combattere con i superiori e grazie anche all’aiuto di Bartoli superò il momento difficile. Qualche tempo dopo, proprio disegnando un nudo, dove era espressa arte autentica e castissima, ricevette gli elogi di Bartoli che, rivolto agli altri studenti esclamò: “Questo disegno può essere presentato in qualsiasi galleria del mondo!”.

La fiducia del maestro nell’allievo che ormai aveva in sé quanto occorre per fare vera arte, era ormai piena. Nel frattempo Padre Andrea si dilettava a scolpire. Pietre, tronchi e tutto ciò che era modellabile, prendeva forma tra le sue mani. Finita l’Accademia frequentò la Scuola dell’arte e della Medaglia presso la “Zecca” ed ebbe per maestro il grande Romagnoli, scultore e incisore. Anche qui i suoi modelli furono apprezzati. Dal 1959 visse e lavorò nel convento di San Bartolomeo, sull’isola Tiberina, nel cuore della vecchia Roma che ispirò Belli e Trilussa, preferendo dedicarsi quasi esclusivamente alla scultura.

Il 16 aprile del 1994 si trasferì nel Convento di San Pietro, in Montorio (Roma-Gianicolo), dove, nel ‘96, completò la sua ultima opera, il San Bartolomeo, destinato ad ornare una piazza di Vallata (Av).

Morì il 5 maggio 1996 in Roma, riposa nel cimitero di Castel Baronia.

 

“La Baronia l’ho solo sognata, eppure, la sua semplicità, i suoi paesaggi, i suoi silenzi li porto dentro. Li ho con me in ogni momento”.

 

Con queste parole, Padre Andrea precisa il rapporto affettivo con la sua terra dove, quasi ogni anno, tornava, ospite delle sorelle, nella casa paterna. Durante i soggiorni a Castel Baronia l’artista amava passeggiare a lungo per le campagne circostanti. Il verde, i tramonti, le colline e gli aspetti mutevoli del paesaggio in ogni stagione, lo appassionavano e, forse, gli entravano nell’animo rinvigorendo la sua ispirazione e la sua fede.

“Ho viaggiato moltissimo e ho visto quasi tutto il mondo ed ora più che mai apprezzo queste contrade e, appena posso, mi piace tornare qui. Qualche volta, mi è capitato di essere svegliato in piena notte dal silenzio assoluto. Lo scenario che ho potuto ammirare dal mio terrazzo è stato qualcosa di indescrivibile. La bellezza e la pace sotto i raggi della candida luna erano talmente grandi che mi riesce impossibile definirle a parole”.

In queste parole Padre Andrea dà l’impressione di essere un uomo felice e pieno di sé e non nasconde i sentimenti genuini che, sicuramente, lo ispirano e lo fanno grande quando si accoppiano alla sua raffinatissima tecnica e al suo talento. In Baronia vi sono molte opere importanti di Padre Andrea (Castel Baronia, San Nicola Baronia, Vallata); ha curato il restauro della Chiesa di Santa Maria delle Fratte, nel suo paese natio, eseguito intorno al 1960. In quella occasione l’artista approntò una Via Crucis e alcuni santi e abbellì il Santuario dandogli un aspetto più nuovo e ordinato.

Padre Andrea Martini, pittore, scultore e architetto, è artista completo come se ne trovano solo nella Rinascenza.

“Le ragioni della sua arte– scrive Piero Mandrillo –stanno nel fatto che l’uomo, il frate, il sacerdote, l’artista, costituiscono “tutt’insieme un’unum et individuum” come del resto, disegno, senso del colore, spazio e plasticità”. “Come pittore– annota Nazareno Fabbretti –Padre Andrea guarda il creato con occhio francescano, ma lo ritrae senza astrazioni e geroglifici formali. Il suo talento gli consente di scoprire in ogni forma di paesaggio o di persona, il segno, la memoria, il mistero dell’incarnazione. Dosa la materia a pennellata sicura, calma, piena, senza pentimenti. Riesce a dare forza drammatica assai singolare ad ogni soggetto. Delizioso nei disegni è fuori di ogni scuola; rifiuta le mode, ignora le caste crudeli cui oggi viene immolata tante arte autentica. Fuori del tempo, è anche fuori d’ogni sterile polemica. L’equilibrio tra fantasia e notazione della realtà è sempre vivo e consapevole nelle sue tele”.

“La sua ricca capacità ricettiva, la lucida coscienza dei valori artistici anche nel bianco e nero, derivatagli dall’appassionata consuetudine con i classici ammirati e studiati nei musei romani –dice Antonio Oberti nel catalogo “Arte Italiana per il mondo” – sono quelle che gli hanno permesso di aggiungere un lirismo descrittivo e una freschezza di notazioni, un flusso di pensieri, di sentimenti e di emozioni che sono parte viva del suo linguaggio grafico. Nella pittura di paesaggio, Padre Andrea raggiunge spesso il lirismo cromatico che lo avvicina ai grandi maestri. Ritroviamo nelle sue pennellate, l’importanza di essere con noi e in mezzo a noi, di lodare, con le sue disposizioni a ideali umani, il grande e meraviglioso ideale divino”.

I quadri di Padre Andrea, specialmente quelli che ritraggono i paesaggi di Tarquinia, con l’aria immobile e bruna che li governa e con i millenni del mistero estrusco, piacquero molto ai poeti Vincenzo Cardarelli e Alfonso Gatto che, proprio qualche giorno prima di morire, lo aveva incoraggiato a continuare definendolo, in un suo scritto, “un artista di razza”.

Il campo dove Padre Andrea ha toccato i vertici più alti nella creazione artistica è sicuramente la scultura. Le sue opere che fanno dire a G. Villon essere il Nostro forse l’artista più completo che vanti attualmente la Chiesa, sono sparse in tutto il mondo (Stati Uniti, Danimarca, Irlanda, Francia, Germania, Svizzera, Polonia, Olanda, Israele, Giappone, Australia).

“In esse– scrisse il poeta salernitano Alfonso Gatto –Padre Martini cerca di rinnovare dal di dentro, per forza della propria vocazione religiosa, oltre che dal proprio gusto e dalla propria fantasia, tutte le convenzioni ormai inveterate dell’iconografia sacra“.

Arte nuova, quindi, quella di Padre Andrea.

“In ogni figura– chiarisce A. Oberti –il particolare viene filtrato attraverso una tale squisitezza di armonici tocchi che, senza dissolvere la concreta forma del reale, la sublima nel perfetto equilibrio delle tensioni dinamiche e dei ritmi atmosferici in valori spaziali”.

Davanti alle opere di Padre Andrea, siano esse piccoli bronzi, figurette modellate per la Via Crucis, figurette sportive, animali, uccelli da preda, ritratti o grandi figure di ispirazione religiosa, si resta attoniti. Quasi per incanto si avviano nell’animo strani moti; si risvegliano ideali sopiti, arcani. L’espressione dei volti, gli atteggiamenti, le posizioni spaziali, gli slanci, ora possenti ora delicati, provocano sensazioni indescrivibili. È come se quel bronzo vivesse e, dalla sua fredda natura, emanasse un caldo soffio di vita che tende a inondarti di mistico ardore e a trascinarti in un mondo così semplice, così umano, così dolce, così divino.

“Nell’opera di Padre Andrea– afferma Mario Rivosecchi –si valorizza, senza seguire mai il troppo teorizzare e suggerire della critica d’oggi, la religiosità che palpita nel profondo di ognuno di noi, fra tanto automatismo antiumano”.

Così il Sant’Antonio, un’opera stupenda, è diverso da tutti gli altri: “Non ha il solito viso sorridente– annota Ugo Franzolin –magari con i pomelli rossi, e il bambino non ha gli occhietti birichini dei bambini che si divertono a stare in braccio ai grandi. Il Santo ha nel volto una sua espressione dolce ma accorata, dolorosa direi, come se gli errori degli uomini gli pesassero tremendamente nel cuore, come se sapesse che è impossibile salvarli. Gesù lo abbraccia con gesto trepido, come se in Antonio cercasse un amico capace di mitigare l’immensa pena del suo cuore, come se con quel suo amico gli sembrasse possibile ancora tentare il riscatto dei suoi figli”.

Tutte le grandi opere (la Vergine, il Santo d’Assisi, gli Angeli, la Resurrezione, la Deposizione, il Cristo e altre) pur ricalcando temi tanto soliti, sono tanto diverse nella scultura di Padre Andrea.

La statua del Magnificat, ad esempio, nella cappella delle suore di Cristo Re a Roma, è realizzata come fiammella trepidante protesa verso il Cielo. In essa compostezza e armonia si fondono sprigionando quel palpito di amore purissimo che, unico al mondo, fu prescelto per fare da ponte tra il Cielo e la terra, tra lo spirito e la carne. Le braccia, appena immaginate, incrociate sul seno, il collo, il volto, la bocca, gli occhi, il mento, segnano la naturale modestia e, nello stesso tempo, la ferma consapevolezza del mistero divino e la disponibilità ad assecondare la volontà dell’Eterno.

Molto spesso l’architettura è oggetto di interesse da parte di Padre Andrea specialmente quando, seguendo la destinazione delle sue opere, è chiamato a creare l’ambiente più adatto ad accoglierle. I suoi interventi, per lo più limitati a Chiese, cappelle e simili, sono orientati, generalmente, a restituire ordine e armonia ai luoghi consunti dall’uomo non meno che dal tempo. La sua mano esperta si adopera con estrema facilità a stabilire un’atmosfera di francescana semplicità, di purezza sacra, riuscendo a fondere naturalmente modernità e senso del sacro.

A differenza di tanti restauratori, troppo spesso anacronistici imbalsamatori di schemi o dissacratori di antichi templi, P. Andrea rettifica, corregge, modifica se necessario, gli ambienti senza mai cambiarne la funzione a cui gli uomini li hanno destinati.

[1] Vedi: Salvatore Salvatore: “Padre Andrea Martini: pittore, scultore, architetto”.In Vicum n. 2/1983.

[2] Enrico D’Assia (*Roma 1927 – †Francoforte sul Meno 1999), secondogenito del principe Filippo e della principessa Mafalda di Savoia, fu pittore, scenografo e costumista di notevole levatura artistica.

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