I racconti del “Dottore”: Il massacro di Don Giuseppe

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Palazzo del Comune di Castel Baronia, 24 marzo 1860, verso le 20:00, ufficio del sindaco avv. don Giuseppe Errico.

Una piccola rappresentanza dell’alta borghesia castellese si era riunita nella sala del primo cittadino, il quale, però, per l’occasione, aveva delegato il proprio vice, Raffaele Prisco, alle funzioni di sindaco, perché ricevesse la sua promessa di matrimonio con donna Filomena Piccarini.

Oltre ai genitori degli sposi, erano presenti don Eduardo Raimondi, don Pietro Grimaldi, don Antonio Zujo, tutti proprietari e benestanti e Virgilio Rosiello, il custode.

Non vi erano molti invitati perché era un matrimonio riparatore. Donna Filomena Piccarini, all’anagrafe Filomena Maria Teresa Paolina, era in evidente stato interessante; il parto era previsto agli inizi di maggio, bisognava fare in fretta e con il minor clamore possibile.

Le famiglie Errico e Piccarini, erano le più in vista del paese, don Giuseppe, sindaco dal 1859, temeva che uno scandalo avrebbe potuto compromettere la sua rielezione, per questo donna Filomena rimase segregata in casa Piccarini fin da quando la pancia incominciò a crescere.

Il parroco di Sant’Euplio era stato avvertito: subito dopo la promessa la piccola comitiva, alla spicciolata sarebbe andata in chiesa per la celebrazione religiosa del rito nuziale. Tutto era stato preparato con cura, la piazza e le strade erano sgombre, le finestre serrate e le luci fioche o spente perché fu fatta circolare ad arte la voce che in serata il paese sarebbe stato oggetto del passaggio di una banda di briganti, poi il tempo avrebbe messo a tacere le malelingue.

Don Giuseppe Errico, all’anagrafe Giuseppe Alfonso Vincenzo, era presentato dai genitori: don Michelangelo e donna Federiga Tedeschi; per donna Filomena acconsentivano al matrimonio i genitori: don Lodovico e donna Maria Amalia Capobianco.

I documenti erano già stati approntati, il rito velocizzato, data l’ora tarda, e dopo circa mezzora, la comitiva, lasciato il municipio entrò nella chiesa di Sant’Euplio, a pochi passi dalla sede municipale, dove il parroco, alla presenza dei testimoni Domenico Di Stefano e Antonio Prisco, congiunse Giuseppe e Filomena in matrimonio.

Non vi fu rinfresco, non vi fu festa. Dopo il rito i coniugi si ritirarono nella casa di abitazione dello sposo in piazza delle Taverne, poco distante dalla chiesa e dal municipio e gli invitati vennero ringraziati e congedati. Il freddo pungente della notte attutì ogni rumore e spense quella lunga giornata di vergogna celata. Lodovico Piccarini entrò nel pesante portone di casa visibilmente imbronciato e deluso. Diede la colpa alla moglie per non essere stata vigile sulla illibatezza e onorabilità della figlia, la quale, con la sua condotta aveva leso la secolare reputazione della famiglia. Egli sognava un matrimonio per la figlia degno di una regina, avrebbe invitato tutto il paese e i notabili della provincia, invece tutto si era risolto in una fredda e buia serata d’inverno. Ma, di una cosa era sicuro, quello sgarro sarebbe costato caro a sua figlia e a suo genero, i rapporti tra di loro sarebbero cessati con il sordo rumore della chiusura del portone alle sue spalle. Donna Maria Amalia, che era riuscita a celare per tutto il tempo dentro di sé lo sconforto, dopo aver a lungo abbracciata la figlia la lasciò andare, e, quando la vide sparire oltre il portone di casa Errico, corse verso l’androne del suo palazzo, chiuse dietro di sé il portone, e scoppiò in lacrime.

Nel pomeriggio del 3 maggio, donna Filomena ebbe le doglie, venne avvertita la levatrice e, verso le ventidue, un vagito ruppe la monotonia di casa Errico e riempì di felicità il cuore di don Giuseppe: era nata Maria Grazia, la sua primogenita, a cui diede il nome in onore della Madonna. La piccola venne battezzata dal parroco di S. Maria delle Fratte il cinque maggio.

Il ménage familiare scorreva tranquillo. Il lavoro di avvocato di don Giuseppe rendeva abbastanza da poter vivere dignitosamente, anche se la riconferma come sindaco non arrivò, non gli fu perdonato lo scandalo.

La casa si riempì di bambini: il 28 dicembre 1861 nacque Michelangelo; il 31 gennaio 1865 arrivò Amalio; nel luglio 1867 nacque Federiga e nel gennaio 1869 Maria.

Poi improvvisamente tutto cambiò, le entrate diminuirono, don Giuseppe per riprendersi economicamente commise qualche errore in movimenti finanziari e i creditori premettero e pretesero i pagamenti. L’uomo perfettamente in grado di gestire ogni situazione, di essere stato per due anni al timone di un comune, con tutte le responsabilità che l’impegno comportava, che si era dimostrato un buon padre di famiglia, accorto e benevolo con i suoi figli e con l’adorata moglie, diventò fragile e qualcuno riferì di avergli sentito profferire proponimenti suicidi.

La sua natura, la sua educazione, il suo status gli provenivano da una famiglia benestante, rispettata e temuta nel paese, non avvezza agli scandali né alle sottomissioni di alcun genere, e tale era anche la famiglia della moglie, che vantava tra i suoi componenti, valenti avvocati, notai e medici, da sempre politicamente ben inserita e per molto tempo a capo dell’amministrazione comunale.

Donna Filomena aspettava il sesto figlio, lo avevano appena scoperto, don Giuseppe ne fu felice ma, nel contempo, preoccupato, come avrebbe fatto a dare un futuro ai suoi figli? Come avrebbe potuto portare avanti il buon nome del connubio Errico-Piccarini? Dubbi, incertezze, sgomento pian piano minarono la sua mente, ma egli non lo diede a vedere, da solo combatté strenuamente in silenzio con i sui problemi economici, non confidandosi neppure con gli amici più intimi. Questo malessere, chiamato lipemania, è una forma subdola di disagio che si insinua nel cervello senza darlo a vedere, se non manifestato da una velata malinconia che si stampa sulla nostra espressione e che man mano ci allontana dagli altri esseri umani, ci isola dal mondo esterno e ci corrode l’anima.

A metà giugno 1870 arrivò una cartella esattoriale da pagare. La somma era alta, ma don Giuseppe era deciso a onorare la scadenza, nessuno doveva sapere il suo stato patrimoniale. Aveva solo un problema, il denaro occorrente, e posseduto, per pagare il dazio era in bronzo, cioè in spiccioli, metallo non nobile e, nella quantità occorrente, anche ingombrante. Non avrebbe fatto una bella figura nell’andare dall’esattore con tutta quella moneta spicciola, allora chiese ai suoi amici, di cambiargli quel denaro in moneta cartacea o in argento. Chiese in giro, bussò a ogni porta che credeva amica, ma nessuno poté, o volle, fargli quel favore. Avrebbe potuto chiedere al suocero, ma i rapporti non erano buoni, specie dopo la morte della moglie avvenuta due anni prima, preceduta da una lunga malattia.

Tornò a casa triste e rancoroso verso tutto e tutti. In cuor suo prese quei gesti come offesa, come dispetto, lagnandosi di non avere più amici né parenti.

Ma la depressione ha due facce, a volte mostra quella malinconica e ferita, altre quella sorridente e felice e così, il 25 giugno del ‘70, di buon mattino, don Giuseppe chiamò la giovanissima domestica, tale Marianna Cipriano, perché preparasse i bambini per una scampagnata, radunò la sua famiglia e la portò nei suoi poderi ove trascorse la giornata in serenità e allegria, dedicandosi ai giochi con i suoi figli e alle cure amorevoli verso donna Filomena, ormai al quinto mese di gravidanza. Sul far della sera, felici e stanchi, tornarono a casa per la cena e poi subito letto. Quando tutti furono addormentati ordinò alla serva di chiudersi in camera sua e di non uscire per nessun motivo, poi, con cura serrò porte e finestre e chiuse i buchi della serratura e le fenditure degli stipiti con carta e stracci per attutire ogni rumore. Si recò in camera da letto, ove la moglie l’attendeva, si spogliò, restando con addosso solo la camicia, poi con una scusa uscì dalla camera, la moglie, sicura di un suo presto ritorno, si addormentò.

Don Giuseppe riprese la faccia melanconica e si accasciò in salotto su di una poltrona. Aveva una pistola in mano, la girava e rigirava tra le mani, la soppesava, l’accarezzava, ne sentiva il freddo del metallo quando l’appoggiava sul viso mentre la pazzia prendeva pian piano possesso delle sue azioni.

La caricò, sei colpi, e restò immobile, mezzo nudo sulla poltrona, mentre la sua famiglia consumava il sonno dei giusti. Verso le ore 04:30 del mattino, folle nell’espressione, si alzò dalla poltrona e puntò la pistola alla sua tempia, la sua immagine era riflessa nello specchio della consolle del soggiorno, si guardò e indugiò, chissà quali pensieri s’ingarbugliarono nel suo intimo. Si riaccasciò sulla poltrona svuotato delle forze, come un burattino a cui hanno tagliato i fili che lo sorreggono. Dopo un po’ si rialzò di scatto, entrò deciso in camera da letto e sparò un colpo in testa a sua moglie, poi rivolse l’arma nel letto di fianco al suo ove dormivano le tre sorelline, e, giratele nel sonno a faccia in giù per non guardarle in viso, sparò un colpo alla schiena ad ognuna. Entrò nella stanza attigua dove dormivano i suoi due maschi e freddò il più grande, Michelangelo, sempre con un colpo alla schiena. Poi fu il turno di Amalio, il suo figlio prediletto, la mano gli tremò, sbagliò il colpo che lo ferì soltanto. Il bambino, di sei anni, non capì cosa gli stesse succedendo e chiamò a gran voce il padre affinché lo coprisse con le coperte poiché “aveva tanto male alla schiena” e allora il padre ricaricò la pistola ed esplose il colpo che lo uccise. Esplose alcuni colpi verso il suo cappello, forse per capire l’efficacia dei proiettili e per non commettere più errori, poi ritornò nella camera da letto ove giacevano i cadaveri della moglie e delle sue tre figlie, si adagiò sul letto vicino alla moglie, le accarezzò dolcemente il viso e i capelli pieni di sangue e si sparò l’ultimo colpo alla tempia. Aveva 37 anni. Venne trovato ancora con la pistola appoggiata alla testa.

L’autopsia eseguita dai dottori Nicola Cataldi di Castel Baronia e Nicola Orlandella di San Sossio Baronia confermarono la gravidanza al quinto mese di Filomena con la presenza di un feto di sesso maschile. Filomena e i sui cinque figlioli furono sepolti nella chiesa di Santo Spirito, Giuseppe Errico, pluriomicida-suicida, fuori le mura del cimitero.

Sette anni dopo, Lodovico Piccarini, padre di Filomena, chiese e ottenne il permesso di porre una lapide in marmo sul pavimento della navata di detta chiesa a ricordo di tale eccidio ove fece incidere: Filomena Piccarini di anni 35, e i di lei cinque innocenti figlioli di cui Giuseppe Errico, immemore del coniugale e paterno amore, dopo undici anni di matrimonio, nella notte del 25 giugno 1870, da inumana face crudel massacrò. Qui raccolti giacciono, della diletta figlia ed amati nipoti la sorte deplorando. Inconsolabile genitore Lodovico Piccarini uccisor perdona ed agli uccisi pace impetrando. Non senza lacrime questa memoria pose. 1877

 

 

]In copertina elaborazione grafica di pura fantasia – non rispondente al personaggio originale della storia]

 

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