Quasi mi viene di ringraziare un mio amico per quell’espressione che usa di solito per “catalogare” chi lo prende in giro o, talvolta, non la pensa come lui: sei proprio un mongoloide.
L’ho ascoltato di nuovo questa mattina davanti al bar, nella piccola ma graziosa piazza del mio paese, con un velo di tristezza negli occhi, pervaso da una grande malinconia.
Dopo due ore di decompressione, però, ho trovato subito la lucidità per tornare sull’argomento. Non perché io abbia piacere ad accusare qualcuno ma semplicemente perché trovo utile toccare il fondo del barile dell’ignoranza e dei preconcetti e, in questo modo, chiarire le fondamenta della questione con chi, solitamente, ignora, compatisce o invoca la buona fede. E poi, ammettiamolo, finché ce la raccontiamo tra noi, la vita delle persone con Sindrome di Down e delle loro famiglie non cambierà mai.
Tra qualche settimana è la Giornata Mondiale delle persone con Sindrome di Down e, come sempre, anche quest’anno non ci farà caso nessuno se non i diretti interessati e qualche collega giornalista in cerca di like. Loro, la stragrande maggioranza delle persone che ci circondano, invece, continueranno a gridare a squarcia gola “mongoloide” o “handicappato” con la consapevolezza che tanto non succede nulla. Proprio così. Provate ad usare in strada termini come “negro” o “frocio” per offendere qualcuno. Si scatenerà in un attimo il putiferio sulla rete e la stampa vi si scaglierà addosso. Ma se dite “mongoloide” o qualche altra parola della disabilità per offendere qualcuno, i più rideranno e non accadrà più nulla.
Non è un’esagerazione.
Non è soltanto una questione linguistica, è sostanza. Non è la reazione di un familiare provato dal dolore e dalla pena, è una vergogna.
Le parole sono importanti. Le parole mostrano la cultura, il grado di civiltà, il modo di pensare, il livello di attenzione verso i più deboli. Cambiamo il linguaggio e cambieremo il mondo convinti, come siamo, che l’interesse da perseguire non è ovviamente quello di penalizzare i “superdotati”, ma quello di sostenere gli svantaggiati. Questo significa ripartire dalla centralità della persona umana, rivalutando la disabilità “non tanto come una mancanza quanto come una dimensione della diversità umana”, nella consapevolezza che il cuore del problema non sta nella condizione della disabilità in quanto tale, ma nei contesti sociali e culturali in cui essa emerge.
È una questione di cultura. È mentalità che si radica. Ma è anche rispetto: un patrimonio, a quanto pare, in via di estinzione che neanche il WWF riuscirà a salvare se noi tutti non facciamo qualcosa. O sbaglio?







