POETRY THERAPY: LA POESIA CHE CURA

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La poesia ha questo compito sublime di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare.

La poesia è una catarsi del dolore. Quando tutto, ove siamo, è buio ed ogni cosa duole e l’anima penosamente sfiorisce, allora veramente ci sembra che ci sia donato da Dio chi sa sciogliere in canto il nodo delle lacrime e sa dire quello che a noi grida, imprigionato nel cuore. (Antonia Pozzi) 

La poesia come auto-cura, come strumento che porge lenimento alle pene degli infelici, ma anche letizia agli animi inquieti. In quest’ottica, la scrittura quotidiana sembra frantumare le sofferenze, triturare le pietre rigidamente incasellate nella memoria. Perché? Innanzitutto perché selezionare le parole che più rappresentano uno stato d’animo è già di per sé un inizio di analisi introspettiva; inoltre, saggiare la sincerità di ciò che si pensa vuol dire rivelare senza reticenze, snocciolare tutta la verità del proprio spirito, intrappolata nei meandri della mente. La poesia è innegabilmente esercizio di metacognizione, che è il pensiero sul pensiero in quanto permette di approfondire le nostre riflessioni e di monitorarle entro i margini di uno spazio che non prevede ingerenze esterne, uno spazio che è personale. Al pari della musica, del dramma, dell’arte, la poesia è una via sana per incontrare quelle emozioni che percepiamo complesse, difficili da elaborare.  Si tratta di un processo che non solo ci consente di estrarre quei dardi che hanno causato ferite, ma ci aiuta nel tragitto verso la guarigione dai tagli che credevamo cronici ed insanabili. Si  parla poco di Poesia Terapia, eppure, sono indubbie le sue inclinazioni positive rispetto ai risultati raggiunti in termini di interazione qualitativa con le storie di ognuno e di ciascuno; indubbia è la sua storia, con annessi studi scientifici che le fanno da garante di autenticità. Basti pensare che era il 1969 quando, negli Stati Uniti, venne fondata la APT, Association for Poetry Therapy, ente che mirava a disciplinare l’utilizzo della poesia e della lettura in generale negli ambiti educativi e di cura. Dunque poesia terapia come metodo ben strutturato e codificato.  

La poesia ha anzitutto una dimensione sociale perché consente ad ognuno di sentirsi parte integrante del contesto comunitario, di immergersi nel fiume delle storie di tanti, sollecitando un processo estremamente empatico che va oltre l’agire individuale di chi scrive. Non si tratta di una mera necessità di raccontarsi agli altri. La poesia, si ripensa come medicinale senza controindicazioni in grado di stimolare significative riflessioni sul piano etico, sociale, educativo. Uno strumento terapeutico e, a tratti salvifico sia per chi si approccia alla scrittura per cercare di esorcizzare un dolore, un evento traumatico, o anche solo per familiarizzare con i tratti della propria personalità, sia per chi legge i versi e, in essi, si immedesima, perché si riconosce nella spiegazione sensibile ed autentica delle emozioni e delle esperienze. E’ evidente che nel cerchio stretto di tutta la questione poetica si rinvengono infinite sfumature di opinioni. Ma ciò che va sottolineato è che la poesia è un bene sostanzialmente collettivo, non individuale. Il fatto che una malattia piuttosto che un sentimento o una vicenda di altro tipo diventino oggetto di versificazione, fa sì parte di un intimo lavoro della coscienza ma, nel momento in cui si sceglie di condividere il proprio “prodotto” e quindi di renderlo fruibile, esso si trasforma in uno spontaneo fenomeno socio-collettivo. Tutti giungono a specchiarsi nei versi perché tra il chiarore del giorno e l’intricato percorso del dolore vi è la vita brulicante di sentori e di sogni. Così, la poesia terapia si presta a dispositivo essenziale, indispensabile nella costruzione di una conversazione che non è ricorso ad astrazioni ed ornamenti bensì comprensione onesta di vissuti che non possono essere trattati solo in maniera logica e razionale. Da qui origina quell’esperienza catartica che richiede centratura nel desiderare di mettere ordine ai quesiti dell’anima. Esprimersi vuol dire anche abbattere il muro della solitudine; ristrutturare le tante tribolazioni abbracciando l’urgenza di dire ciò che si sente in un tempo che risulta non accogliente; reagire ad un pianto che può essere paralizzante semplicemente lavorando sulle parole e con le parole. 

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