Ognuno di noi ha un 11 Settembre, ma di quel giorno vi racconto due storie…

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Quando i miei polpastrelli toccarono…il freddo marmo e poi risalirono sul profilo delle lettere, una sensazione di svuotamento mi strattonò dalla gola in giù. Ero a New York, a Ground Zero, al memoriale delle Torri Gemelle, precisamente il “National September 11 Memorial & Museum Foundation” e, in pochi attimi, rividi ogni secondo di quella “drammatica e mediatica” mattina di devastazione. Era tutta in quella rosa con la corolla immacolata, ma gonfia, rivolta al cielo carico di nuvole, ma senza lacrime. Sicuramente ne aveva perse troppe in questi lunghi anni di dolore…

Quel “maledetto giorno” aveva reso concreta “la follia del terrore” e resa “insanabile” la frattura nella percezione della sicurezza, che molte persone davano per scontata. L’attacco terroristico dimostrò quanto questa fosse vulnerabile, denunandola completamente. E tutti coloro, me compresa, che avevano assistito all’attacco in diretta televisiva, o ne avevano vissuto le conseguenze in prima persona o in maniera indiretta per le vittime che causò…sperimentarono un’asfissiante e oppressivo senso d’impotenza. 

Lo smarrimento riuscì ad amplificarsi fino a esplodere in miliardi di frammenti paurosi che si conficcarono in ogni parte del mondo e della nostra quotidianità. Improvvisamente fummo catapultati in un film: “Ognuno di noi si ricorda quel giorno. Cosa faceva, dove si trovava, come ha saputo della tragedia. Al Qaeda ha creato una sceneggiatura imbattibile”. Poi, da quel momento, tante cose sono cambiate, irreversibilmente, e questo evento lo abbiamo “mutuato” anche nel nostro piccolo modo privato, come modo di dire ma, ancor prima, di sentire… 

In ognuno di noi esiste un “11 settembre” che, pur non avendo nulla a che fare con quel mattino del 2001, è stato un “trauma” tale da segnare la nostra esistenza e cambiarci per sempre. Pensiamo, ad esempio, alla perdita di una persona cara, alla fine di una relazione significativa, ad una malattia improvvisa, ad un fallimento personale o professionale, e non solo. Pensiamo a tutti quegli eventi che hanno segnato una “crepa insanabile, una frattura” nella nostra “normalità” o “regolare continuità” esistenziale materializzando una drammatica dissonanza tra ciò che era prima e ciò che viene dopo.Riuscite a dirmi qual è stato il vostro?

Accanto a questa domanda, però, vorrei ricordare, tra le tante,due vittime, due vite, due storie vere, viste da diverse prospettive ma “sincronicamente” uguali perchè legate dal filo “nero” della morte che li ha colti “di sorpresa” esattamente lì, nelle Torri Gemelle.Lo faccio a modo mio, con due monologhi che provano a dire…o semplicemente a raccontare quel giorno.

  • I love N.Y. un saluto dalla citta…

Posso quasi vederlo girare, il mondo, stamattina. Parole, passi, domande, risposte, occhi, sguardi, sorrisi, pensieri, idee, frastuono. La gente gli cammina addosso e lui continua a girare, senza accennare la minima stasi. Il tempo e la sua frenesia che coppia adrenalinica. Siamo a N.Y. e neanche un secondo va sprecato. Anch’io sono tra la folla, è una mattina di settembre. Cammino senza dare troppa importanza a chi mi sta accanto. Penso al lavoro che mi aspetta. Quello mi basta a diventare cieca davanti alla moltitudine di persone che mi gravitano intorno. Non capivo o non potevo sapere cosa mi avrebbe fermata. L’aria era densa di tranquillità. Una mattina come tante. Un cielo stranamente terso, quasi una colata di azzurro liquido su Manhattan. Le torri sembravano più accecanti del solito. I reticoli d’acciaio erano lo specchio del sole. Tutto continuava a correre, veloce come sempre. Sembrava uguale al giorno prima, eppure sarebbe stato diverso da ogni giorno a venire. Ferma davanti al semaforo rosso solo qualche secondo. Dall’edicola posta di lato, una cartolina sbilenca mi invita a posare lo sguardo sulla scritta: I love NY. Nessun passante si era mai fermato a comprarla. Troppo banale. Me lo sono detta anche io. Da quando mi ero trasferita ai nuovi uffici delle torri non avevo mandato neanche una cartolina ai miei. “Lo farò domani”. Il semaforo verde riapre la corsa. Undici passi veloci e lunghi. Quasi una premonizione. Entro nella prima torre, sono dentro l’ascensore. “Ultimo piano, grazie!”. Non guardo neanche chi pigia il bottone. Ho fretta. Mentre salgo il cuore non si arresta nella sua corsa, continua a battere incessante. Pulsa e pompa sangue, vita che abbraccia il corpo che resta in movimento, mentre il mondo che mi gravitava intorno era pronto, quasi genuflesso, a prendere il destino di tremila anime nelle mani. Ecco il mio ufficio, quello davanti alla finestra. “Se mi metto subito al lavoro riuscirò a finire per le sei.” Guardo l’orologio, non riesco a vedere l’ora. Un boato. Una pioggia di vetri caldi mi tramortisce. Buio. Riapro gli occhi e divento prigioniera dell’inferno. La guancia sinistra schiacciata sul pavimento bollente. La scrivania preme sulla schiena. Con la coda dell’occhio riesco a vedere un uomo, dalla finestra sventrata, che agita un fazzoletto. E’ sulla torre opposta. Chiede aiuto, perché? Sono io a dover essere salvata. Lui che c’entra? La mia illusione si è incenerita in un secondo, neanche il tempo di prendere un sorso di vita e caffè nero. Un balzo e si lascia cadere nel vuoto. Ho paura di cercare una risposta. Implacabilmente, il terrore e la follia hanno vinto il movimento del mondo. L’undici settembre tutto si è fermato. Arrestato. Uno scontro frontale senza via di scampo. Le bocche piene di panico. Neri e bianchi indistinguibili, ricoperti di polvere, corrono in tutte le direzioni possibili. N. Y. brucia nel fuoco dell’odio. Il mondo è immobile, attonito davanti ai falchi della morte. Sento un tepore misto a freddo intenso. La morte mi guarda con sospetto, sa che non voglio lasciarmi andare. Prima di prendere sonno ho da scrivere una cartolina. Devo spedirla ai miei genitori. Tu che leggi, scrivila per me. Prendi dal mio spirito le parole, aiutami perché neanche ora riuscirò a pronunciarle. La paura mi cava la lingua. Muta. Un freddo attanagliante mi asfissia. Accanto a me c’è il mio capo. Ha una scheggia conficcata nel cranio. Perde sangue, non si muove. Che angoscia morire dopo di lui. E’ primo anche in questo. Sento il pavimento che sussulta. Una visione mi proietta nel destino che mi attende. Eccola, una maschera di rabbia. Cammina nel piano sventrato. Muove i banchi, le sedie, alza le scrivanie, sposta i vetri. Un cenno della sua mano e le urla si perdono in un’eco micidiale. È l’inizio della fine. Non mi aspettavo di morire oggi. I giganti di acciaio hanno deciso di collassare. Se non sono morta nello schianto, morirò sotto le macerie. Nessuno mi troverà. Neanche un brandello. Tutto si fonderà in un immenso cratere di fumo e fiamme. Da cosa mi riconoscerà mia madre? Neanche sapeva che lavoravo in questa tomba di cemento e acciaio. Se solo avessi inviato quella cartolina, di certo avrei scritto:I love N.Y! Un saluto dalla città in cui sono morta.

  • Ho scalato una montagna…

Lo sguardo di mia madre, fermo sull’uscio della stanza, lento divora l’agonia della mia assenza. Silenzio che si confonde in un lamento, stelle cariche di polvere e sofferenza. Stanotte, il ricordo di quel giorno, cade pesante sulle preghiere della sera. Aliti che si spingono a fatica lungo la strada lastricata di ceri. La paura, si, ancora l’ avverto nelle ossa, nella pelle senza briglie ancora divaga nella mia mente. Torpore che strappa le forze, calice amaro, assenzio misto a sangue. Ricordo. Ho scalato una montagna con passi veloci e sicuri rimuginando nella testa una melodia. La cantavo a scuola da bambino. Dopo l’allarme ero già in guerra io ed i miei compagni pompieri, tute lucide di devozione. Aliti che rassicurano e s’interrogano, coraggio che non si spegne, lealtà che non s’incrina in un varco buio, torce che accendono fughe multiformi. Ed io, continuavo a guardare in faccia la morte e deriderla mentre qualcuno sussurrava: “Se chiudi gli occhi anche per un solo istante sei perduto per sempre”. Si, quello era il mio mondo, brulicante di rabbia e dolore, quella era la mia storia che si sgretolava, come calce polverosa, sulla mia testa. La fine di un sogno che si inabissa e sparisce: America, chi ha fatto scempio dei tuoi figli? Così, quando ho colpito con la scure una porta chiusa, ho liberato terrore e spavento, odore di morte e fumi accecanti. No, non ho pensato a mia madre, alle sue supplicanti preghiere, ai suoi sussulti nervosi, al suo grembo sicuro. No, non ho pensato a mio padre, ai suoi occhi cerulei così uguali al cielo di Manhattan. Ho solo visto migliaia di persone accecate dal fumo, schiave di occhi in supplizio. Focolai di pelle bruciata, maschere sfigurate dal dolore. Memoria che si ferma,  all’orizzonte un tetro bagliore, poi un secondo uragano di pazzia, devastante. Vili belve lebbrose, quanta follia stanate? Di quanto sangue e urla, tristezza e angoscia, sofferenze atroci avidamente vi cibate? Ovunque si perdono sospiri, pianti, lamenti. Migliaia di anime sconosciute, condannate a morire insieme si stringono per mano, trasmettendosi una febbre pallida di sconforto. E la mia mente si è gettata su per le scale ripercorrendo a grandi balzi una via oscura, avvertendo ad ogni passo il respiro di qualcuno che volava nel vuoto. Poi un ragazzo, accovacciato sotto una scrivania, mi ha chiamato per nome: “Fratello, ti prego aiutami!”e l’ho abbracciato. Tremava e l’ho aiutato ad alzarsi. Dal suo corpo ho ricevuto una strana sensazione: stava morendo, perdeva vita, sangue e speranza, come le sue lacrime nere. Ombre infiammate di tormento che carezzano un viso tumefatto. “Fa così caldo”  ed il suo corpo è diventato un brandello, cera che si liquefa, azzannata da mille fauci bollenti. Il suo sguardo incredulo non mi ha più lasciato. “Figlio mio ti prego strappati di dosso quella divisa e corri fuori“. No mamma, non temere, non ho avuto paura quando la morte mi ha divorato accanto a lui.

[La mattina dell’11 settembre 2001, 19 affiliati all’organizzazione terroristica di matrice islamica Al-Qāeda, dirottarono quattro voli civili commerciali. I dirottatori fecero intenzionalmente schiantare due degli aerei sulle torri 1 e 2 del Worl Trade Center di New York, causando poco dopo il collasso di entrambi i grattacieli. Nell’attacco alle torri gemelle morirono 2.752 persone, tra queste c’erano 60 poliziotti e 343 vigili del fuoco].

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