Gabriele Ettore Lucido: nome e cognome di un destino…

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Se volessi, semplicemente, partire dal nome che portava,Gabriele, dovrei affondare le radici nella tradizione biblica e sezionarne il significato derivativo ebraico: “Gavri’el” – composto da “Gever” (forza o uomo forte) e “El” (Dio), traducibile quindi come “Forza di Dio” o “Uomo di Dio”.

Dirò quindi che già dalla nascita aveva sulle spalle una pesante responsabilità: portare sulla carta di identità il nome di uno dei più importanti arcangeli della tradizione. Nella Bibbia, Gabriele appare come un messaggero divino in diversi momenti chiave, soprattutto nell’annunciazione di eventi salvifici. È l’arcangelo che annuncia a Zaccaria la nascita di Giovanni Battista e alla Vergine Maria l’incarnazione di Gesù Cristo. Considerato il portavoce di Dio, inviato per trasmettere messaggi cruciali, rivelazioni della volontà di Dio.

Ricondotto alla carne e all’umana esistenza, rappresentava simbolicamente un legame potente con la dimensione divina, indicando una persona destinata a portare messaggi di forza, di speranza e di redenzione questo perché il suo “nunzio” non è mai legato alla distruzione o alla punizione, ma alla rivelazione di un progetto di salvezza che l’Altissimo ha per l’umanità. E per Gabriele portare quel nomen (dalla radice indoeuropea gnō- o gnōmen, che significa “conoscere” o “ciò che è noto”) lo ha sempre reso “conoscibile o riconoscibile”, oltre ad essere, da sempre, legato, simbolicamente, al concetto di “messaggero del bene”.

Si tratta del “riconoscimento” di chi è chiamato a portare la luce dove regna l’ombra dell’incertezza, a rappresentare una connessione diretta tra il cielo e la terra, dove il legame è sfibrato, rotto, tagliato, come fece l’arcangelo annunciando la nascita del Salvatore.

Gabriele ha manifestato quel tesoro di energia non solo attraverso il significato insito in quel “simbolo di riconoscibilità sociale, d’identità” ma anche nella sua vita. Come l’arcangelo, ma senza avere le ali, con le nude mani, attraverso la sua opera di volontariato, ha portato sollievo e speranza a chi ne aveva più bisogno, incarnando la “forza di Dio” con la sua presenza e il suo impegno per gli altri.

Se poi lego al nome il cognome, come se fosse un “ulteriore” segno distintivo, non si fa fatica a dire che rifletteva perfettamente ciò che era:“Lucido”nella mente, e con quegli occhi che sembravano parlare la lingua delle querce, testimoni di radici profonde, di calore e introspezione. Una saggezza ancestrale in connessione con la terra, con la “volontà attiva (il volontariato) nella possenza dei rami” tale da evocare crescita e supporto, impegno per il bene comune.

Gabriele non era solo il Governatore Regionale della Confraternita della Misericordia, ma era un esempio vivente di ciò che la parola stessa (Misericordia) vuol dire: compassione, aiuto disinteressato, amore verso il prossimo. La sua vita era un “vangelo in azione”: speranza per i disperati, guida per chi cercava la strada [etimologicamente misericordia è composta da “miserere” (avere pietà) e “cor” (cuore)].

La limpidezza del suo cuore ci riporta alle parole dell’evangelista Matteo: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio“. La sua vita ci ha insegnato che la purezza non è solo assenza di macchie, ma capacità di vedere il bene negli altri, di agire con integrità e amore verso chiunque incontrasse.

Gabriele era “Lucido” anche nei pensieri e nelle azioni, ogni sua decisione nel guidare la Misericordia, ogni gesto di solidarietà, veniva da una mente rivolta al bene comune, le parole che utilizzava erano sempre capaci di trasmettere “sicurezza” ed in lui si manifestava quella calma e forza interiore che nella preghiera semplice diventava sapienza di agire sempre nel solco del bene: “Dove è odio, fa’ che io porti l’amore; dove è offesa, fa’ che io porti il perdono; dove è dubbio, fa’ che io porti la fede.”

Ogni persona che lo ha conosciuto, che ha avuto l’opportunità di camminare con lui nel percorso del volontariato, sa quanto Gabriele fosse mosso dalla fede e dall’amore infinito per il prossimo. La sua vita era una preghiera vivente, un inno alla misericordia divina e umana, che si realizzava nel servizio quotidiano. Come diceva Gandhi: “La migliore via per trovarsi è quella di perdersi al servizio degli altri.”E Gabriele si è perduto, con grande generosità, nel dare tutto se stesso a chi ne aveva bisogno.

“Un po’ di misericordia– diceva Papa Francesco –cambia il mondo e lo rende meno freddo e più giusto” …e questo Gabriele ha fatto, sia quando indossava la divisa, sia quando indossava la consuetudine della sua vita, come uomo, marito, padre, fratello: ha reso il mondo meno freddo, accendendo nei cuori di chi incontrava la fiamma della speranza, lavorando, senza sosta, per rendere la nostra terra d’Irpinia un luogo più giusto, in cui nessuno venisse lasciato indietro.

Eppure così tanta “bellezza” è stata, troppo presto, trafitta da una “lancia” scagliata con estrema violenza e che, forse, si lega all’idea destinale del suo secondo nome:Ettore.

Dal greco antico Ἕκτωρ (Hektōr) – ossia “colui che regge” o “difensore” [ἔχω (échō), significa “tenere” o “avere” [con riferimento alla protezione e alla forza di mantenere salda una posizione] – suggerisce un’idea di forza, stabilità e protezione. Ettore, reso famoso grazie a uno dei grandi eroi del poema epico Iliade di Omero, il principe troiano, figlio di Priamo e di Ecuba, noto per coraggio, nobiltà d’animo e fedeltà alla famiglia, alla patria, era l’archetipo dell’eroe che difende il suo popolo fino al sacrificio. Contrapposto al suo rivale greco, Achille.

E così ieri, in questo strano gioco del tempo che fugge come su una biga trainata da cavalli inferociti, viene sconfitto proprio da Achille, dal destino, che lo ha colpito nel pieno della sua esistenza, con tutta la crudeltà e la veemenza di quell’antica battaglia nel “punto dove la clavicola divide il collo/ dalle spalle, la gola, il punto dove la morte è più rapida./ Là, mentre attaccava, lo colpì con la lancia il nobile Achille,/e la punta gli attraversò diritta il morbido collo,/ma l’asta pesante di bronzo non gli recise la gola,/così che poteva parlare e rispondere…”

Il colpo fatale inflittogli da quello lo ha portato non ad abbandonare la vita, immediatamente, ma a passare per altre tortuose vie, quelle della sofferenza. Percorsi accidentati e dolorosi che tuttavia purificano, così dicono, l’anima mortale per il finale viaggio verso l’altrove, per quella trasformazione e “resurrezione” che gli serve come ricompensa per la “vita eterna”.

Allora, la sua perdita, per l’ingiusta condanna “degli dei che lo chiamarono a morte” è un dolore che colpisce profondamente tutti, nessuno escluso.

Eppure, non so quanto possa essere di conforto a tutti i suoi cari – ai quali va il mio personale cordoglio insieme a tutta la redazione di questo giornale – il suo esempio continuerà a vivere attraverso il bene che ha seminato, alleviando sofferenze, mitigando problematiche, agendo per la risoluzione di drammi personali.

Anche per questo, la strada “completa di ogni esperienza” che ha percorso in vita lo sta portando diretto, senza più curve, nel regno dei cieli.

Riposi in pace.

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