L’Ostiamare si ribella e tutela la sua identità

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OSTIA – Doveva essere una risposta positiva e orgogliosa a una narrazione distorta, un’iniziativa creativa per promuovere il calcio e il territorio, invece si è trasformata in un caso che intreccia sport, comunicazione istituzionale e identità culturale. L’Ostiamare, squadra del litorale romano che milita in Serie D e da anni è punto di riferimento per il quartiere, ha annunciato il ritiro ufficiale della campagna pubblicitaria legata alla partita di domenica 19 ottobre contro il Fossombrone, dopo che il Municipio X ne aveva diffuso il concept in anticipo e senza autorizzazione, generando confusione e alimentando una polemica dai toni sempre più accesi.

La campagna, ideata internamente dallo staff comunicazione dell’Ostiamare, era stata pensata come risposta alternativa e costruttiva alla recente e discussa pubblicità di Netflix, che — sfruttando il ritorno mediatico della serie Suburra — aveva rilanciato un’immagine di Ostia legata a criminalità, degrado e corruzione. Uno stereotipo duro a morire, che molti abitanti del quartiere combattono ogni giorno, anche attraverso lo sport.

Proprio per questo, l’Ostiamare aveva creato una grafica promozionale che richiamava lo stile visivo di Suburra, ma lo ribaltava con ironia e spirito d’identità: al posto dei toni cupi e violenti della serie, la frase “Ostia è bella” campeggiava come incoraggiamento alla squadra e affermazione orgogliosa del territorio.

Un’idea forte, originale, che voleva accendere i riflettori su una comunità viva e appassionata, lontana anni luce dalla narrazione criminale a cui spesso è associata.

Il problema nasce quando il Municipio X di Roma Capitale, guidato dal presidente Mario Falconi, pubblica la campagna sui propri canali istituzionali senza accordo né coordinamento con il club, anticipando di giorni la pianificazione ufficiale prevista dall’Ostiamare. Una mossa che ha colto di sorpresa la società, la quale si è trovata con un messaggio delicato lanciato nel modo e nel contesto sbagliato, con il rischio di apparire come una provocazione.

“Il Municipio ha diffuso il concept in anticipo rispetto alla pianificazione programmata dal club, appropriandosi indebitamente di un’iniziativa non propria e generando confusione comunicativa”, si legge nella nota ufficiale dell’Ostiamare.

Quella che doveva essere una strategia di comunicazione creativa e coordinata è così diventata una campagna sfilacciata, senza contesto, e potenzialmente divisiva, finita presto al centro di interpretazioni errate e polemiche social.

La risposta dell’Ostiamare non si è fatta attendere. In un comunicato sobrio ma fermo, il club ha annunciato il ritiro dell’intera campagna, spiegando le ragioni della scelta:

“La campagna è stata ideata e prodotta dal club con l’obiettivo di promuovere la partita contro il Fossombrone e valorizzare al tempo stesso l’identità sportiva e territoriale di Ostia. La diffusione anticipata da parte del Municipio ha stravolto il messaggio originario e compromesso la strategia comunicativa.”

Una scelta presa “in un gesto di coerenza e rispetto verso il nostro pubblico e il nostro territorio”. Parole chiare, che suonano anche come un atto di responsabilità istituzionale e civile, da parte di una società sportiva che da anni si propone come modello di calcio inclusivo, locale e radicato nei valori della comunità.

Il caso solleva ancora una volta un tema centrale nel dibattito culturale romano: l’immagine di Ostia nei media. Troppo spesso raccontata come teatro di faide criminali o simbolo di degrado urbano, la realtà quotidiana di Ostia è ben diversa. È fatta di associazioni, famiglie, progetti sociali, cultura, sport.

E in questo contesto, l’Ostiamare gioca un ruolo cruciale. Il club, presieduto da Daniele De Rossi, ex capitano della Roma, ha sempre investito nel settore giovanile, nella promozione dello sport sul territorio, e in campagne a sostegno della legalità e dell’inclusione.

Ostia è bella” non è solo una frase pubblicitaria, ma una presa di posizione culturale. E il modo in cui è stata gestita — o mal gestita — dalla politica locale ha finito per svuotarla del suo significato originario, costringendo chi l’ha creata a fare un passo indietro.

Tra i cittadini e i tifosi dell’Ostiamare, la scelta del club è stata accolta con un misto di amarezza e orgoglio. Amarezza per l’occasione sprecata, ma anche orgoglio per un gesto che mette l’etica prima del marketing. Sui social, in molti hanno sottolineato come il problema non sia la campagna in sé, ma la mancanza di rispetto istituzionale e di coordinamento, che ha trasformato un’iniziativa nobile in una miccia pronta a esplodere.

Il caso “Ostia non è Suburra” lascia molte lezioni sul campo.
Sulla potenza delle immagini, sulla fragilità delle narrazioni territoriali, sulla necessità di rispettare le autonomie locali e di coordinare la comunicazione tra enti e realtà sociali.

L’Ostiamare, con questo gesto, ha rinunciato a visibilità pur di proteggere la coerenza e la credibilità del suo messaggio. Un segnale forte, che va ben oltre il calcio. Perché, ancora una volta, Ostia vuole raccontarsi da sola. Senza filtri, senza cliché, e senza etichette scritte da altri.

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