L’affluenza oltre le attese e un voto più compatto tra i giovani confermano che la Generazione Z si afferma come nuovo baricentro della partecipazione democratica, dalla giustizia alle mobilitazioni contro guerre e crisi internazionali.
C’era una volta l’etichetta dei “bamboccioni”. Oggi, però, quella definizione appare non solo superata, ma fuorviante. Il referendum sulla giustizia ne è la prova: i giovani non sono spettatori, ma protagonisti attivi della vita politica. Per anni considerati apatici o disinteressati, i membri della Generazione Z hanno invece inciso concretamente su una consultazione che ha reso il risultato finale incerto fino all’ultimo.
I numeri parlano chiaro: l’affluenza complessiva si è attestata intorno al 60%, con punte superiori al 46% già nella prima giornata di voto, un dato insolito per un referendum. Non si tratta di un semplice dettaglio tecnico: la partecipazione è stata il fattore decisivo.
In questo contesto, il peso della Generazione Z è stato determinante. Non solo per la quantità di giovani al voto, ma anche per la direzione netta del loro orientamento. Le rilevazioni pre-referendarie indicavano che le fasce tra i 25 e i 34 anni avrebbero espresso un consenso fino al 67% verso una delle opzioni, più netto rispetto alle generazioni più anziane, spesso più divise o propense all’astensione.
La Generazione Z ha trasformato il referendum in un evento politico condiviso prima ancora che istituzionale. La discussione si è spostata dai canali tradizionali ai social, ai forum e alle community digitali, dove temi complessi sono stati resi accessibili, semplificati e, talvolta, polarizzati.
Il risultato è stato un salto di accessibilità: una riforma giudiziaria complessa è diventata materia di confronto quotidiano, e il referendum ha ripreso il suo ruolo originario di scelta reale, concreta e partecipata.




