Quando si parla di territori e dollari, gli Stati Uniti non sono mai stati timidi. La storia americana è costellata di assegni firmati per allargare i propri confini. Tutto comincia nel 1803 con il Louisiana Purchase, quindici milioni di dollari per un’area immensa che avrebbe poi dato vita a una parte consistente degli attuali Stati Uniti. Segue nel 1867 l’acquisto dell’Alaska dalla Russia per 7,2 milioni di dollari, una decisione derisa all’epoca ma oggi considerata uno dei colpi geopolitici più lungimiranti di sempre. Nel 1917 Washington compra anche le Isole Vergini Danesi, assicurandosi un avamposto strategico nei Caraibi. Non sempre però il denaro basta. Nel 1946 il presidente Harry Truman tentò di acquistare proprio la Groenlandia offrendo alla Danimarca cento milioni di dollari in oro. La risposta fu un no secco. Da allora la Groenlandia non è mai uscita davvero dal radar americano, anche se formalmente è rimasta sotto sovranità danese.
Oggi il tema torna con una forza persino più brutale. Donald Trump ha rilanciato l’idea che la Groenlandia rappresenti una necessità vitale per la sicurezza degli Stati Uniti. Il punto centrale del suo discorso è il cosiddetto Golden Dome, il nuovo scudo di difesa missilistica che Trump descrive come l’architrave della sicurezza americana nel XXI secolo. Secondo questa visione, senza un controllo diretto o quantomeno privilegiato della Groenlandia, il Golden Dome sarebbe incompleto. L’isola artica diventa così un sensore avanzato, una piattaforma insostituibile per radar, intercettori e sistemi di sorveglianza spaziale, una barriera fisica tra il Nord America e le potenziali minacce provenienti da Russia e Cina.
A questa motivazione militare si sommano quelle economiche. Le rotte artiche, sempre più navigabili a causa del riscaldamento globale, accorciano drasticamente le distanze tra i continenti. Il sottosuolo groenlandese custodisce risorse decisive per la transizione tecnologica e industriale, dalle terre rare al litio, dal rame ad altri minerali strategici. Se si prova a tradurre tutto questo in numeri, il valore dell’isola viene stimato tra centinaia di miliardi e oltre un trilione di dollari, una cifra teoricamente alla portata degli Stati Uniti, se il problema fosse solo economico.
Ma la Groenlandia non è una casella vuota sul tabellone del Risiko. È una comunità di circa 57 mila persone, con un sistema politico ben definito. Dal 2009 gode di un ampio autogoverno all’interno del Regno di Danimarca. Gestisce la quasi totalità delle politiche interne, mentre Copenaghen mantiene le competenze su difesa, politica estera e valuta. Il diritto all’autodeterminazione è riconosciuto e qualsiasi cambiamento di sovranità dovrebbe passare da un referendum. Sia il governo danese sia quello groenlandese hanno ribadito più volte che l’isola non è in vendita.
Ed è qui che la situazione assume contorni quasi surreali. Negli ultimi giorni diversi Paesi europei membri della NATO hanno iniziato a rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia o a dichiararsi pronti a farlo. Ufficialmente si parla di esercitazioni, cooperazione e difesa dell’Artico. In realtà il paradosso è evidente. Paesi alleati degli Stati Uniti stanno valutando l’invio di truppe in un territorio alleato per difenderlo ipoteticamente da una pressione o da una minaccia proveniente da un altro alleato, cioè gli Stati Uniti stessi. Una situazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata fantapolitica e che oggi fotografa invece il livello di tensione raggiunto all’interno del blocco occidentale. Naturalmente la risposta di Trump non si è fatta attendere, con l’annuncio di un aumento dei dazi del 10% nei confronti dei Paesi che si mettono di traverso.
Tuttavia consapevole dell’impossibilità di un acquisto diretto, a Washington si discute di una strada alternativa. Il modello è quello del Compact of Free Association, il COFA, già utilizzato con alcune nazioni del Pacifico come le Isole Marshall, la Micronesia e Palau. Si tratta di un sistema che mantiene la sovranità formale del Paese coinvolto, ma affida agli Stati Uniti la difesa e concede a Washington un accesso privilegiato sul piano militare ed economico. Applicato alla Groenlandia, questo schema potrebbe diventare praticabile solo in caso di piena indipendenza dalla Danimarca e permetterebbe agli Stati Uniti di ottenere ciò che realmente cercano, controllo strategico, presenza militare e influenza sulle risorse, senza l’atto formale di un’annessione.
Resta però un dato politico fondamentale. La maggioranza dei groenlandesi, almeno oggi, non sembra intenzionata a scambiare l’autonomia conquistata con un nuovo legame asimmetrico. I sondaggi indicano che la preferenza resta quella di rimanere nel Regno di Danimarca piuttosto che entrare nell’orbita americana. Non per ideologia, ma per diffidenza verso una logica che riduce un territorio e un popolo a una semplice funzione strategica.
La Groenlandia è diventata così il simbolo di una contraddizione più ampia. Da un lato una superpotenza che ragiona in termini di sicurezza, cupole dorate e controllo globale. Dall’altro un’isola che rivendica il diritto di non essere solo una pedina.
Non tutte le cose, a quanto pare, hanno un prezzo, e la comunità groenlandese, come qualsiasi altro popolo della Terra, pretende di essere una di queste. Non perché non valga abbastanza, ma perché il suo valore supera ciò che può essere comprato. Un valore che affonda le sue radici nel principio di autodeterminazione dei popoli, quello stesso principio che un presidente americano, Woodrow Wilson, portò alla ribalta un secolo fa e che gli valse il Premio Nobel per la Pace, quel riconoscimento che Donald Trump ha da poco ricevuto in dono dalla Machado e che continua apertamente a inseguire, pur agendo in modo diametralmente opposto.
Non tutte le cose hanno un prezzo: ipotesi sul futuro della Groenlandia
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