Un pensionato di Modena si è trovato coinvolto in una vicenda singolare che ha attirato l’attenzione nazionale: dopo aver partecipato come comparsa a un film, l’INPS gli ha comunicato l’intenzione di revocargli l’intero anno di pensione 2022, sostenendo che il compenso percepito fosse incompatibile con lo stato di pensionato. Tuttavia, nei giorni scorsi, una sentenza della Corte d’Appello di Bologna ha ribaltato la decisione dell’ente, stabilendo che l’uomo potrà conservare la sua pensione e riavere così i soldi già percepiti.
La storia ha origine nel 2022, quando il pensionato modenese, andato in pensione nel 2020 con il meccanismo noto come Quota 100 (che consente di andare in pensione anticipata con requisiti di età e contributivi), decise di assecondare un desiderio personale: apparire in un film. Dopo aver fatto domanda e superato le selezioni, fu scelto come comparsa per una pellicola – il film Ferrari, diretto da Michael Mann e con protagonisti di calibro internazionale come Adam Driver e Penélope Cruz – per cui percepì poco più di 300 euro per due giorni di riprese e pochi secondi di apparizione sullo schermo.
Quel modesto guadagno, accolto inizialmente con soddisfazione come esperienza di vita, si è poi trasformato in un problema. Nel 2023 infatti l’INPS inviò all’uomo una comunicazione ufficiale con cui contestava la sua situazione: secondo l’ente, il compenso percepito per la comparsa costituiva un reddito da lavoro dipendente incompatibile con la pensione percepita nel 2022. Per questa ragione l’istituto previdenziale intimò la restituzione di circa 34mila euro, equivalenti a un anno intero di pensione.
La questione sollevò immediatamente un forte dibattito giuridico e sociale. Da un lato, l’INPS si basava su norme che regolano la non cumulabilità tra pensione e redditi da lavoro dipendente per chi ha beneficiato di specifiche forme di pensionamento anticipato come la Quota 100. Secondo tale interpretazione, il compenso percepito per la comparsa costituiva un’attività lavorativa che avrebbe dovuto comportare la sospensione del trattamento pensionistico per il periodo considerato.
Dall’altro lato, il pensionato e il suo patronato (Inac-Cisl) hanno impugnato il provvedimento dell’INPS, sostenendo che la partecipazione al film non configurasse un rapporto di lavoro subordinato. Nel corso del procedimento, infatti, è emerso che l’uomo non aveva sottoscritto alcun contratto di lavoro con la produzione cinematografica: aveva solo ceduto i diritti di immagine a una società esterna, ricevendo una forma di compenso che può essere considerata alla stregua di lavoro occasionale autonomo. Questa tipologia di prestazione – occasionale e senza vincoli d’orario, di subordinazione o di continuità – non è vietata per chi percepisce la pensione, secondo la normativa vigente.
La disputa è arrivata davanti alla Corte d’Appello di Bologna, che ha dovuto interpretare il confine tra le norme sulla non cumulabilità del reddito da lavoro e la fattispecie concreta di un’attività così breve e occasionale come quella di comparsa cinematografica. I giudici hanno accolto il ricorso del pensionato, respingendo in via definitiva le richieste dell’INPS di recupero forzoso dei trattamenti pensionistici percepiti.
Secondo la Corte, l’uomo non aveva prestato “lavoro nei termini indicati dall’INPS”, ma aveva svolto una prestazione che rientra nella disciplina del lavoro autonomo occasionale, compatibile con il percepimento della pensione. La sentenza ha così stabilito la legittimità del diritto dell’uomo a trattenere l’intero importo della pensione percepita nel 2022, con relativa soddisfazione personale e legale.
La vicenda mette in luce alcuni aspetti controversi delle regole italiane sulle pensioni e sulla cumulabilità dei redditi: da un lato l’esigenza dell’INPS di prevenire abusi del sistema previdenziale, dall’altro la necessità di interpretare in modo equilibrato la legge in presenza di situazioni atipiche o occasionali. Casi simili si erano già verificati in passato, con pensionati cui l’INPS aveva richiesto indietro somme anche per compensi molto bassi percepiti in lavori occasionali.
Dal punto di vista sociale, la storia ha sollevato anche interrogativi sul rapporto tra pensionati e opportunità di lavoro accessorie, nonché sulla chiarezza delle normative che regolano questi rapporti. Per molte persone in pensione, la possibilità di svolgere attività occasionali può rappresentare non solo un modo per realizzare piccoli progetti personali o passatempi, ma anche una fonte di reddito integrativo, soprattutto in un periodo in cui molti anziani affrontano difficoltà economiche legate all’aumento del costo della vita o a pensioni percepite non sempre elevate.
La decisione della Corte d’Appello di Bologna costituisce quindi un precedente interessante, che potrebbe influenzare casi analoghi in futuro e spingere a un dibattito più approfondito sulla flessibilità delle regole previdenziali italiane.







